“La scuola che vorrei è in presenza”, lettera di una faentina alla dirigente scolastica

Riceviamo e pubblichiamo una lettera della faentina Monia Mongardi, madre di due bambine, inviata alla dirigente scolastica dell’istituto comprensivo Strocchi, Maria Saragoni. Nella lettera viene descritto come questa famiglia ha vissuto questi mesi di ‘didattica a distanza’ e della necessità di riaprire le scuole a settembre per garantire una vera educazione alle nuove generazioni.  

Una lettera sulla necessità di riaprire le scuole in sicurezza

Marzeno 20 maggio 2020

Gentile dirigente Saragoni,

sono mamma di due bambine che frequentano la scuola primaria Carchidio (classe seconda e quarta) e vorrei condividere con lei e darle modo di capire quello che è stata ed è tutt’ora la nostra esperienza educativa, emotiva, e di crescita, durante questo periodo di scuola “a distanza”.

Dal giorno 24 febbraio ad oggi sono trascorsi quasi tre mesi e mentre le prime due settimane per le mie figlie sono passate in un clima di pseudo-vacanza, le successive settimane sono state mano a mano più pesanti. Io non voglio in questa lettera entrare nel merito della situazione esterna di pandemia, né parlare dei morti, o del generale clima di paura e panico che uccidono forse più del virus. E’ da mesi che non sentiamo parlare di altro. Io le vorrei parlare delle mie due bambine, e di come la loro crescita sana, non solo la loro educazione, sia gravemente compromessa dalla fine della scuola. Perchè parlo di fine della scuola? Siamo solo a maggio ma la scuola in Italia è finita, per come la vedo io, nel momento stesso in cui si pensa che basti un tablet o un pc portatile con collegamento internet per andare avanti col programma. E’ finita quando si decide ad aprile che la scuola non riaprirà più per quest’anno, mentre in contemporanea in quasi tutti i paesi europei le scuole riaprivano. E’ finita quando si pensa che a settembre si tornerà sui banchi con distanze di 1 metro, mascherine, guanti e chissà quale altra corbelleria. E’ finita quando si pensa che tra bambini non ci siano più abbracci e giochi a meno di 1 metro nemmeno durante l’intervallo. E’ finita quando si pensa che sarà obbligatorio dividere le classi e una metà farà da casa in collegamento quello che l’altra metà fa dalla classe in presenza. Certo questi ultimi due mesi ci hanno abituato a tutto il peggio, ci fanno pensare al futuro con la paura che ci attanaglia il ventre e non riusciamo a pensare al bene dei bambini che tra pochi anni, tempo di farli crescere, sarà il bene del mondo intero.

Torniamo un passo indietro, le suggerisco questo semplice esercizio, le chiedo di pensare a tutti i più bravi pedagogisti, insegnanti, genitori, che conosceva o di cui ha letto prima del Coronavirus e le chiedo cosa avevano in comune, in che maniera loro educavano e accompagnavano i bambini nel mondo? Pensiamo alla Montessori e alle sue aule con i banchi tutti intorno e ai bambini che girano e lavorano tra i banchi, pensiamo a un maestro di oggi, Franco Lorenzoni, che nel piccolo paesino di Giove insegna alle elementari in classi con pochi bambini, una decina in tutto, e li porta fuori in cortile a sperimentare e imparare dalla natura. Pensiamo a Zavalloni e alla sua pedagogia della lumaca. Gli esempi di bravi insegnanti si sprecano, le possibilità di avvicinarsi a questi modelli ci sono, soprattutto ora che il destino ci porterebbe in quella direzione. Ci porterebbe a fare scelte coraggiose, controcorrente, ma giuste per i bambini. Scelte che possono salvare una generazione e fare crescere dei bambini sani.

La salute è un bene prezioso, lo è la salute mentale quanto quella fisica. I bambini che in questi mesi sono stati costretti in cattività, in prigione forzata con nessun contatto sociale, che genere di adulti diverranno se questa situazione perdura? Se la scuola sarà in collegamento da casa o con distanza “sociale” di un metro, che generazione di paranoici, schizofrenici, esseri con crisi di panico, scarse capacità sociali e problemi emotivi di ogni tipo avremo tra 10-20 anni? E’ mia responsabilità di mamma mantenere la serenità per le mie figlie ora che sono a casa con me, essere io serena nell’affrontare questa realtà esterna squilibrante e difficile, mandare loro un messaggio di calma e positività nonostante tutto. E’ mia responsabilità e piacere educarle a casa, ma è compito della scuola educarle a diventare cittadine, ed esseri adulti indipendenti, intelligenti e capaci di imparare.

Io so che una dirigente ha spazi di decisione, so che una dirigente intelligente può fare una grande differenza per tutti i bambini e le famiglie di cui si trova a prendersi cura. So che le scelte sono difficili ma che vanno prese per il bene e non sotto l’impulso della paura. So anche che in questo paese esiste la burocrazia, esistono le cause legali, ed esistono insegnanti che non hanno alcuna vocazione ad essere dei veri educatori ma vedono piuttosto la scuola come il posto fisso con orari da part-time. Come ci sono d’altra parte e, per fortuna, tanti insegnanti motivati e coraggiosi, che amano i “loro” bambini. Signora dirigente, segua questi ultimi, si faccia consigliare da loro e ricordi che le sue decisioni influenzeranno il benessere psicofisico dei nostri bambini.

La scuola che io vorrei per loro a settembre è una scuola in presenza, sempre, perchè con l’esempio si impara più che con le parole.
La scuola che io vorrei è una scuola con spazi aperti dove imparare, chi ha detto che occorre stare dentro un aula?
La scuola che io vorrei è una scuola che sa usare tutti gli spazi che il comune ha a disposizione. Che fine fa il rione bianco durante l’inverno? Enormi sale vuote inutilizzate.
La scuola che vorrei è una scuola in cui le classi sono più piccole, o in cui si può lavorare a progetto con gruppi di bambini.
La scuola che vorrei è una scuola in cui ci si abbraccia senza paura dell’altro.
La scuola che vorrei accoglie tutti e non fa differenze, aiuta i bambini che fanno più fatica ad apprendere, e li fa sentire uguali agli altri. Tratta alla stessa maniera chi a casa ha due tablet e un pc fisso con connessione wifi e chi invece vive su un monte senza rete perchè li la rete non prende ed ha solo un telefono con lo schermo rotto. Tratta ugualmente i figli di genitori stranieri che non parlano e non leggono l’italiano quanto i figli di pluri-laureati con un master alla Bocconi.

Questa è la scuola che vorrei per le mie figlie, non è la scuola a distanza, che è il suo contrario e non è la scuola della “distanza sociale” e delle mascherine, che è la scuola della paura che conduce solo ad un futuro di perenne paura dell’altro e psicosi generalizzata. In questi momenti e grazie al coronavirus, che ha operato da acceleratore, tutte le debolezze del nostro sistema educativo sono venute alla luce. Bene, si vede che è il momento giusto per cambiare. Facciamo la cosa migliore per i bambini, cambiamo in meglio.

Sono a sua disposizione con piacere in qualsiasi momento. Se ci sentiremo in futuro non si metta nella condizione di dire “non potevo farci niente.” Ognuno di noi può fare qualcosa, sia anche solo il fatto di scrivere una lettera a qualcuno.

Con grande fiducia in lei, le porgo i miei sinceri saluti.

Monia Mongardi

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