L’uomo che uccise Don Chisciotte di Terry Gilliam

Soldato: Chi sei?
Artù: Artù, figlio di Pendragon, del castello di Camelot, gioia dei Bretoni, angoscia dei Sassoni, redell’irreta Intilghiera!
Soldato: Dell’intera Inghilterra!

I Monthy Phyton in “Monty Python e il Sacro Graal“

Nella Spagna rurale, durante i giorni nostri, l’arrogante regista cinematografico Toby Grisoni è alle prese con la produzione di un corto pubblicitario a tema Don Chisciotte. Il lavoro non sta andando come sperato, il tempo per girare è sempre meno e Toby è alle prese con un’ ingombrante crisi creativa. Alla ricerca dell’ispirazione, il regista si avventurerà nei suoi ricordi giovanili ritornando fortuitamente nello stesso villaggio in cui, molti anni prima, filmò una sua versione personale del “Don Chiosciotte della Mancia” di Cervantes. Imprevedibili avvenimenti e personaggi sgangherati lo condurranno a un viaggio al limite della sanità mentale in cui la realtà e la fantasia si mescolano, la visione effettiva delle cose viene alternate e il dubbio diventa il cardine della narrazione. Il tutto accompagnato da un vecchio pazzo, convinto di essere il vero cavaliere errante dell’iconico romanzo spagnolo.

Una produzione infernale

Il film di Terry Gilliam verrà ricordato senza ombra di dubbio per la sua interminabile storia produttiva che, a voler usare un eufemismo, possiamo definire “sfortunata”. Il lungometraggio è un magnifico esempio di Development Hell, ovvero un “inferno dello sviluppo”, in quanto le varie problematiche sorte durante le riprese iniziali hanno fatto in modo che la realizzazione del film ripartisse otto volte nell’arco di quasi vent’anni (dal 1998 al 2017). Inondazioni, cambi di cast continui, gravi problemi di salute degli attori, impianto sonoro rovinato dai voli di jet militari e abbandono dei finanziatori hanno dato vita a un progetto all’apparenza impossibile da portare a temine e che, dopo anni e anni, sembrava destinato alla cancellazione definitiva. Nonostante tutto, così non è stato. Gilliam infine, grazie alla sua determinazione, è riuscito a battere la sua bestia nera.

Continui esperimenti di stile registico in una storia dal sapore surrealista

Il regista naturalmente non si risparmia nel giocare con elevati trucchi registici, tipici del suo cinema. Le animazioni presenti sono poche ma memorabili, azzeccatissime per il contenuto trattato. Le transizioni dal bianco e nero al color danno il senso dello scorrere del tempo, gli effetti speciali richiamano il tema dell’onirico e l’assurdo e danno al tutto un’ atmosfera stravagante, la quarta parete viene infranta in più occasioni sorprendendo gli spettatori e portandoli in un discorso quasi meta-cinematografico. Persino i sottotitoli vengono volontariamente resi superflui per conferire maggior scorrevolezza al corso degli eventi. Se bisogna trovare un pelo nell’uovo, bisogna dire che le fasi finali sono molto concitate e davvero confuse. Una serie di avvenimenti forse montati in modo non appropriato fanno in modo che alcune sequenze siano di difficile comprensione e che non rendano giustizia al resto della visione.

Adam Driver sempre più emblema dello star system hollywoodiano accompagnato da un Jonathan Pryce in grande spolvero

Anche se il progetto iniziale non prevedeva la partecipazione dei due interpreti, il duetto Driver/Pryce si dimostra all’altezza delle aspettative dando prova di una buonissima complicità scenica. Ognuno di loro ha il giusto spazio sullo schermo e la loro prestazione è al completo servizio dell’opera. Quasi non ci sono sbavature ed entrambi rendono il loro ruolo sincero con un tocco di teatralità che si adatta bene alla pseudo rappresentazione di un romanzo del ‘600. Driver inoltre si conferma come artista polivalente adatto a progetti ambiziosi e sempre originali. Le collaborazioni con Jarmush, Lee e Scorsese ne sono una prova oggettiva.

La comicità dei Monty Phyton unita alla letteratura del Cervantes

La scrittura unica e irriverente del regista appare sin dalle prime battute della pellicola. La rappresentazione è caratterizzata dal continuo contrasto tra la sgradevole natura del disilluso protagonista e la visione sognante e di un anziano uomo, più comune del comune, che cerca la propria ragion d’essere. Non comprendiamo mai fino in fondo chi sia il vero folle tra i due. Il ruolo dell’attore principale viene scambiato più volte durante il corso del racconto, il quale ora prende un tono ridicolmente epico, ora invece torna al clima cinico e moderno dell’inizio. La relazione complicata e affascinante tra i due personaggi simboleggia alla perfezione il concetto di conflitto composto da luci e ombre della mente umana. Più sono in opposizione più sono indispensabili le une per le altre.

Un artista deve essere pazzo o crudele?

E’ da menzionare, inoltre, la rilevante presenza del tema della mancanza di creatività. Spesso siamo stati testimoni di tristi storie di autori con un potenziale enorme da esprimere, bloccati sfortunatamente da dilemmi personali o da problemi economici o di carattere produttivo. Purtroppo una costante fase di stasi può portare un mente artistica ad abbandonare velocemente il suo primitivo entusiasmo giovanile per sostituirlo con un approccio più egoistico e conservativo, nei casi più estremi, tradendo addirittura il suo stesso talento e disprezzando le sue stesse opere. La pellicola è un invito a sensibilizzare gli autori all’amore e al rispetto del proprio lavoro, senza maltrattarlo o sottovalutarlo ma al contrario valorizzandolo. Altrimenti, come ci insegna il capolavoro di Mary Shelly “Frankenstein”, c’è il rischio la creatura possa ribellarsi contro il suo stesso creatore.

Alex Bonora

Alex Bonora

Nato a Murano, ridente isola della laguna veneziana, famosa per la lavorazione del vetro. Diplomato prima come ragionerie a Venezia e successivamente come attore di prosa presso la scuola di teatro Galante Garrone di Bologna nel 2015 dopo un percorso accademico di tre anni. Per diverso tempo sono stato animatore turistico in diversi villaggi turistici in Grecia ricoprendo anche ruoli di responsabilità e coordinamento dello staff. Artista a tempo perso, viaggio molto ricordandomi di tenere costantemente i piedi per terra e la testa alzata verso il cielo. Appassionato di cinema, teatro e musica, ritengo che la critica artistica non sia la semplice valutazione di un prodotto ma un vero e proprio dialogo tra l’analista e il creativo, atto per l’arricchimento intellettuale del pubblico. Amo i dolci e possiedo una katana “Wado Ichimonji”(Strada dell’armonia) in omaggio al manga One Piece. Combatto tutti i giorni per la libertà. Individuale o collettiva che sia.

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