Sto pensando di finirla qui di Charlie Kaufman

 

Che spreco passare tanto tempo con una persona, solo per scoprire che è un’estranea.  Jim Carrey – Se mi lasci ti cancello

 

La dolce Lucy è la fidanzata di Jake, un ragazzo colto e sensibile con cui condivide una relazione a cui sembra non tenere particolarmente: il fuoco vivo della passione appare spento e demotivato, una distanza istintiva separa involontariamente i giovani amanti. Ai nostri occhi, la data di scadenza del loro rapporto è alle porte, anzi, forse è stata già ampiamente superata e il tutto sta andando avanti solo per inerzia. Lucy riflette spesso sul terminare la loro storia d’amore il prima possibile (…di finirla lì) ma infiniti pensieri di svariata origine impediscono di ragionare lucidamente.

Durante un giorno di neve, i due prendono la macchina e si recano nell’isolata fattoria dei genitori di lui per una visita di piacere. Da questo momento in poi avvenimenti al di fuori dell’ordinario stravolgeranno la giornata dei protagonisti, concetti confusi e spesso poco comprensibili fioriranno all’interno delle loro menti e lo spettatore si ritroverà a dover fare i conti con situazioni ed eventi al confine tra la realtà e la fantasia.

Dopo i grandi successi passati, Kaufman ritorna con una solida produzione Netflix, indubbiamente pregna in ogni suo fotogramma del suo stile personalissimo e cervellotico il quale, in una stagione cinematografica sfortunata come quella vigente, potrebbe rappresentare tranquillamente un’ autorevole candidata per la vittoria di qualche riconoscimento di grande valore. Gli Oscar del 2021 non sono da escludere, visto che il film è stato distribuito in un numero limitato ma preciso di sale per raggiungere tale obiettivo.

“Un pensiero può essere più vicino alla verità, alla realtà, di un’azione. Puoi dire qualunque cosa, fare qualunque cosa, ma non puoi fingere un pensiero”.

La trama si articola principalmente in due sezioni principali collegate da un lungo viaggio stradale. Qui, gli attori mettono in scena delle performance eccezionali, dove dimostrato abilità sia nel reciproco ascolto sia nelle parti parlate. E in questo film si parla parecchio.
Tante, tantissime parole. Discorsi non sempre legati perfettamente gli uni con gli altri ma che conducono chi guarda in una dimensione onirica costituita da un enorme flusso di coscienza alla Joyce.

La prima parte della sceneggiatura è più bella, divertente e meno didascalica. L’ora iniziale del film difficilmente annoia, la narrazione procede con passo spedito e ci catapulta in un mondo che adoriamo non comprendere per quanto sia terrificante e attraente. Le tinte horror aiutano moltissimo.

La seconda parte è più lenta, il minutaggio assegnato al parlato è ridicolmente eccessivo e vengono accennati mezzi spiegoni che fanno perdere di ritmo e di interesse il film.
Inoltre Kaufman ricorre pure ad sperimentazioni a volte fin troppo coraggiose che stridono con tutta l’atmosfera creata brillantemente in precedenza, tanto da apparire un po’ pacchiani e inutilmente virtuosi.

Wow è un’ esclamazione multiuso! – Metafora di una malattia mentale soggetta a mille interpretazioni.

Il tema del dilemma psichico è già stato trattato in altre opere dell’autore, che ormai lo utilizza come un suo tratto distintivo (Eternal Sunshine of the Spotless Mind, Anomalisa, ecc). Questo lavoro non fa assolutamente eccezione, in quanto riesce a mostrare con estrema capacità tutte le problematiche del delirio intellettivo tramite il montaggio filmico. Scatti e movimenti di macchina improvvisi costellano la struttura del film insieme a tagli rapidi e repentini, lo scorrere del tempo diventa un concetto completamente relativo ed, in più occasioni, una voce fuori campo (quella di Lucy) sarà presente con il ruolo di narratore descrivendoci il suo punto di vista riguardo i fatti mostrati. Ciò darà spazio ad una quantità non indifferente di interpretazioni plausibili da assegnare al significato intrinseco dell’opera… Anche se una in particolare risalterà più delle altre.

La scomposizione e ricomposizione delle varie sequenze, che noi vediamo grazie ad un peculiare tipo di editing, sono assimilabili alla costruzione del nostro ragionamento quotidiano: Un pensiero infatti nasce, si trasforma, cambia, torna indietro, va avanti, torna indietro di nuovo e matura fino a diventare irriconoscibile.

L’apparto tecnico è quasi perfetto: le ambientazioni sono poche e semplici, i personaggi pure e il testo fa da padrone a tutto l’allestimento. Volendo, il film di Kaufman potrebbe benissimo essere tradotto come un’egregia pièce teatrale senza nemmeno sconvolgerlo nella sua originalità.

Le uniche note dolenti sono l’impianto luci davvero scialbo e tetro, naturalmente in linea con l’intenzione originaria di trasmettere un senso di angoscia e tensione ma che a lungo andare può generare noia e monotonia cromatica.

“Gli umani non possono vivere nel presente, quindi hanno inventato la speranza”.

Lo sguardo finale del regista non è dei più allegri né dei più sereni. Malinconia e frustrazione repressa sono i sentimenti portanti che caratterizzano il racconto. Tuttavia egli riesce a realizzare, dopo qualche anno di stop lavorativo, un prodotto di buon gusto che lascia con il fiato sospeso per tutta la sua lunghezza e, una volta uscito dalla sala, ti ritrovi con la testa vuota, carico di dubbi e perplessità entusiasmanti su ciò che hai appena visto.
Un lungometraggio intelligente, forse a tratti impegnativo ma che dà fiducia ed ispirazione alla nuova generazione di sceneggiatori i quali avranno l’ingrato compito di consegnare idee sempre più curiose e singolari in un periodo purtroppo vuoto come quello odierno.

Spero che la mia morte abbia più senso della mia vita. Joaquin Phoenix – Joker

 

Recensione a cura di Alex Bonora

Francesco Ghini

Vivo a Faenza e mi occupo di ricerca biomedica e comunicazione scientifica. Ho conseguito un dottorato di ricerca in Medicina Molecolare presso l'Istituto Oncologico Europeo di Milano e numerose partecipazioni a conferenze internazionali come speaker. Parallelamente, ho seguito come direttore artistico la realizzazione dell'evento Estate di San Martino a Piacenza (2012 e 2013) e ho maturato una forte esperienza nell'ambito della comunicazione e dello storytelling. Nel 2014 ho aperto Buonsenso@Faenza e da questa esperienza, nel 2018, è nata l'agenzia Buonsenso Comunicazione. Amo il teatro, i film di Cristopher Nolan, i passatelli e sono terribilmente curioso.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.