#FAENTINIeMIGRANTI – Intervista agli operatori della Cooperativa Zerocento

Che cosa significa portare avanti un progetto di accoglienza e integrazione? Per capirlo concretamente, ed avere il punto di vista di un operatore del privato sociale, ci siamo rivolti a Giuliana Caselli, responsabile del servizi della coop Zerocento nel supporto e attivazione dei progetti di accoglienza, e a Melania Dello Iacono, direttrice di una struttura faentina che accoglie tre richiedenti asilo proveniente dalla Costa d’Avorio.

La Zerocento nasce a Faenza nel 1986 e ha come esperienza principale quella delle comunità residenziali per minori in condizioni di disagio. Da un anno e mezzo a questa parte ha cominciato a fare un’accoglienza più strutturata per la gestione dei flussi migratori: si è creato un gruppo di operatori che per formazione professionale, esperienza o interesse personale iniziassero a pensare come fare accoglienza dei migranti. Nel dicembre 2014 si è realizzato il primo gruppo appartamento “Primo passo”, con la prospettiva di essere il primo step nell’organizzazione di un nuovo modo di fare accoglienza, specializzata nei confronti di minori stranieri non accompagnati e di richiedenti protezione internazionale. Al momento nella struttura gestita dalla Zerocento si trovano, oltre a tre ragazzi ivoriani provenienti dall’hub di Bologna, 2 minori stranieri non accompagnati provenienti dal Bangladesh e 14 dall’Albania. L’idea di partire con un piccolo gruppo, ci spiegano Melania e Giuliana, nasce per la necessità di creare nuclei di dimensione ridotta che possano inserirsi appieno nel tessuto locale, replicando la dinamica di un normale appartamento. “Primo passo” è un progetto che coinvolge ragazzi dai 16 ai 21 anni, e il loro zerocentoinserimento dipende molto dalle loro caratteristiche e potenzialità. Per i minori non accompagnati non richiedenti asilo il percorso prevede l’assistenza fino ai 18 anni di età, scadenza entro la quale devono trovarsi nelle condizioni di avere una vita autonoma all’interno del territorio ospitante, in quanto non gli viene più offerto alcun tipo di supporto assistenziale per la loro condizione. Diverso invece è il caso dei minori richiedenti asilo per i quali è previsto anche un percorso post-diciotto che gli permetta di concludere l’iter burocratico per l’ottenimento della protezione internazionale. Giuliana Caselli: quando gli utenti non hanno qui in Italia una rete familiare o parentale a cui appoggiarsi, il nostro compito è quello di essere degli accompagnatori nei loro progetti di vita sul nostro territorio,. Lavoriamo quindi anche per ricostruire eventuali legami familiari interrotti. In questo senso collaboriamo con i servizi sociali dei territori (faentino e lughese per ora).

Possiamo dire che le vostre attività sono un’evoluzione rispetto a quelle portate avanti tradizionalmente dalla Zerocento (impegnata nei servizi educativi rivolti all’infanzia, nell’assistenza psicologica e nella cura degli anziani, ndr), sempre però con un servizio offerto per giovani under 21. Quali sono i punti fermi dei vostri progetti di inclusione e avviamento professionale?

Melania Dello Iacono: Sostanzialmente le situazioni variano molto se il minore non accompagnato appartiene al circuito della protezione internazionale oppure no: ciò perché diverse sono le possibilità che si possono creare per la reperibilità dei documenti necessari all’iscrizione scolastica (per le scuole professionali è necessario reperire i documenti scolastici dei paesi d’origine, se non si può verificare il livello di studi dei ragazzi risulta difficile per le scuole inserirli nei percorsi formativi perché sono percorsi professionali che prevedano che il minore abbia già compiuto un determinato anno di istruzione). Per i richiedenti asilo la reperibilità di questi documenti è praticamente impossibile, visto che giungono da situazioni di forte disagio e spesso sono costretti a fuggire dai paesi di provenienza lasciandosi dietro situazioni precarie (morte dei genitori, perdita di tutti gli averi e della documentazione). Non solo, i loro percorsi scolastici spesso risultano totalmente diversi dai nostri con scuole legate unicamente all’appartenenza religiosa (es: scuole coraniche) quindi con titoli non equiparabili al diploma di scuola secondaria di primo grado, come richiesto dalle scuole professionali. A questo si aggiunga che in diversi casi da parte degli uffici dei paesi d’origine vi è grande difficoltà nell’utilizzare mezzi di comunicazione capaci di mandare i dati in tempo utile. Per tale ragione gli unici percorsi formativi sono legati esclusivamente all’acquisizione della lingua italiana. Per i corsi di italiano siamo riusciti a strutturare una collaborazione con la CISL di Faenza per due ore settimanali di lezioni gratuite tenute da una volontaria, e siamo inoltre riusciti ad inserirli nel percorso gratuito offerto dalla scuola secondaria di primo grado “Carchidio-Strocchi”. A questo si somma un nostro corso di alfabetizzazione interna, reso possibile anche dalla presenza in struttura di operatori provenienti da esperienze formative di altri centri di accoglienza del sud Italia. Siamo giunti ad assicurargli un insegnamento della lingua italiana tale che ad oggi, i richiedenti asilo attualmente presenti, parlano e comprendono perfettamente l’italiano (i richiedenti asilo in questione sono francofoni, oltre a parlare la loro lingua locale: il malinke, ndr). Per quanto riguarda la conoscenza del territorio locale abbiamo fatto in modo che i ragazzi potessero autonomamente arrivare ad orientarsi: dalle più semplici azioni quotidiane (come si prende il treno, come si va dal dottore e si prenota una visita…) alle più complesse (come si fanno determinate richieste agli uffici, a chi è necessario rivolgersi per questioni personali urgenti, quali i contatti utili per ricevere sostegno nell’inserimento territoriale). Sempre in funzione di un inserimento positivo nella rete territoriale locale, abbiamo attivato una collaborazione con l’associazione Manitese, il Teatro Due Mondi e l’Auser. Devo dire che le collaborazioni sono state veramente proficue non solo hanno regalato ai ragazzi la possibilità di impegnarsi positivamente nel quotidiano, ma ha inoltre permesso loro di conoscere dei meccanismi propri del nostro territorio e condividere le loro culture con quelle del territorio ospitante. Quello che a noi preme fare è presentare loro tutte le possibilità che il territorio può offrirgli, affinché al termine del percorso di accoglienza non abbiano più bisogno di un accompagnamento passo passo, ma raggiungano un determinato livello di autonomia e siano in grado di vivere nel territorio in totale indipendenza.

Quindi dal vostro punto di vista la possibilità di lavorare in sinergia con le associazioni di volontariato è stata positiva. Che parere avete rispetto al protocollo d’intesa sulle attività di volontariato che i richiedenti asilo possono svolgere nelle comunità dell’Emilia-Romagna, volto a incentivare tali collaborazioni?

MDI: Per l’integrazione è fondamentale. Grazie al mondo del volontariato offerto dalle diverse associazioni a questi ragazzi è regalata la possibilità di rendersi utili. La frustrazione più grande che vivono è proprio quella di dover attendere a lungo le sorti che lo Stato italiano gli concederà: si vedono costretti a stare per un periodo di sei mesi (primo permesso trimestrale per richiesta di asilo, reiterabile per altri tre mesi se non vi è la convocazione della commissione territoriale) sostanzialmente senza poter partecipare né a tirocini formativi, né ad attività lavorative o formative specifiche. I sei mesi sono pensati infatti come periodo di preparazione alla conoscenza della lingua, del territorio e alla ricostruzione delle memorie per la commissione territoriale. Scaduti i primi sei mesi vi è un secondo permesso di soggiorno con cui hanno la possibilità di lavorare ma solo in determinate condizioni. Fin quando non ottengono la protezione internazionale la possibilità di trovare lavoro si riduce notevolmente anche a causa dei limiti temporali dei permessi di soggiorno. Tutto questo per dire che in questo lungo periodo di attesa le associazioni di volontariato offrono la possibilità ai richiedenti asilo di rendersi utili ed eventualmente imparare delle attività anche di tipo professionale, ma soprattutto regalano la possibilità di conoscere persone che in un domani potrebbero aiutarli a stabilizzarsi positivamente nel territorio. Secondo me è un punto cruciale sia per aiutare i centri di accoglienza, sia per i ragazzi stessi, e dare loro fiducia rispetto al loro percorso in Italia. Il pensiero che dovremmo fare, e che purtroppo non è molto insito in noi, è che i richiedenti asilo sono una risorsa e potrebbero essere un investimento per lo Stato: se gli dai la possibilità di rendersi utili e inserirsi positivamente nel tessuto sociale ospitante, hai la possibilità di investire in persone che hanno un reale esigenza di rimettere a disposizione della comunità ciò che hanno appreso, possibilità che gli permetterebbe di riacquisire un po’ di quell’identità che hanno perso lasciando il paese di origine.

Sentendo parlare dei vari passi che si fanno nel vostro progetto di accoglienza, viene spontaneo fare il confronto con una storia che abbiamo raccontato riguardo alla tendopoli di San Ferdinando, in provincia di Reggio Calabria (LINK ARTICOLO). I ragazzi del gruppo scout Faenza 3 ci hanno descritto una situazione dove sono presenti centinaia di richiedenti asilo ed è perfino difficile capire chi sia il responsabile del campo e quali progettualità siano messe in campo per l’integrazione di chi è sul posto. La situazione sembra abbastanza diversa da quanto accade nei nostri territori. Che valutazione date rispetto alla gestione dei flussi migratori e dei richiedenti asilo a Faenza? E come giudicate il raccordo fra gli enti pubblici (Prefettura, Comuni, Unione, ASP…) e gli operatori sociali preposti all’accoglienza?

GC: Sicuramente il nostro territorio, per come è configurato, è un territorio sensibile e abituato a gestire situazioni in una logica di co-progettazione e di corresponsabilità. Quindi ci si sta muovendo in questo senso dal punto di vista delle istituzioni e degli enti, ma anche da parte delle associazioni di volontariato. Ovviamente se riusciamo a lavorare in rete in maniera integrata, riusciremo a gestire in maniera ordinata i flussi migratori e garantire un’attenzione al singolo. Questo a cascata porta a un presidio del territorio e all’evitare situazioni di criticità. Questa è la logica che stiamo respirando sul territorio faentino, su cui lavoriamo. Sentiamo grande disponibilità e apertura, anche con difficoltà da parte di tutti nel cimentarsi in una nuova progettualità… però di fatto vi è la volontà di fare accoglienza e farla assieme. Forse nei nostri territori i progetti di piccolo gruppo sono possibili perché vi sono queste sensibilità locali.

Che impatto può avere il dibattito pubblico su progetti tanto delicati? Se davvero si vuole mettere al centro il singolo e il suo rapporto con il territorio, che influenza possono avere le spinte che provengono dalle forze politiche o alcune componenti dell’opinione pubblica?

MDI: Quello che bisogna fare è mediare l’incontro: bisogna presentare bene i ragazzi al territorio. Se li fai conoscere tramite delle associazioni di volontariato, con eventi allargati, e sono visti come ragazzi che si danno da fare, senza difficoltà nella lingua… allora la risposta può non essere subito positiva, ma si evita di avere una risposta negativa. L’operatore non può esimersi da essere mediatore nei rapporti con la realtà locale. Se a livello faentino o nazionale vi sono informazioni errate sulle condizioni dei migranti, o viene creato un “terrore psicologico” che porta a vederli come persone negative, ecco in tal caso come operatori è più difficile intervenire.

GC: Siamo convinti che la conoscenza e l’approfondimento portino probabilmente a creare un pensiero corretto, reale e realistico. Parlando non per sentito dire ma approfondendo le situazioni e i contesti con le comunità di riferimento. Come operatori sociali, noi dobbiamo supportare e sostenere i nostri utenti, indipendentemente dal progetto portato avanti (migranti, minori, anziani in difficoltà, disagio mentale…). Quello che cerchiamo di fare è appunto far capire ai ragazzi l’importanza del percorso di integrazione, chiedendo ai ragazzi di farsi aiutare secondo determinati percorsi, in cui rientrano anche il loro aiuto e contributo alla comunità locale.

Volevo chiedervi anche se avete riscontrato delle differenze nei progetti portati avanti a Casola Valsenio e Solarolo, in collaborazione con ASP. Avete seguito linee guida differenti?

GC: Il modello che noi attiviamo (piccolo gruppo e percorsi personalizzati a seconda delle caratteristiche dei ragazzi accolti) lo proponiamo anche nei comuni del forese. Secondo lo stesso modello di collaborazione con i tessuti locali. Noi vediamo che questa è la direzione intrapresa anche dai protocolli regionali e dai modelli offerti a livello nazionale. A livello locale vi è inoltre la volontà di costituire un tavolo di coordinamento, che ponga ogni soggetto che si occupa di questa tematica e abbia delle peculiarità in condizione di metterle a servizio degli altri operatori, una co-progettazione che può servire a risolvere le criticità e mettere a disposizione degli altri i punti di forza. Questo conta anche: non sentirsi soli nel fare integrazione.

Cos’avete visto come esperienza nuova rispetto ai servizi che tradizionalmente portavate avanti? Avevate delle aspettative che sono state smentite o altre invece confermate nell’approccio al tema dei migranti?

MDI: Aspettative… come operatrice sociale proveniente dalla formazione interculturale, le mie aspettative a livello locale sono state più che soddisfatte. E’ vero che la difficoltà più grande sono gli iter burocratici, ma è anche vero che sono problematiche comuni ai migranti come agli autoctoni. Nulla di nuovo, insomma. Come lavoro di progettazione sono altrettanto soddisfatta perché siamo riusciti a costruire delle belle storie. Sono arrivati completamente disorientati, confusi, preoccupati, come se vi fosse una possibilità di percorso limitata per il loro inserimento, del tutto dipendente dalle politiche nazionali. E in realtà quando finalmente siamo partiti e i ragazzi hanno visto che c’era un forte sostegno e una vera volontà di aiutarli nel loro percorso, le cose sono venute da sé: hanno imparato l’italiano in due mesi, hanno avuto la possibilità di conoscere il territorio accompagnati da chi il territorio lo conosce bene. Si sono sentiti accolti e per questo hanno regalato tantissime soddisfazioni e hanno mostrato una profonda riconoscenza. A livello progettuale sono molto soddisfatta.

Mi sembra che dal quadro complessivo della vostra esperienza emerga una realtà locale in cui si riesce a lavorare bene. Come ultima domanda volevo chiedervi se avevate mai subito il contraccolpo esterno o interno di avvenimenti passati sui media a livello nazionale, pensiamo a casi di cronaca nera o problemi di gestione dei flussi migratori a Roma o in grandi centri.

GC: Direttamente no, ovviamente c’è molta attenzione. Uno sguardo attento dei potenziali rischi di questa attività. Attacchi personali fortunatamente no. Diciamo che vi è molta voglia di carpire delle informazioni, ma c’è da dire che per noi questa è una attività al pari delle altre che la Zerocento porta avanti. Da parte nostra il punto di partenza è il rispetto dell’altro, indipendentemente da chi si tratti.

A cura di Andrea Piazza

Un pensiero riguardo “#FAENTINIeMIGRANTI – Intervista agli operatori della Cooperativa Zerocento

  • 10 ottobre 2015 in 18:54
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    Mi ha fatto piacere constatare la positività delle risposte ad uno dei maggiori bisogni che l’Europa e l’Italia in particolare stanno vivendo. Nonostante la scarsità di risorse ho riscontrato un livello alto di preparazione che ha permesso di mettere in campo validi progetti sociali.

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