Ventimiglia e il confine italo-francese: un modello insostenibile di gestione del flusso migratorio

Per chi come me nutre ancora oggi speranza nel progetto europeo di unione concreta degli stati membri e di una maggior condivisione delle competenze in alcuni settori cruciali come la gestione dei flussi migratori, la situazione di Ventimiglia e del confine italo-francese porta tante delusioni e dubbi nei confronti di un sistema che è fortemente in crisi. Questo desta ancor maggior preoccupazione se i protagonisti di questa non-gestione del fenomeno sono due paesi fondatori dell’Unione Europea: l’Italia e la Francia. Raccontare Ventimiglia e quello che i migranti sono costretti a passare non è facile, soprattutto dopo averlo vissuto in prima persona. Ma è importante non chiudere gli occhi e testimoniare le ingiustizie compiute nei confronti di persone estremamente vulnerabili.

Questa piccola porzione di territorio lunga una decina di chilometri, che separa l’Italia dalla Francia, era stata al centro dell’eco mediatica nel 2015 quando una decisione unilaterale dello stato francese aveva portato il ripristino del controllo alla frontiera e al blocco dell’accesso nel paese per i migranti provenienti dalla rotta del Sahel, creando una situazione fortemente emergenziale per quel che concerne l’assistenza e la protezione delle fasce più vulnerabili. Quanto è cambiata la situazione dal 2015 ad oggi? Quello che riporto qui è il frutto di una settimana a stretto contatto con la comunità locale, la Caritas di Ventimiglia e le organizzazioni non governative che ancora lavorano alla frontiera.

Alcuni dati sui flussi migratori al confine italo-francese

Nel quadro di una forte riduzione degli sbarchi in Italia nel corso del 2018, la dimensione del flusso migratorio a Ventimiglia ha subito un calo drastico: se nel 2017 erano transitate poco meno di 23mila persone, nei primi quattro mesi del 2018 si è scesi a poco più di 4.200 (Oxfam, 2018). Le nazionalità prevalenti nel 2018 erano Eritrea e Sudan (rispettivamente 51% e 23% sul totale degli arrivi). Oggi è presente una forte componente dalla Nigeria e Algeria. Ma non solo. Nel 2019 sono aumentati fortemente gli arrivi dalla rotta balcanica che comprendono diverse nazionalità, quali Albania, Siria, Iraq, Afghanistan, Pakistan e Bangladesh. Le categorie maggiormente presenti sono quelle degli uomini tra i 18 e i 30 anni e dei minori non accompagnati (25% sul totale degli arrivi nel 2018), questi ultimi in grave difficoltà purtroppo. Anche il numero delle donne ha subito tuttavia un aumento negli ultimi anni.

La situazione alla frontiera, le testimonianze e il racconto dei migranti

Quello che succede in frontiera ha destato in me particolare preoccupazione, soprattutto dopo aver ricevuto testimonianze dirette da parte dei migranti che avevano cercato di attraversare il confine nei giorni precedenti il mio arrivo. Affiancato a due operatori di We World Onlus e Diaconia Valdese, due organizzazioni che operano in frontiera fornendo assistenza materiale di base e informazioni sulle condizioni legali ai migranti, saliamo in macchina al confine e percorriamo a piedi un centinaio di metri verso la dogana francese. Incontriamo subito persone per strada e ci rivolgiamo a loro per comprendere meglio ciò che avevano passato. Interessante è il dialogo che intraprendo con un ragazzo della Libia: aveva tentato di giungere in Francia con il treno e, fermato dalla polizia francese, era stato subito portato nei locali della dogana dove era stato trattenuto tutta la notte in una stanza insieme ad altre dieci persone, senza acqua, senza cibo e senza supporto medico. «Ci hanno fatto dormire per terra ammassati uno contro l’altro, non ho dormito per nulla» mi racconta. La stessa sorte è toccata a un ragazzo nigeriano e un afgano che incrociamo poco dopo per strada. La detenzione arbitraria dei migranti da parte della polizia è una pratica illegittima e va contro il diritto interno e comunitario, ma avviene quotidianamente, mi spiegano i due operatori che mi accompagnano.

Le violazioni francesi del Regolamento di Dublino: ai minori viene dato un documento con una data di nascita falsa

Ma la cosa più grave è quello che la polizia francese compie a danno dei minori non accompagnati, che sono una quota preponderante delle persone in arrivo. Sono frequenti infatti i casi di respingimenti forzati di minori verso l’Italia. Questo in aperta violazione del Regolamento di Dublino il quale stabilisce che i minori che presentano domanda d’asilo in Francia non possono essere rinviati in Italia (non vale il cosiddetto criterio del paese di primo ingresso). Non possono nemmeno essere respinti i minori soli che si trovano in territorio francese e che non intendono richiedere la domanda d’asilo. Il governo deve garantire loro protezione e assistenza in prima istanza. La polizia francese ha adottato un escamotage per aggirare questa regola: non avendo spesso alcun tipo di documento con sé, i minori non riescono a dimostrare la loro età effettiva, perciò nel documento di respingimento prodotto dalle autorità viene indicata una data di nascita falsa, diversa da quella dichiarata in sede di registrazione (spesso 1/1/2000, risultando quindi maggiorenni). Ecco allora che il respingimento può avvenire legittimamente. Si sta parlando di soggetti estremamente vulnerabili ai quali viene negata ogni tipo di garanzia pur avendone il diritto. È grave ed inaccettabile.

Molti migranti respinti finiscono nel Sud Italia

Sebbene il flusso migratorio dal 2015 ad oggi sia diminuito considerevolmente, le pratiche illegittime della polizia francese continuano senza alcun tipo di indugio. Violazione di diritti fondamentali da parte di un paese membro dell’Unione Europea. Non servono troppi giri di parole. La sorte di chi viene respinto al confine non è certamente rosea. Non è raro infatti il rastrellamento da parte delle autorità italiane nei confronti dei migranti irregolari che la Francia ha rigettato e di quelli già presenti in territorio nazionale. Molti vengono trasferiti in centri del Sud Italia, come il Cara di Crotone o il Cie di Taranto per esempio. Una pratica insostenibile perché non risolve di fatto la situazione ma sposta semplicemente il problema da un’altra parte. Per non parlare dei costi (pubblici) di questi spostamenti.

La situazione a Ventimiglia: l’opera della Caritas

Ventimiglia ha vissuto tutte le fasi della crisi di migratoria: da quella emergenziale del 2015, caratterizzata da un flusso drammatico con numeri molto elevati, a quella di stallo attuale nella quale l’arrivo di migranti è calato ma la politica di chiusura e respingimento è rimasta pressoché immutata. La Caritas locale garantisce ancora oggi prima assistenza per chi si trova in difficoltà, dal servizio mensa giornaliero al supporto medico-legale. Frequenti sono i casi in cui a presentarsi allo sportello legale sono migranti a cui è stato negato il rinnovo del permesso di soggiorno o a cui non è stato riconosciuto lo status di richiedente asilo dalla commissione competente. Nei primi sei mesi del 2019 questo si è verificato sempre più spesso. Tutto ciò a causa di scelte politiche dettate dall’alto.

Il campo di Roja, 200 migranti ancora oggi

Dal 2016 inoltre, a pochi chilometri dalla città, è stato allestito un campo di transito lungo il fiume Roja. Lo gestisce la Croce Rossa Italiana d’intesa con la Prefettura di Imperia. Al suo interno oggi vivono circa 200 persone. Accedendo al campo, i migranti che non hanno alcun tipo di garanzia possono avviare un percorso legale di riconoscimento. Ma non tutti hanno scelto di accedervi: uno dei principali motivi di questa scelta è la presenza della polizia italiana al suo ingresso, la quale ha deciso di prendere e registrare le impronte digitali di tutte le persone che entrano. È chiaro che per molti migranti questo risulta essere un deterrente fortissimo. Non capiscono perché devono lasciare le impronte di nuovo, dopo che la maggior parte di loro è già stata identificata agli sbarchi e sono spaventati dalla presenza della polizia, di cui non comprendono la ragione. Inoltre nei primi anni dopo l’apertura, il campo si è rivelato insufficiente dal punto di vista della capienza e delle infrastrutture necessarie. Ecco allora che molti hanno scelto di accamparsi al di fuori del campo, lungo il cavalcavia al di sopra del fiume, in condizioni estremamente precarie. Che si trovino sul greto del fiume Roja, o in altri luoghi meno visibili, i migranti non hanno accesso ad acqua pulita per lavarsi, servizi igienici, acqua potabile. I migranti presenti in città, se non accolti al Campo Roja, dormono all’aperto, sparsi in piccoli gruppi, difficilmente intercettabili dagli operatori delle Ong e dai volontari locali ed esposti a rischi ancora maggiori. In sintesi, i migranti che sono riusciti ad avviare un percorso di riconoscimento legale a Ventimiglia hanno potuto accedere ai servizi e alle garanzie fondamentali. Coloro invece che non hanno avuto la stessa fortuna vivono nell’informalità, in condizioni di vita piuttosto precarie. Chiaramente la maggior parte rientra nella seconda categoria.

Una politica migratoria europea poco lungimirante

Questo è il quadro attuale che si presenta ai nostri occhi. Resta solo da chiedersi se le cose cambieranno o se invece rimarranno irrisolte da qui ai prossimi mesi o anni. Da una parte abbiamo un paese membro fondatore dell’Unione Europea che viola sistematicamente la regolamentazione stabilita in materia di migrazione, affiancato dal paese vicino, membro fondatore anch’esso, che accetta lo status quo e si limita a tamponare gli effetti all’interno del suo territorio. È sostenibile tutto ciò?
Ventimiglia penso costituisca l’esempio perfetto di una politica migratoria europea poco lungimirante e poco efficace, che si limita ad agire sugli effetti di un fenomeno molto complesso che necessiterebbe un’azione integrata e condivisa da parte degli stati membri.

Francesco Casalini

Per approfondimenti qui.

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