Arte e fotografia “Sulla natura delle cose” a Officina Matteucci

Tre giovani artisti per raccontare la natura e il suo rapporto con l’uomo. Officina Matteucci inaugura venerdì 25 maggio la mostra collettiva dal titolo Sulla natura delle cose, degli artisti Daniele Pilla, Alessandro Turoni e Matteo Vandelli, a cura di Michele Argnani. Inaugurazione alle ore 18.30, in esposizione sabato 26 e domenica 27 maggio dalle 10.30 alle 12.30, e dalle 16 alle 18.30. La mostra prosegue su appuntamento (Davide: 360 22 65 503, Michele: 334 23 21 746) e-mail: officinamatteucci.info@gmail.com

Sulla natura delle cose trasforma lo spazio espositivo in un ideale laboratorio scientifico, in cui le opere esposte sono accomunate dall’interesse verso l’indagine di luoghi o aspetti legati alla scienza, portandoci a quell’immaginario di ricerca e di sperimentazione. Il titolo fa riferimento al poema latino De rerum natura, in cui il poeta Lucrezio si serve del filtro artistico per divulgare una materia scientifica.

Scontro e lotta nell’arte di Alessandro Turoni

Le sculture dell’artista Alessandro Turoni (Forlimpopoli, 1986, foto di copertina, ndr), disposte per lo spazio espositivo, rappresentano ciò su cui si fonda il suo pensiero artistico: interessato principalmente alla natura e alla sua storia, all’evoluzione delle forme di vita, all’anatomia degli esseri viventi, ma allo stesso tempo alla psicologia e ai comportamenti della mente umana con le sue incongruenze, Turoni costruisce le proprie opere basandosi sull’idea di scontro e di lotta. Tali elementi si palesano attraverso il contrasto tra le forme e un generale senso di irrequietezza. In mostra sono esposti alcuni lavori che fanno parte delle serie Aberranti, Anatomie Inorganiche e Wunderkammer, dove si denota uno sguardo rivolto verso la sperimentazione e nell’utilizzo di materiali sempre diversi.

Matteo Vandelli: convivenza tra natura e uomo

Alle pareti della prima sala troviamo la serie di fotografie intitolata Botanischer Garten, che Matteo Vandelli (Lugo, 1992) ha realizzato nel 2017 all’interno dell’omonimo luogo, il Botanischer Garten und Botanisches Museum di Berlino. Il fotografo realizza un progetto visivamente omogeneo, quasi scientifico, contaminato da una forte estetica dell’immagine in contrasto con dettagli concreti che palesano una presenza umana addensata intorno ad uno scenario paradisiaco. L’intenso aspetto armonioso delle fotografie viene smorzato da una serie di particolari: non stonature in un paesaggio utopico quanto esempi di convivenza tra natura e uomo.

Daniele Pilla, il racconto del passato

Nell’ultima sala troviamo le Ambre dell’artista Daniele Pilla (Varese, 1980), che fanno parte di un più ampio progetto di Archeologia del contemporaneo. Un’indagine sui corpi, sui segni di cui sono portatori e dai quali intuiamo uno straniante “sentimento del tempo”. L’ambra ha il potere di far viaggiare l’osservatore nel tempo. Attraverso il frammento perfettamente conservato ci riporta a un passato sterminato di cui siamo privilegiati osservatori. L’inserzione di oggetti della nostra quotidianità all’interno della resina proietta allora il fruitore in un futuro altrettanto lontano. Ci troviamo a essere futuribili, alieni in visita a un pianeta estinto, archeologi della nostra stessa epoca. La distanza nel tempo — il periodo necessario alla naturale fossilizzazione della resina — si ripropone nello spazio, laddove l’oggetto sospeso seduce lo sguardo ma non si lascia afferrare dalla mano. Un contemporaneo memento mori quindi, una riflessione sulla caducità e sulla distanza come condizioni di possibilità del progetto umano, e una suggestione legata all’aspetto auratico dell’opera d’arte.

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