WAM! Festival: “L’arte ci rende immuni dall’appiattimento di vedute, di pensiero e di critica”

Dal 3 al 6 settembre Faenza ospiterà WAM!, il festival di danza, teatro e performance sul tema “differente”.

Per partecipare al festival basta acquistare i biglietti in prevendita o prenotarsi per gli eventi gratuiti, che si svolgerà nel pieno rispetto delle norme anti Covid-19. Abbiamo fatto qualche domanda a Valentina Caggio, membro della Direzione Artistica e danzatrice e coreografa di Compagnia Iris, per conoscere meglio cosa si muove dietro questo evento.

Valentina, se dovessi descrivere il valore di questa edizione in tre parole, quali useresti?

Le tre parole che meglio descrivono WAM! Festival – Differente sono incontro, partecipazione, creatività.

WAM! Festival apre la sua ottava edizione. Com’è nata l’idea di un festival su danza e teatro e com’è cresciuto l’evento dal 2011 a oggi?

L’idea nasce da una proposta di unione di tre compagnie a Faenza: Compagnia Iris (danza), In_Ocula (perfomance) e Menoventi (teatro). Volevamo usare i nostri diversi linguaggi per creare una rassegna che ci rappresentasse ed è stato molto proficuo nel tempo constatare come le differenze tra di noi abbiano portato WAM! a crescere. Abbiamo sperimentato varie formule. Il primo anno c’era una serata fissa alla settimana per un mese; in un’altra edizione invece tutti gli eventi si sono concentrati in soli tre giorni mentre l’anno scorso il festival si è svolto nei fine settimana per un mese e mezzo. Abbiamo occupato un unico spazio o vari luoghi della città e abbiamo coinvolto realtà del territorio ma anche artisti internazionali. Insomma, un vero e proprio festival di sperimentazione. Con il sostegno del Programma Europa Creativa dell’Unione Europea, l’edizione 2020 avrebbe dovuto coinvolgere tanti artisti stranieri. Purtroppo, a causa dell’emergenza sanitaria, abbiamo dovuto cambiare rotta e dare al festival ha un taglio più dedicato all’arte coreutica.

Il tema di WAM! Festival 2020 è “differente”? Perché avete scelto questo tema?

La differenza di potenziale, in fisica, è la differenza tra il valore del potenziale del campo tra i punti; corrisponde cioè al lavoro necessario per spostare un oggetto dal punto in cui il potenziale del campo è minore al secondo punto. In elettronica, la differenza di potenziale si traduce in differenza di tensione fra i due punti di un campo elettromagnetico. In generale, la fisica ci insegna che il lavoro è possibile solo laddove esiste una differenza e che, di conseguenza, è solo la differenza che genera il lavoro, sotto forma di azione o di spostamento nello spazio. È un processo che si ritrova in tanti campi artistici, dal teatro all’arte plastica fino alla danza. La differenza è distanza, spazio fisico necessario per mettere a fuoco (un testo, un paesaggio, una persona), per vedere e saper vedere, per fare ordine, per permettere alle categorie mentali e culturali di organizzarsi e attivarsi criticamente nei confronti dell’altro da sé. La differenza è uno spazio necessario, senza il quale saremmo soffocati e ci sarebbero solo confusione e caos. Differenza è prima di tutto l’altro da sé, necessariamente diverso prima che uguale e necessariamente distante per poter essere letto come diverso, cioè differente.

Rispetto al tema delle differenze, spesso si crede che l’arte e ancor più nello specifico l’arte contemporanea, sia per pochi intenditori. WAM! Festival è un evento adatto a tutti? Cosa vorreste dire a tutte quelle persone che non hanno mai partecipato al festival?

La vocazione di WAM! è sempre stata combattere questo pregiudizio. Per raggiungere questo obiettivo, abbiamo sempre cercato di coinvolgere tutti, non per un appiattimento verso il basso di contenuti, forme e linguaggi, ma per dare alle persone strumenti, come ad esempio gli incontri con gli artisti, per “leggere” gli spettacoli. Si tratta di un’alfabetizzazione ai diversi linguaggi. Il laboratorio che proponiamo anche quest’anno, ovvero “Opere aperte – Laboratorio di sguardo” condotto da Michele Pascarella, è un allenamento a guardare il mondo attraverso l’arte contemporanea. A chi non è mai venuto al festival, vorremmo dire che abbiamo bisogno del suo sguardo, che a WAM! c’è di sicuro qualcosa di nuovo che non ha mai visto, che incontrerà tante persone, che si potrà confrontare, che potrà cambiare idea o farla cambiare a qualcun altro.

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L’edizione del 2020 ha chiari legami con la pandemia che abbiamo vissuto e che ha reso tutti più consci della fragilità umana. In che modo la danza può aiutarci a capire quello che stiamo vivendo?

Organizzare un festival di danza al tempo del Covid-19 significa produrre anticorpi contro l’omologazione, manifestare sintomi di apertura verso l’estraneo, consapevoli che l’immunità di cui abbiamo bisogno vada cercata prima di tutto nella differenza. Come un gregge, ciascuno a suo modo e tempo, eppure insieme. L’unica immunità a cui possiamo ambire è quella dell’arte. Poiché l’arte ci immunizza dall’appiattimento del pensiero, dal crederci eterni perché assuefatti al consumismo, mentre abitiamo isole felici nascosti dietro schermi digitali nel disperato tentativo di instaurare una relazione con l’altro. L’arte ci rende immuni dall’appiattimento di vedute, di pensiero e di critica. Dall’azzeramento delle differenze. Essere immuni è la speranza del tempo che stiamo vivendo. L’idea di immunità è per sua natura fallace, perché ci spinge a credere che esista ancora un baluardo di certezza a cui aggrapparsi, in un momento storico che ci riporta prepotentemente alla fragilità dell’essere umano. La danza è l’arte del qui ed ora. Ci fa capire e sentire l’importanza della presenza, dell’azione o inazione nel tempo e nello spazio, è l’arte che fa vivere totalmente la potenza e la bellezza dell’essere, attraverso il corpo dell’artista e il corpo di chi vive l’esperienza della e nella danza dell’Altro. L’arte in tutte le sue forme – e la danza in particolare, dove l’essere si manifesta nella sua corporeità e finitezza – ci ricorda che siamo umani e come tali dobbiamo vivere pienamente il nostro tempo e abitare il nostro spazio.

 

Intervista a cura di Francesco Ghini

 

 

Francesco Ghini

Vivo a Faenza e mi occupo di ricerca biomedica e comunicazione scientifica. Ho conseguito un dottorato di ricerca in Medicina Molecolare presso l'Istituto Oncologico Europeo di Milano e numerose partecipazioni a conferenze internazionali come speaker. Parallelamente, ho seguito come direttore artistico la realizzazione dell'evento Estate di San Martino a Piacenza (2012 e 2013) e ho maturato una forte esperienza nell'ambito della comunicazione e dello storytelling. Nel 2014 ho aperto Buonsenso@Faenza e da questa esperienza, nel 2018, è nata l'agenzia Buonsenso Comunicazione. Amo il teatro, i film di Cristopher Nolan, i passatelli e sono terribilmente curioso.

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