Tra Milano e Faenza: Marco Ceroni e l’arte che nasce dal vissuto della strada

Marco Ceroni è un artista faentino da poco tornato nella sua terra di origine, dopo otto anni passati a Milano. Nell’autunno 2020 ha presentato le mostre Squame al Museo Carlo Zauli e Slag alla Gallleriapiù di Bologna. Ha iniziato ricoprendo di vernice dorata le macchine bruciate in giro per il capoluogo lombardo, le sue prime performance sono del 2013 e tre anni più tardi si è guadagnato la copertina di Artribune, rivista di spicco per l’arte contemporanea. Il suo studio si trova nella zona industriale di Faenza, è un vecchio capannone. Fuori c’è il motorino protagonista di molte sue opere, mentre dentro ci sono dei forni ricavati da vecchi fusti industriali: un luogo coerente con lo spazio urbano a cui l’artista si ispira, la periferia. Se si prova a dare un’interpretazione superficiale di ciò che è appeso alle pareti – mandibole animalesche, demoni neri e selle di motorino con occhi vuoti – può sembrare che Marco voglia rimarcare problematiche e aggressività spesso associate a quell’ambiente. Ma lui, in cinquantadue minuti di intervista, parla di amicizia fraterna, della sua ragazza e della bambina di lei, del momento più intimo che sta vivendo e che gli fa venir voglia di tornare a confrontarsi con la pittura e il disegno; la spiegazione che mi regala illustrandomi ogni pezzo parte sempre da un’idea di condivisione di posti e momenti, che esprime attraverso oggetti legati alla sua quotidianità.

Con la sua attitudine di chi vive la strada – strada che cita più volte, mischiandola con i riferimenti all’hip hop, ai rave, alle occupazioni nei quartieri di Milano – mi descrive la provincia romagnola in cui è cresciuto, la lentezza che ancora la caratterizzava negli anni Novanta e primi Duemila e che amplificava il significato della bomboletta comprata a Bologna, o di quella cassetta dei Club Dogo prestata da un amico di un amico; insomma, la fatica con cui si arrivava alle piccole cose, compensata da un tempo più lungo per godersele. Tutto questo, dice, è il suo vissuto e quello che vuole raccontare.

Intervista a Marco Ceroni: “La periferia milanese e la provincia romagnola sono diventate un’unica cosa nella mia testa”

Milano è la città da cui hai cominciato e che offre molte opportunità, data la sua inclinazione europea e il movimento che ruota attorno a design, architettura e arte contemporanea. Perché sei tornato a Faenza?

«Mi sono reso conto che la provincia non è un limite ma qualcosa di prezioso, non rimani chiuso dentro una sola città. La scena milanese ha un gusto e un’attitudine uniformi e si rimane centrati su quelli: io voglio essere sbilanciato, perciò starne lontano mi rende più libero nella ricerca artistica».

Le tue opere sembrano richiamare un immaginario molto più vicino al quartiere Corvetto di Milano che alla realtà faentina: è così?

«La periferia milanese e la provincia romagnola sono diventate un’unica cosa nella mia testa, si sono fusi due vissuti con molti aspetti in comune. In primis il mio elemento principale, cioè la strada, dove sono cresciuto con i miei amici. Loro sono la cosa più importante, io parlo dei nostri trascorsi e del nostro presente. La banda, i ragazzini con il motorino, che è il primo simbolo di libertà, vivere in gruppo… Queste esperienze sono i punti di contatto tra provincia e periferia».

Dalle sculture ai gioielli, l’esperienza al Museo Carlo Zauli

Durante il tuo periodo di residenza al Museo Carlo Zauli, ti sei confrontato per la prima volta con la ceramica, mentre alla Fonderia Battaglia hai lavorato il bronzo; usi le resine, hai fatto anche delle performance: quanta importanza ha il mezzo artistico nell’espressione di un concetto?

«Non mi sono mai fossilizzato su un materiale o una tecnica, perchè ciò che uso è sempre legato al pensiero e alla narrazione. Ogni nuovo materiale non mi dà solo delle competenze in più a livello tecnico, ma mi fa fare un salto mentale: è come essere in un videogioco, passo a un livello successivo. La residenza al Museo Carlo Zauli è stato un onore e mi ha permesso di capire le potenzialità della ceramica, con cui non avevo mai lavorato…Ma dalle origini non si scappa! Sono stato affiancato da Ida Bertozzi, una grande artista e forse l’unica mia maestra nel mio percorso artistico. Istintivamente ho portato la ceramica nel mio mondo, perciò per prima cosa ho preso un pezzo di motorino, l’ho calcato e ricreato; Lacoste (una scultura che ricorda la coda di un rettile n.d.r.) è nata dalla visione di un copertone in autostrada, ma la ceramica ha reso l’opera più poetica. Il bronzo e il suo processo di lavorazione, invece, mi hanno ispirato prima le figure dei giganti, associati al fuoco e al forgiare i metalli, e poi i gioielli: hanno sempre avuto la funzione di dichiarare la tua importanza. È così anche nel rap, dove spesso il gioiello è sovraesposto, è gigante e ti ingigantisce: da qui ho sviluppato l’idea di un brand immaginario di gioielli GMG – Gioielli Mostri Giganti. All’occhio umano perdono la loro funzione, perché non sono indossabili, così diventano delle sculture. A settembre saranno in mostra a Palazzo Serbelloni a Milano, un edificio storico con dei vistosi interni: non giocherò con la sobrietà».

SQUAME, 2020, installazione della mostra al Museo Carlo Zauli (Faenza), wall painting di Elia Landi. Ph. Stefano Manier
SQUAME, 2020, installazione della mostra al Museo Carlo Zauli di Faenza; wall painting di Elia Landi. Ph. Stefano Manier

Sei attivo sui social, hai realizzato il tappo di un profumo per Calè Fragranze d’Autore, vendi magliette e hai collaborato con un negozio online di scarpe e abbigliamento streetwear: la continua condivisione di contenuti e le collaborazioni commerciali sono una necessità o un nuovo modo di concepire l’arte?

«È una mia esigenza, non voglio fare scultura e basta, ma unire più aspetti e trasformarli in un unico progetto. Mi diverte ragionare non solo sulla singola opera ma anche sul modo di presentarla per essere più diretto e comunicare a più gente possibile: non mi rivolgo solo a chi si occupa di arte contemporanea, voglio mostrare il mio lavoro anche alle persone che faticano ad avvicinarsi a questo mondo, anzi, credo di aver qualcosa da dire soprattutto a loro. Una volta, l’unica via di un artista per proporsi e tessere contatti era la galleria: ora le cose sono cambiate, abbiamo tantissimi strumenti nelle nostre mani. Inoltre, in Italia siamo molto esterofili e un giovane artista ci mette un po’ ad arrivare alle gallerie di buon livello, se ci arriva; trovare metodi alternativi, come fare delle magliette, oppure la Human capsul collection di gioielli che vorrei produrre, significa dare qualcosa di mio a chi non può permettersi di comprare un pezzo unico ma vuole supportarmi per andare avanti. È un argomento delicato, perché innescare questo rapporto è visto come il male supremo da una fetta del mondo dell’arte… Ma proprio per questo mi diverte!»

Foto in copertina: Marco Ceroni nel suo studio a Faenza – Ph. Toni Brugnoli

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