De André e la scienza: un ascolto al tempo del Covid-19

Ipse dixit. La scienza è prepotentemente protagonista in questi mesi e ogni giorno leggiamo articoli in cui viene intervistato uno scienziato, un virologo o un esperto che racconta la sua verità su questa pandemia. Cittadini, politici e istituzioni si rivolgono alla scienza nelle stesse modalità con le quali in passato ci si rivolgeva a un oracolo, basti pensare all’attesa settimanale della domenica sera, quando ci piazziamo di fronte al televisore per ascoltare le profetiche parole pronunciate in diretta su tutta Italia dell’intervistato-virologo di turno, un momento vissuto da alcuni come una sorta di rituale. Se da un lato è fondamentale mettere al centro la conoscenza, il dibattito e il confronto tra gli scienziati per arrivare a indicazioni concrete che ci aiutino nella risoluzione di questa crisi epidemiologica, dall’altro è bene tenere presente i rischi a cui una fiducia fideistica verso la scienza possa portare, specialmente quando considera l’uomo e la vita solo dal punto di vista biologico (esemplificato dall’espressione che leggiamo spesso sui social: “se hai la salute hai tutto”, con cui sembra volersi giustificare qualsiasi decisione).

La scienza come oracolo al tempo del Coronavirus.

Ed è qui che invitiamo i nostri lettori a fermarsi per un attimo dal continuo flusso di notizie scientifiche che ci arrivano (a volte contradditorie) e prendersi mezz’oretta per fare un viaggio nell’ascolto di alcune canzoni che ci parlano del rapporto tra uomo e scienza da una prospettiva diversa, la firma è quella di Fabrizio De André.

Non al denaro non all’amore né al cielo: un viaggio nell’album di Fabrizio De André

La scienza è protagonista nella raccolta Non al denaro non all’amore né al cielo, un concept album realizzato nel 1971 da Fabrizio De André (e da tanti altri prestigiosi collaboratori, Nicola Piovani su tutti) che racconta la vita di otto personaggi tratti dall’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters. Non al denaro nasce là dove l’album precedente (La Buona Novella) era finito, con un uomo, Tito, che, in fin di vita (in pratica già morto), è libero di raccontare la verità della propria esistenza e la menzogna che invece circonda il mondo: il Testamento di Tito rappresenta infatti una prefigurazione di quello che sarà raccontato in maniera più sistematica dai morti di Spoon River nell’album che lo segue a un anno di distanza. In Non al denaro De André riprende uno dei grandi topoi della letteratura occidentale, ossia il dialogo con i morti che, proprio per la loro condizione ultraterrena, raggiungono una pienezza e un compimento che non hanno mai avuto in vita, basti pensare alla Commedia dantesca o ancor prima ai poemi omerici. Dal ladrone che accompagna Gesù in croce nella Buona Novella e che smonta a uno a uno i Dieci comandamenti – la legge del ‘potere vestito d’umana sembianza’ -, De André ci porta ora a conoscere la vita di altri personaggi che stanno là, sulla collina, non inchiodati su una croce ma sepolti sottoterra a raccontare, a chi vuole ascoltarli, il senso profondo della propria esistenza senza più essere vittime del bigottismo della società. E De André si dimostra ancora una volta un maestro nel raccontare i desideri, le emozioni e gli impulsi più profondi racchiusi nell’animo dell’uomo.

Invidia e scienza: i due temi dell’album raccontati attraverso 8 protagonisti

Dopo la grande ouverture del brano La collina, l’album può essere suddiviso in due atti: a caratterizzare i personaggi della prima parte (Un matto, Un giudice, Un blasfemo, Un malato di cuore) è l’invidia; mentre la seconda parte (Un medico, Un chimico, Un ottico) ha per protagonista la scienza. L’invidia, proprio per la sua etimologia, crea una netta separazione tra le persone (diremmo oggi, ‘distanziamento sociale’) sia nell’animo che nello spazio: nella canzone del matto da una parte abbiamo l’io protagonista e dall’altra invece stanno i suoi concittadini: “alla luce del giorno si divide la piazza tra un villaggio che ride e te, lo scemo, che passa” canta la voce di De André, rivolgendosi al proprio interlocutore, considerato matto perché “non riesce a esprimere sé stesso con le parole” e terminerà tragicamente la propria vita in manicomio. La prima parte dell’album racconta un mondo di emarginati a causa di pregiudizi e dei loro sogni separati dalla ‘maggioranza’ conformista e dal potere, come spesso avviene nelle canzoni di De André. Sarà il progresso dell’umanità a rendere giustizia ai morti di Spoon River? E nel secondo atto dell’album entra in scena proprio la scienza.

De André: “La scienza è ancora nelle mani di quel potere che crea invidia, e non è ancora riuscita a risolvere i problemi esistenziali”

Dall’intervista realizzata con Fernanda Pivano, De André racconta che «la scienza è un classico prodotto del progresso, che purtroppo è ancora nelle mani di quel potere che crea l’invidia, e, secondo me, la scienza non è ancora riuscita a risolvere problemi esistenziali». Per rappresentare il tema della scienza De André sceglie un medico che ha cercato di curare i malati gratis ma non c’è riuscito perché il sistema non glielo ha permesso (e finisce così in prigione); un chimico che per paura si rifugia nella legge e nell’ordine come fatto repressivo e un ottico che vorrebbe trasformare la realtà in luce e nel quale si vede uno specie di spacciatore di menzogne.

Un medico: la scienza come strumento del potere

Il medico fin da piccolo ha un sogno: quello di guarire i ciliegi e da grande, con la stessa passione, vorrà curare gli uomini con sincera vocazione alla solidarietà, ma la realtà a cui andrà incontro il suo animo nobile si scontra con un sistema di potere che non permette di aiutare i più bisognosi, quelli che più di altri avrebbero necessità delle cure della scienza. “E vennero in tanti e si chiamavano gente, ciliegi malati in ogni stagione”: i colleghi infatti spediscono al buon medico i clienti più poveri, quelli che non possono pagare. “E allora capii – canta il medico – fui costretto a capire, che fare il dottore è soltanto un mestiere, che la scienza non puoi regalarla alla gente se non vuoi ammalarti dell’identico male”. E così avviene, per non rinunciare alla propria vocazione il medico diventa sempre più povero, disprezzato dalla moglie, e costretto a creare un intruglio che spaccia per elisir di giovinezza. Arrestato, finirà i suoi giorni in prigione. La scienza, tutt’altro che democratica nei suoi effetti benefici, diventa dunque un degli strumenti principali attraverso cui il potere mantiene netta quella distanza tra se stesso e l’uomo.

Un chimico: quando il corpo diventa solo un fatto biologico

Un chimico è una delle canzoni più conosciute da Fabrizio De André, un grande inno all’amore che racconta le differenze tra vivere e sopravvivere, oppressione e libertà, corpo biologico e corpo umano. “Da chimico un giorno avevo il potere di sposar gli elementi e farli reagire, ma gli uomini mai mi riuscì di capire perché si combinassero attraverso l’amore, affidando ad un gioco la gioia e il dolore”. Pur di non affrontare il rischio dell’amore (“che paura, che voglia che ti prenda per mano”) il chimico accetta che la scienza e il potere anestetizzino ogni sua emozione. Tutto il racconto del chimico avviene in una prospettiva autoreferenziale di atomi ed esperimenti controllati: come rappresentante del potere è il detentore di una legge che soltanto lui può capire ma che non dà affatto tutte le risposte. La grande domanda che si pone lo scienziato per tutta la canzone rimane un mistero, ed è rivolta a chi invece accetta la sfida dell’amore e ne porta i segni sul volto: “Cosa c’è di diverso nel vostro morire?”. Ma anche utilizzando i dogmi scientifici, il rischio zero non esiste: lo scopre bene il chimico che morirà in un esperimento andato storto e se ne andrà “senza un volto di donna da dover ricordare”. 

Un ottico: una menzogna artificiale e l’alternativa di Jones

Un ottico è sicuramente una delle canzoni più controverse di De André, tanto nella musica quanto nei contenuti. In questo caso la scienza assume la forma di uno “spacciatore di lenti” che si rivolge a “mendicanti di vista” per offrire loro delle lenti speciali capaci di “inventare mondi”. La musica ci porta in un viaggio psichedelico e innaturale tra visioni e atmosfere oniriche. Lenti fatte apposta per uomini che non hanno più sogni e speranze, uno strumento artificiale e ingannatore di cui non ha bisogno invece l’ultimo personaggio dell’album, il suonatore Jones. Non si può capire infatti la canzone Un ottico se non la si mette in relazione con quella successiva. Il suonatore Jones, devoto alla libertà, è colui che mentre “in un vortice di polvere gli altri vedevan siccità” a lui “ricordava la gonna di Jenny in un ballo di tanti anni fa”. Un uomo che riesce a vedere cose che gli altri uomini ormai non vedono più. È lui che offre un’alternativa al mondo di Spoon River e al nostro e che ricompone il rapporto con la natura, i propri sogni, l’umanità, perché la gente “lo sa che sai suonare, e suonare ti tocca, per tutta la vita, e ti piace lasciarti ascoltare”. «Per Jones – racconta De André – la musica non è un mestiere, è un’alternativa, ridurla a un mestiere sarebbe come seppellire la libertà».

Ognuno di noi trae dall’ascolto della magnifica voce di Fabrizio De André sensazioni e spunti diversi. La vita, la morte, l’amore, i sogni, il potere, la libertà. Poi riprendiamo in mano la smartphone e leggiamo di come in questi giorni il dibattito pubblico ha ridotto i bambini a essere solo ‘possibili focolai di Coronavirus’ senza pensare minimamente ai loro diritti; oppure leggiamo di come si è accettato che a centinaia di morti non fosse data degna sepoltura; a volte poi si sono promosse leggi contraddittorie sulle libertà personali il cui senso ci sfugge. E non è raro utilizzare l’espressione “lo dice la scienza” e di nuovo “se hai la salute hai tutto” per giustificare tutto questo. Ipse dixit. Ridare un ascolto a Non al denaro, non all’amore né al cielo può darci una maggiore consapevolezza sulle tante domande a cui non stiamo dando risposta e che forse non ci stiamo nemmeno ponendo più.

Samuele Marchi

Samuele Marchi

Giornalista, sono nato a Faenza e dopo la laurea in Lettere all’Università di Bologna frequento il master in 'Sviluppo creativo e gestione delle attività culturali' dell’Università di Venezia/Scuola Holden. Ho collaborato con diverse testate locali e nazionali come Veneto Economia, Alto Adige Innovazione, Cortina Ski 2021, Il Piccolo, Faenza Web Tv. Ho partecipato all'organizzazione del congresso nazionale Aiga 2015 e del Padova Innovation Day. Nel 2016 ho pubblicato il libro “Un viaggio (e ritorno) nei Canti Orfici” (Carta Bianca editore) dedicato al poeta Dino Campana. Amo i cappelletti, tifo Lazio e, come facendo un puzzle, cerco di dare un senso alle cose che mi accadono attorno.

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