Ceparano: mito, storia e realtà

Le attenzioni degli archeologi sui castelli altomedievali della Romagna appenninica, compresa tra la Toscana e la Romagna, sollecitano anche una riflessione storica che contestualizzi ai meno competenti di sondaggi archeologici quali scavi, ricognizioni di superficie e analisi di archeologia dell’architettura. Il team di studiosi del Dipartimento di Archeologia dell’Università di Bologna (sede di Ravenna), guidato dal professor Enrico Cirelli, ha condotto e continua a condurre una delicata indagine sugli insediamenti fortificati di area appenninica, come quella in prossimità dei resti della Torre di Ceparano, che troneggia in parte sbriciolata sulla valle del Marzeno. Ed è di questo esempio singolare di evidenza architettonica che voglio intrattenere il lettore.

Il fenomeno dell’incastellamento nella valle del Lamone

Nevralgico per il fenomeno e il periodo dell’incastellamento in Romagna, tra età altomedievale e basso Medioevo, il territorio di Ceparano conosce fenomeni di popolamento abbastanza rilevanti: già rinomato per le sue cave di calcarenite organogena, detta spungone – e non di marmo cipollino come erroneamente sostenne tempo fa lo studioso locale Luigi Solaroli –, documentato nella Historia Naturalis di Plinio il Vecchio come valido materiale per l’edilizia, tra tarda antichità fino a tutto il Medioevo la nostra area appenninica si caratterizza per la presenza di rocche, castelli e fortilizi giallo-bruno carico che copre tutta la Val di Lamone lungo la Via Faventina, a partire dalla dorsale appenninica tosco-romagnola fino al territorio romagnolo, raggiungendo e attraversando anche Faenza fin verso Ravenna e le sponde dell’Adriatico. Al suo interno si è sviluppato un notevole asse viario che collegava la Romagna con Firenze e Lucca, attraverso il passo del Mugello: due versanti — quello della ‘Langobardia’ e della ‘Romania’ — di un’archeologia del potere che mostra il suo debito tanto con il modello insediativo di tradizione romana del sistema fondiario della curtis, condizionato dall’opera di ininterrotta germanizzazione del territorio da parte dei Longobardi, quanto con quello militarizzato e fortificato del castellum o castrum, presto fattosi emblema dei grandi signori fondiari, laici ed ecclesiastici, eretto per proteggere e delineare i loro possedimenti.

Nel caso della Romagna non si deve dimenticare che un ruolo consistente nel processo di appropriazione di porzioni territoriali dell’Appennino è ad opera del potere arcivescovile ravennate e degli ordini monastici, come ad esempio quello camaldolese, che insieme alle altre signorie laiche di Romagna si distingueranno nella loro irrequieta attenzione per il territorio vallivo del Lamone e appenninico nel contesto delle furibonde contese fra Impero, Comuni e Papato, incapaci di far emergere una compatta egemonia per troppa forza nel combattersi fra loro e troppa debolezza per prevalere sugli altri. E saranno proprio le élite laiche territoriali dei Guidi, dei Pagani, dei Naldi e poi dei Manfredi in un certo senso a marcare gradualmente il margine del potere arcivescovile ravennate, a partire già dalla fine del IX secolo, la cui forte autorità di ordine ecclesiastico e spirituale è affiancata ad un vastissimo patrimonio fondiario che la documentazione esistente, papiracea e pergamenacea, mostra esteso nel IX-X secolo su tutta la Romagna, con larghe espansioni nel Ferrarese, nel Polesine, nelle Marche, nell’Istria, con ramificazioni persino nell’Umbria e nel Bolognese, nonché — con l’invasione araba — anche in Sicilia.

Il toponimo

Il toponimo Ceparano, almeno per le vicende iniziali, è congiunto al termine latino medievale di plebs, a indicare non solo l’esistenza, ancor prima della torre, di una circoscrizione ecclesiastica e civile minore, costituita dalla presenza certa di una chiesa principale, provvista forse anche di un battistero, ma in senso più esteso vuol dire che una comunità appartenente a quella circoscrizione, vive, lavora, produce ricchezza e commercia con il resto della regione circostante: ciò a sottolineare che il territorio poteva sicuramente disporre di strutture ben idonee non solo all’alloggio di coloni, assegnati alla gestione dei possedimenti, ma anche all’immagazzinamento — e presumibilmente alla trasformazione e al trasporto fino alle aree pianeggianti del faentino — di cereali, lino e vino o anche buoi, asini, castrati, pecore, agnelli, capre, capretti, polli, oche, senza dire delle derrate dell’orto.

Torre di Ceparano - Spazi Indecisi-2

Nella vasta raccolta di Monumenti Ravennati de’ secoli di mezzo del conte Marco Fantuzzi il toponimo di Santa Maria ‘Castri Ciporiani’ (970), ‘Cipariano’ (1052), ‘Ceparani’ (1228), ‘Ceprani’ (1295), rappresenta una compagine notevole e intrecciata di storia, arte, economia, politica, religione. Posizionato in un punto strategico dell’Appennino romagnolo, Ceparano è attestata in concessioni (livelli e pacta) datate al 17 agosto 970 d.C., quando Pietro, arcivescovo di Ravenna, accorda a Domenico del fu console Giovanni la metà del ‘fundus Fullanus’, nel faentino, in pieve ‘de castro Ceparano’, variata nel 975 in pieve di Santa Maria ‘que vocatur castro Cepariano’, a evidenziare come il territorio fosse già sotto la tutela devozionale della Vergine Maria, culto maturato proprio per la presenza di una comunità attiva nella nell’ambito dell’agricoltura e del commercio, della estrazione dello spungone, del gesso.

Il ruolo dei Conti Guidi

Dopo oltre 200 anni, nel 1167-68 la storia di Ceparano è nelle mani dei Conti Guidi, la cui formazione delle proprie signorie territoriali è fondata sul marcato controllo esercitato non solo su possessi fondiari ma anche sulle più importanti strutture architettoniche quali le mura dei castelli, il cassero, la torre e il palazzo, le chiese e gli ospedali, le canoniche e, ove presenti, i mercati. Per Ceparano e per diversi castelli della Romagna nei secoli X e XI non è possibile parlare solo di insediamenti di carattere militare, ma anche di centri che accolgono un vivace ceto imprenditoriale che vive e produce, opera e interagisce con altre comunità. Da questi anni in poi, Ceparano subisce un processo di continua militarizzazione: lo attesta il cronista faentino Tolosano (m. 1226), maestro di teologia e lingua latina e canonico diacono della cattedrale di Faenza, che narra dei faentini che si indirizzano spediti verso l’interno, radendo al suolo ogni vestigio del passato e ricostruendo, secondo la propria matrice militare, ‘dictam plebem et castrum et omnes et singulas fortilicias que sunt in monte Ceperani’.

La presenza dei Manfredi

Nel corso del Duecento, la famiglia dei Manfredi, di stirpe germanica, non è ancora nell’orbita turbinosa della gestione del potere, ma si mostra già disposta a coagularsi in quelle élite politiche ed economiche che di fatto controllano tutti i settori della vita cittadina faentina e dei territori lungo la Val di Lamone. All’indomani della morte dell’imperatore Federico II (1250), lacerata da conflitti di natura politica, la famiglia dei Manfredi si ostina sempre più caparbiamente nelle furenti rivalità familiari, che diventano presto anche rivalità politiche sovraregionali e che avranno ripercussioni profonde e visibili nelle continue distruzioni e riedificazioni della rocca di Ceparano e nella conseguente riabilitazione del territorio circostante. Sarà, infatti, l’iniziativa di Astorgio I Manfredi ad avviare, nel 1378, una decisa fortificazione della località di Ceparano, compresa la torre, dopo la rasoiata del 1356 ad opera del Cardinale Albornoz. Lo ricorda l’iscrizione alla base dell’impresa araldica di Astorgio I, leggibile sulla lapide rintracciata a pochi metri dalla torre, all’interno di una struttura, forse una cisterna interrata, oggi conservata nella Sala Manfredi della Pinacoteca Comunale di Faenza.

Impresa araldica di Astorgio I Manfredi (calcare, cm. 109×68, Pinacoteca Comunale di Faenza). Proviene dal distrutto Castello di Ceparano, ricostruito per volere di Astorgio I Manfredi, come commemora l’iscrizione. Nel bassorilievo vi è scolpita una targa araldica e sopra il cosiddetto “caprone”, animale simbolico che troviamo in altre imprese manfrediane.

La Torre di Ceparano si troverà al centro di una contesa tra Bologna e Faenza, inaspritasi fra il 1403 e il 1404, allorché i Bolognesi assoldano il condottiero Alberico da Barbiano contro il signore manfredo Gian Galeazzo, figlio di Astorgio I, affinché abbandonasse la città. Baldassarre Cossa, legato pontificio a Bologna, aveva al soldo anche il condottiero Barbiano, che puntava a prendere nelle mani la signoria faentina con tutto il contado. Nel settembre 1404 Gian Galeazzo negoziò con Paolo Orsini, capitano del legato Cossa, la restituzione di Faenza al diretto dominio della Chiesa per dieci anni, mentre tutta la Val di Lamone veniva concordata per cinque anni, dietro restituzione annua di 2.400 fiorini. Gian Galeazzo così riceve dal Cossa il castello di Solarolo. È l’elezione pontificia di Baldassarre Cossa a Bologna, nel 1410, che induce il Manfredi ad avvicinarsi al papa come suo alleato e a impossessarsi così delle rocche in Val di Lamone, compresa Ceparano. Nel 1410 Gian Galeazzo ottiene di nuovo Faenza con la conferma del titolo di vicario apostolico e nel 1413, in seguito alla emanazione dei rinnovati ordinamenti statutari, Ceparano viene annoverata tra le ‘iurisdictiones’ faentine che il podestà di Faenza deve giurare di custodire. La Torre diventa tra la metà del ’400 e i primi anni del ’500 un baluardo antifiorentino, reggerà alle truppe di Cesare Borgia nel 1500 e all’autorità veneziana, che nel 1506 decide sì di smantellare molti fortilizi ormai inutili nelle ‘occorrenze’ di guerra ma stabilisce anche di preservare la rocca di Ceparano, fino a quando, nel 1508, il ritorno al dominio pontificio ne decreterà un’inesorabile decadenza, fino alla demolizione nel 1577.

Michele Orlando

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