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In missione sulle Ande per aiutare i giovani: Cesare Marchi e i taller Don Bosco

Cambiare il mondo prendendo a cuore la vita dei giovani: è questo lo spirito con cui è partito per il Perù il faentino Cesare Marchi, che con sua moglie Irene e l’Operazione Mato Grasso sta seguendo il progetto di una scuola d’arte a Llamellin, nel cuore delle Ande a oltre 3mila metri di quota. Attraverso questa realtà, i taller Don Bosco, segue una trentina di ragazzi dai 12 ai 17 anni, tra i più poveri del Paese. Nel corso di cinque anni, questi giovani hanno la possibilità di studiare, imparare tecniche artigianali e artistiche, ma soprattutto hanno modo di dare un senso alla propria vita in un mondo che finora li vedeva solo come scarti ed emarginati.

I taller Don Bosco sono stati fondati da padre Ugo De Censi, ora istituti riconosciuti

Quello dei taller Don Bosco è un seme che è germogliato nel tempo sull’Ande Peruviane. Padre Ugo De Censi, il fondatore dell’Omg recentemente scomparso, accolse in casa sua gli orfani e i più poveri per offrire loro un’educazione artistica e una preparazione al lavoro, aprendo cosi nel 1978 il taller, una scuola di intaglio e scultura in legno che permettesse ai poveri peruviani di costruirsi un futuro nella propria terra, senza dover così emigrare nella capitale Lima vittime, in molti casi, della delinquenza. I taller Don Bosco sono ormai riconosciuti dal governo del Perù come una sorta di istituto professionale di secondo grado e al termine dei cinque anni i ragazzi conseguono il diploma.

L’arte per dare un senso alla vita dei giovani più poveri del Paese

Dall’Italia arrivarono maestri esperti per insegnare l’arte del legno o della pittura – come Cesare, che ha studiato pittura e mosaico all’Accademia delle Belle Arti di Bologna e da sei anni vive in Perù – per donare a questi giovani una professione onesta. All’interno della scuola vengono infatti ammessi i ragazzi più poveri e bisognosi. Una volta accolti nel taller, i giovani hanno possibilità di disporre di vitto, alloggio e cure sanitarie, trascorrendo una vita comunitaria che non si limita alle ore di studio sui banchi. I ragazzi del taller si cimentano ogni giorno in diversi campi: dal mosaico alla scultura passando per la falegnameria e la decorazione. Recentemente è entrata in scena tra gli insegnamenti anche la ceramica, dopo che un maestro peruviano ha potuto frequentare tre mesi di corsi gratuiti alla Bottega Gatti di Faenza: un’opportunità per far arrivare fin sulle Ande i segreti dell’arte maiolica faentina apprezzata in tutto il mondo.

Un maestro peruviano ha studiato anche alla bottega Gatti di Faenza

«Al di là delle competenze tecniche che insegniamo, l’aspetto più gratificante di far parte di questa scuola è l’educazione morale che cerchiamo di trasmettere ai ragazzi – spiega Marchi – Una scuola per me deve fare innanzitutto questo: educare a dare un senso alla propria vita, e questo insegnamento i ragazzi se lo porteranno dietro in qualsiasi tipo di lavoro che faranno dopo». A gestire la scuola in tutto sono cinque volontari dell’Omg (tra cui la moglie di Cesare, Irene, che si occupa della preparazione del cibo) e altri due maestri peruviani. La scuola si autosostiene grazie al lavoro dei volontari dell’Omg, attivi anche a Faenza, con cui è aperto un canale diretto di autofinanziamento. E così la vita della scuola può andare avanti, giorno dopo giorno. «Abbiamo poche ma importanti regole ispirate dagli insegnamenti di don Bosco, don Ugo e padre Giorgio Nonni, e sono guidate da due concetti chiave: la disciplina e la devozione; con l’obiettivo di essere bravi cristiani, bravi nel lavoro e anche nello studio. Quest’ultimo, senza gli altri due aspetti, risulta alla fine arido». Gli orari sono scanditi con precisione e, per esempio, si inizia sempre la giornata pregando, «per rendersi conto che non si è in questo mondo per caso», spiega Cesare.

Cesare Marchi: “E’ bellissimo vedere dietro l’arte di questi ragazzi i loro sogni”

All’interno del taller si vive un tempo più rallentato, vissuto più all’aria aperta che sui banchi, senza quella fretta e frenesia che caratterizza invece la vita del mondo occidentale, o la stessa scuola italiana. «L’arte è importante in questo – afferma Cesare – è la passione per un lavoro fatto bene, non veloce. Ed è bello vedere che i ragazzi si innamorano di qualcosa realizzato con cura da loro». E il taller di Llamellin ha preso forma, anche nei propri ambienti e nell’estetica, proprio grazie al lavoro dei ragazzi, come la cappella realizzata dopo mesi di lavoro o altre opere che decorano gli ambienti. «È bellissimo vedere, dietro l’arte realizzata da questi ragazzi, i loro sogni», commenta Marchi. Se nella scuola italiana ci si focalizza eccessivamente nello studio nozionistico, manca altrettanta attenzione a tutti quegli altri aspetti formativi che compongono la persona nei suoi aspetti valoriali. Una volta terminati i cinque anni all’interno del taller, per evitare che i ragazzi emigrino verso la città, si creò la Asociacion de Artesanos don Bosco che riunisce tutti i giovani che vogliono rimanere a vivere sulle Ande nella propria terra, lavorando artigianalmente e aiutando chi è più povero. Sono una ventina i gruppi di artigiani nelle diverse missioni sulle Ande del Perù.

L’avventura all’interno dell’Operazione Mato Grosso: “Un percorso irrazionale, ma di cui sono grato”

Cesare Marchi al taller Don Bosco di Llamellin.

Quello che arriva oggi fino a una scuola d’arte sulle Ande è l’ultima tappa di un percorso irrazionale e non calcolato che però sta regalando tante soddisfazioni nella vita di Cesare, da quando ha conosciuto l’Operazione Mato Grosso, un movimento che opera attraverso il lavoro gratuito in favore dei più poveri. In Italia realizza campi di lavoro che vedono molti giovani, che spesso collaborano per piccoli lavori di manutenzione con molti Comuni. «La mia esperienza nell’Omg è iniziata per gioco quando avevo 18 anni. Un po’ perché coinvolto dagli amici e un po’ perché ero stufo della routine della società, mi sono impegnato nel fare la carità per i più poveri e man mano il gioco è diventato sempre più serio. A un certo punto, nel 2006, ho desiderato partire in missione per il Perù per sei mesi e poi da lì si sono succedute altre missioni fino a questa, che mi ha portato a vivere in Perù da sei anni». Fondamentale, in questo percorso, l’incontro con persone e testimoni autentici, come padre Giorgio Nonni di Fossolo, scomparso nel 2015. «Ha dato una direzione alla mia vita e a quella di mia moglie. Se non fosse stato per lui non sarei la persona che sono oggi e non sarei mai partito per queste missioni. A riguardare indietro negli anni, non è stata una vocazione caduta dal cielo, ma si è costruita giorno dopo giorno lavorando a fianco dei poveri. Ecco, penso che per costruire un mondo migliore non servano regole complicate, ma l’abitudine e il buttarsi concretamente nel fare le cose, con costanza. Anche questo cerco di testimoniare nel servizio che svolgo ogni giorno nel taller». E così, attraverso un nuovo mosaico o un quadro, non si costruisce solo una bella opera d’arte, ma un mondo migliore.

Samuele Marchi

Giornalista, sono nato a Faenza e dopo la laurea in Lettere all’Università di Bologna frequento il master in 'Sviluppo creativo e gestione delle attività culturali' dell’Università di Venezia/Scuola Holden. Ho collaborato con diverse testate locali e nazionali come Veneto Economia, Alto Adige Innovazione, Cortina Ski 2021, Il Piccolo, Faenza Web Tv. Ho partecipato all'organizzazione del congresso nazionale Aiga 2015 e del Padova Innovation Day. Nel 2016 ho pubblicato il libro “Un viaggio (e ritorno) nei Canti Orfici” (Carta Bianca editore) dedicato al poeta Dino Campana. Amo i cappelletti, tifo Lazio e, come facendo un puzzle, cerco di dare un senso alle cose che mi accadono attorno.

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