Dall’mp3 alla musica 2.0: Giordano Sangiorgi e il Mei 2016, “Più risorse per il futuro per proseguire”

Intervista a Giordano Sangiorgi, patron del Mei, il Meeting delle etichette indipendenti che si svolge annualmente a Faenza. Con lui abbiamo fatto il bilancio dell’edizione 2016 e più in generale dello scenario musicale attuale: la difficoltà che si è venuta a creare per via dei monopoli internazionali, le prospettive “made in Italy” della nuova musica indipendente e i migliori artisti emergenti. 

Come giudica Giordano Sangiorgi l’edizione 2016 del Mei? Ritiene di poter fare un bilancio positivo?

Mi rifaccio ai commenti che ho letto appena terminato il Mei. Sono stati tutti estremamente positivi sia per quanto riguarda l’aspetto quantitativo delle presenze sia per quanto riguarda quello qualitativo. Va detto che abbiamo subito, involontariamente, un sabotaggio da parte delle Fs che hanno chiuso, per potenziamento lavori, la tratta Bologna-Rimini nelle giornate di sabato e domenica, provocando molto disagio e danneggiando l’affluenza del pubblico del Mei da tutta Italia. Ne ha risentito soprattutto per il target 18-29 anni, che è il target prevalente fra il nostro pubblico, un target fatto sia di appassionati e sia musicisti che si muove da tutta Italia verso Faenza in treno. Questo disagio logistico ha fatto desistere molte persone potenzialmente interessate. Ciononostante l’edizione 2016 è stata a detta di tutti quella in cui il Mei ha avuto una più alta partecipazione di pubblico. Probabilmente senza il disagio dei treni avremmo superato quest’anno ogni record di affluenza di tutti i vent’anni della manifestazione. Proprio per questo penso che il Comune di Faenza potrebbe fare uan class action contro le Fs per chiedere i danni per il minore introito economico avuto come città e per danni di immagine alla manifestazione.

E dal punto di vista prettamente musicale invece?

Dal punto di vista qualitativo, la cosa importantissima è che abbiamo fatto il Mei del cambio generazionale: Daniele Silvestri sabato sera (24 settembre, ndr) ha lasciato il testimone nella piazza di Faenza alla nuova generazione di musicisti che era al Teatro Masini e in altre location della città. Abbiamo fatto dopo vent’anni il definitivo giro di boa. Il Mei è arrivato a questi vent’anni con un cambio generazionale, ed è ancora un punto di riferimento per il circuito della musica indipendente oggi emergente. Motta, Calcutta, Voina Hen, Felix Lalù, Ghali, Landlord, Celeb Car Brash, Collettivo Ginsberg, La Municipal e tanti altri sono tutti i nomi nuovi che hanno riempito gli spazi coi diversi generi indie.

“La forza del Mei? Non essere chiuso in una nicchia autoreferenziale”

Cosa significa esattamente “musica indipendente”?

Questa definizione nel corso degli anni è cambiata. Quando è nata, vent’anni fa, aveva un chiaro segno: era la produzione alternativa alla major discografiche e al pop d’intrattenimento. C’erano dischi, cd, vinili e cassette a metà anni Novanta realizzate da produttori che mettevano loro l’investimento e che potevano contare su circuiti che si erano consolidati nei vent’anni precedenti creatisi in Italia negli anni Settanta (in forte ritardo rispetto il resto d’Europa): le radio libere, i negozi di dischi alternativi, i rock club, i nuovi festival. Era una rete di distribuzione musicale alternativa che permetteva di alimentare la filiera. In un anno le band riuscivano a vendere migliaia di cassette e organizzare centinaia di live. Era anche un’alternativa di tipo culturale-politica, in genera legata all’area culturale della sinistra. Il Mei era invece quello dei produttori disposti a fare investimento senza discriminare generi e stili… noi su questo siamo stati sempre molto aperti. Per questo siamo arrivati a vent’anni, non ci siamo mai chiusi in una nicchia autoreferenziale.

Oggi invece?

Mentre oggi il termine musica indipendente è cambiato e ormai è obsoleto. Oggi bisogna pensare alla musica “made in Italy” che in futuro sarà completamente indipendente. Anche un big della musica italiana, come già sta accadendo adesso, se vuole produrre qualcosa dovrà produrla con la sua etichetta. Cito Renato Zero, i Pooh, i Nomadi… molti big che vendono solo in Italia sono di fatto ormai indipendenti. Questa filiera che abbiamo creato in vent’anni ha creato un know how che può essere da supporto per la musica nazionale. I giovani che appaiono oggi sul mercato sono invece i nuovi emergenti da sostenere.

“Va trovato un modo per dare un’alternativa ai monopoli delle multinazionali. Il sogno è una piattaforma italiana”

In questi vent’anni, come lei dice, c’è stato un cambio generazionale. Come è cambiata in questi vent’anni la musica? E dove sta andando?

Sono due i temi: dove la musica sta andando dal punto di vista del mercato e dove sta andando artisticamente. La musica è sicuramente la piattaforma dove sono avvenute più innovazioni tecnologiche in assoluto negli ultimi vent’anni. Mantenere il Mei al passo coi tempi significa doversi adattare ogni due-tre anni a questi cambiamenti tecnologici. Pensiamo per esempio all’mp3 diffuso alla fine anni Novanta e che oramai è vintage, oppure ad Itunes di inizio anni Duemila che sta per essere abbandonato. Pensiamo a MySpace nato e morto in pochi anni. Pensiamo a Youtube che ha ucciso le Tv musicali o altri fenomeni di oggi, come Spotify, che stanno uccidendo la radio. Questo significa che ogni anno la musica ha dovuto adattarsi ai nuovi modi di diffusione e distribuzione. In vent’anni il mercato indipendente è cresciuto molto in percentuale rispetto al mercato globale: su supporto fisico si è passato da pochi punti percentuali a un quarto del mercato in mano all’indipendente. Dalla scena musicale indipendente sono cresciuti nomi importanti che alle prime edizioni del Mei erano sconosciuti: penso a Daniele Silvestri, Subsonica, Afterhours, Baustelle, Caparezza e tantissimi altri oggi pilastri della nuova musica italiana. Però il mercato oggi è cambiato ancora e si è spostato a essere online, e di nuovo gran parte di questo mercato è in mano alle major. Gli indipendenti se vogliono far circolare la loro musica devono creare delle piattaforme online indipendenti, possibilmente nazionali. Attualmente c’è un monopolio del mercato online grandissimo e non c’è concorrenza, non ci sono leggi antitrust né in America né in Europa. Tanto per rendere l’idea, non c’è un motore di ricerca europeo alternativo a Google, e se vuoi crearti un profilo utente praticamente esiste solo Facebook. Il problema è che queste multinazionali sono interessate a prodotti che vendano in tutto il mondo senza concorrenti e con in mano il monopolio. Questo aspetto va contrastato altrimenti il mercato rimarrà in mano a questi monopolisti che pagheranno pochissimo gli artisti, come accade ora, perché tanto non c’è alternativa. È un vuoto che va colmato. Il Mibact su questo sta lavorando a un progetto di un portale di musica italiana. Noi stessi come Mei abbiamo proposto da una decina di anni una piattaforma italiana musicale dal nome “Volare” perché pensiamo che l’identità nazionale della nostra musica sia talmente forte che potrebbe avere molto seguito nel mondo nella distribuzione e diffusione on line facendo concorrenza alle piattaforme multinazionali.

“L’innovazione fatica: in un’epoca come la nostra vincono proposte musicali più rassicuranti”

E dal punto di vista artistico invece, dove sta andando la musica?

Dal punto di vista artistico invece siamo in una fase di cambio generazionale, come detto. La vecchia scena indipendente ha trovato i suoi eredi. Questi eredi più che rifarsi alla scena rock indipendente di vent’anni fa si rifanno al pop del passato. Gli artisti musicali della nuova generazione – come Calcutta e tanti altri – stanno reinventando in chiave indipendente il pop. Per la prima volta questo rinnovamento avviene non solo dai talent o dalle major, ma dalla scena indipendente giovanile che ha in Lucio Battisti uno dei suoi grandi punti di riferimento. Poi ci sono anche gli artisti che stanno rinnovando l’area indie rock, come per esempio Motta, che riescono a tenere alta asticella e rimanere legati a stili d’oltremanica di alto livello. C’è ancora spazio per questa realtà. In una società precaria e in crisi come la nostra, è statistico che l’innovazione musicale abbia più difficoltà a venire fuori e sia più facile fare musica già sentita e rassicurante. Non è un caso che Carlo Conti vinca a Sanremo con proposte più tradizionali. È più facile oggi ascoltare cose più rassicuranti. Ma bisogna proseguire a spingere sul pedale dell’innovazione per non restare indietro.

Alla luce di questi mutamenti, quale è il futuro del Mei per Giordano Sangiorgi?

Daniele Silvestri, ospite d'onore al Mei 2016
Daniele Silvestri e la sua band, ospiti d’onore al Mei 2016

Noi abbiamo fatto un incontro con enti locali e abbiamo ribadito che si deve aprire un nuovo ciclo. Questo perché il Mei lavora con risorse che sono un decimo rispetto ad altri festival di pari livello in Italia e sul nostro territorio. Noi riteniamo sia necessario riconoscere il nostro marchio nazionale riconosciuto ormai da due generazione che porta un indotto economico, culturale, giovanile sul territorio straordinario e su questo è necessario avere un tavolo di lavoro che porti piu’ risorse oramai indispensabili altrimenti si rischia che questo patrimonio vada disperso. Con il Mei Faenza è al centro da vent’anni del dibattito nazionale sull’arte musicale contemporanea: una centralità che merita un maggiore impegno delle istituzioni dal punto di vista organizzativo ed economico come si fa per le altre grandi culture del territorio. Inoltre per il futuro è indispensabile un lavoro di sinergia. Non è possibile, in un’epoca di scarsità di risorse come questa, non dialogare fra grandi eventi, non poter sviluppare la propria idea di progetto durante tutto l’anno. Si deve creare rete musicale coordinata sul territorio insieme al Tavolo della Musica che abbiamo organizzato insieme al Comune di Faenza. Il Mei non può più presentarsi solo una volta l’anno, ma deve svilupparsi durante tutti e dodici i mesi dell’arco dell’anno

Il Mei 2016 ha ospitato la prima edizione nazionale del Festival del Giornalismo musicale. Quale è il bilancio per questo tipo di manifestazione? Verrà riproposta?

Il giornalista musicale Enrico Deregibus, presente al Festival organizzato dal Mei
Il giornalista musicale Enrico Deregibus, presente al Festival organizzato dal Mei

È stata una bella intuizione. Sui social ho assistito negli scorsi mesi a tanti dibattiti fra giornalisti e il futuro del giornalismo musicale, oltre che della musica stessa. Al Festival hanno partecipato 110 giornalisti provenienti da tutta Italia a Faenza: dalla grande stampa fino ai nuovi blogger. Abbiamo avuto due giorni di dibatti: Faenza è stata anche qui innovatrice. Questo format avrà sicuramente un seguito, forse anche autonomo rispetto al Mei. È stata un’iniziativa che ha colto l’esigenza dei giornalisti di confrontarsi. In più abbiamo dato dignità ad una categoria di giornalisti – quelli musicali – che non c’era mai stata prima ribaltando la tradizionale organizzazione di un festival: infatti per primi abbiamo invitato i giornalisti e poi abbiamo fatto il programma.

“Sono sempre stato molto colpito positivamente quando i giovani hanno ricambiato la mia fiducia”

Quale è il ricordo più bello che Giordiani Sangiorgi ha del Mei?

Ce ne sono tanti. Uno recente mi ha sorpreso molto. C’è un articolo di un giovane giornalista, di Francesco Galassi, direttore di ExitWell, che parla con molto affetto del Mei e della fiducia che io ho dato a questi giovani per entrare nel circuito del Mei e dare un loro contributo. Il Mei è sempre stata una porta aperta e sono sempre stato molto colpito positivamente quando i giovani hanno ricambiato la mia fiducia. E questo è accaduto tantissime volte negli ultimi vent’anni. Questi sono i ricordi più belli. Anche se purtroppo è capitato che in alcuni casi la fiducia è stata mal riposta con alcuni che hanno scippato veri epropri “pezzi di Mei” portandoli di nascosto da altre parti. Comunque, Il dare una piattaforma ai più giovani è servito a costruire il futuro: tante realtà sono nate grazie al Mei. Questa è una cosa che ti ripaga in termini etici e affettivi di tutto il lavoro fatto. Vent’anni fa non mi sarei mai immaginato tutto questo. Sotto c’è stata una spinta di passione fin da subito sempre riconosciuta dagli addetti ai lavori e da tutti coloro che fanno parte del circuito musicale del paese. Ma sicuramente il ricordo più bello e indelebile è stato quando è venuta a Faenza il Ministro per i Beni Culturali Giovanna Melandri nel 2000 ad inaugurare il Mei dell’epoca: era il segno che c’erano amministratori lucidi e innovatori che vedevano nella cultura musicale indipendente una parte integrante della cultura del Paese, cosa spesso non compresa neanche da amministratori locali. Un progetto che ora il Ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini sta portando a compimento con tante azioni positive verso la musica italiana e indipendente.

“Abbiamo talmente tanti input dal nostro mercato di riferimento che fai fatica a seguire anche cosa sta succedendo contemporaneamente in altri settori della musica”

Il nostro blog ha raccontato nei mesi scorsi, con la collaborazione di Daniele Scarazzati, come è stato possibile realizzare il Mei in una città come Faenza. È possibile al giorno d’oggi creare qualcosa di simile al Mei, partendo dal basso e coinvolgendo i giovani spinti da passione?

Noi intanto stiamo lavorando come Mei a un ricambio generazionale sia tra gli artisti ma anche nell’organizzazione. Con l’ingresso dei social a gamba tesa nella nostra vita privata il mondo si è frammentato molto e fare un grande evento unificante è sempre più difficile. Oggi è molto meglio lavorare con una squadra che con passione crea un evento che si specializza sulle nicchie: quelle possono avere successo. Nell’ampio mercato globale è invece difficilissimo essere un punto di riferimento per tanti. Limitandoci al campo musicale, mentre una volta senza internet dialogavi direttamente con le persone, le band e si incontravano tanti mondi diversi magari con un unico appuntamento nazionale, oggi paradossalmente molti non sanno quello che fanno gli altri: l’indie è frammentato in moltissimi generi e sottogeneri spesso gli uni autonomi dagli altri. Abbiamo talmente tanti input dal nostro mercato di riferimento che fai fatica a seguire anche cosa sta succedendo contemporaneamente nel rock, nel pop, tra i cantautori, nel rap, nel folk, nella world, nel jazz ma anche nel funky, nel metal, nel blues e in tutti gli altri generi. Oggi escono cinquanta singoli a settimana autoprodotti indipendenti: già solo seguire quelli con cura hai finito il tuo tempo. È un mercato ultra frammentato sempre piu’ difficile da unificare con un unico progetto.

L’innovazione tecnologica ha aumentato la democrazia in ambito musicale: oggi possono suonare tutti, per me è una cosa positiva, molti invece pensano sia un fenomeno negativo. Certamente per gli addetti è un lavoro molto più impegnativo e devi ascoltare anche tanta roba brutta. Tra le cose che mi lasciano perplesso cito Il fatto che ancora oggi la vetrina del Mei non abbia un riconoscimento ufficiale con un suo spazio ufficiale in Rai. Mentre il Mibact, con il quale abbiamo attivato un percorso positivo e virtuoso, ha finalmente riconosciuto il “modello Mei” facendogli organizzare l’anteprima della Festa della Musica nella Capitale della Cultura d’Italia di quest’anno a Mantova. Il Mei è il termometro di cosa suonano i ragazzi oggi e la Rai non può non esserci se vuole guardare al futuro e deve farla diventare la vetrina televisiva del nuovo talento emergente dal prossimo anno.

“Un artista che mi ha colpito? Motta”

Un artista che ha colpito particolarmente Giordano Sangiorgi in questa edizione del Mei?

Il cantautore Motta premiato dal giornalista Federico Guglielmi al Mei 2016
Il cantautore Motta premiato dal giornalista Federico Guglielmi al Mei 2016

Motta. Lui è l’esempio della giovane generazione indipendente di oggi ai massimi livelli. Ha fatto un disco maturo che ha potenzialità internazionali, potrebbe anche essere cantato in inglese ad esempio secondo me, e portato ai mercati stranieri. Credo che in una fase storica difficile per l’innovazione musicale come la nostra, lui spinga con originalità a un modello diverso dal pop.

Cosa cerca Giordano Sangiorgi nella musica di oggi?

Una cosa che non ho mai sentito prima, qualcosa che sappia innovare in maniera attuale modelli del passato. I Colletivo Ginsberg di Forlì oggi mi sembrano gli Area di tanti anni fa: sia chiaro non c’entrano nulla con gli Area, ma serve a me per avere dei punti di riferimenti con i quali ascoltarli. Oltre a loro mi piacciono anche i Nadàr Solo di Torino e Sula Ventrebianco di Napoli. Sono tre esempi in Italia di artisti che cercano di innovare il modello sonoro. Ma poi leggete tutti gli artisti presenti al Mei quest’anno e lì troverete come accade ogni anno qualcuno dei nomi che rinnoveranno la musica italiana dei prossimi anni.

Giordano Sangiorgi: intervista a JamTv

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