Paolo Morelli racconta l’impresa di 3 faentini alla Tor des Geants

La settimana scorsa si è svolta una delle ultramaratone più dure al mondo, la Tor des Geants. Il percorso, 338.6 km quasi tutti su sentieri di montagna, circumnaviga la Valle d’Aosta, partenza e arrivo a Courmayeur, all’ombra del gigante Monte Bianco. Tre faentini della società sportiva della Leopodistica, insieme ad altri 800 concorrenti si sono presentati al via. Marco Gurioli, Pierugo Angeli, mettendo a dura prova mente e fisico hanno scalato 30.908 metri di dislivello positivo percorrendo il percorso in 135 ore e 53 minuti. Alessandro Pincioni è giunto sul traguardo in poco più di 142 ore, nel tempo massimo consentito di 150 ore. Il percorso è veramente ostico e tocca punte di oltre 3.300 metri di quota. Serve un allenamento perfetto ma sopratutto una forza di volontà fuori dall’ordinario per completarlo. La mancanza di sonno è il problema maggiore in queste gare e porta gli atleti al limite delle capacità umane. Alla fine si sono contati 406 ritiri. Per saperne di più leggete il racconto di Paolo Morelli, fotografo e amico che li hanno seguiti in questa avventura!

Tor Des Geants: il racconto di Paolo Morelli al seguito di 3 faentini

Immaginate una scala a pioli alta 30.908 metri. Vi porterebbe in stratosfera, sempre che ne abbiate le forze. In gergo runners si chiama dislivello positivo. E’ la somma di tutti i tratti in salita sulle montagne della Val d’Aosta, percorse dai faentini Marco Gurioli, Pierugo Angeli ed Alessandro Pincioni, alla Tor Des Geants. La settimana scorsa i tre atleti della Leopodistica hanno partecipato a questa ultramaratona, classificata fra le più dure e ostiche al mondo, tanto da far parte delle “Five Legends”. Partenza di domenica e tempo massimo di 150 ore per attraversare il traguardo a Courmayeur. Quando ho deciso di seguire Marco nella seconda parte di gara, qualche dubbio di fare il viaggio a vuoto fino ad Aosta l’ho avuto, pur conoscendo le sue capacità. Così siam partiti con la squadra “supporto morale” composta da Silvia Zoli, Annina e Barbara Carapia , che oltre agli incoraggiamenti ha portato anche le sue preziose competenze di fisioterapista. Da venerdì si è aggiunto a noi Luca Ragazzini, runner della Leopodistica.

Ultramaratona da 150 ore per 338,6 km

Una gara da 338,6 km che passa da vette da 3.300 metri di quota può presentare diversi inconvenienti. Il principale, è la mancanza di sonno. Provate a stare svegli tre giorni di fila e cominciate a corricchiare giù per una pietraia glaciale di notte, con le rocce rese scivolose dalla brina. Risulterebbe difficile da riposati. La mancanza di lucidità è un grosso problema in queste gare. Tanto che l’organizzazione ha fornito di gps ogni singolo concorrente per controllarne la posizione ed intervenire anche in elicottero in caso di necessità. Per capire cosa significhi percorrere una simile distanza, per giunta in montagna, noi faentini abbiamo un buon termine di paragone. La 100 km del Passatore. Quando Marco mi ha detto che si era iscritto a questa gara subito ho pensato a quando lo accompagno mentre partecipa alla 100, ricordandomi la sofferenza e la tenacia che servono per concluderla e la soddisfazione che prova arrivando a Faenza. Ma qui si va ben oltre. Mercoledì erano tutti e tre insieme, li abbiamo aspettati al punto di ristoro e controllo di Champoluc, con 221 km già percorsi. Le notti iniziali sono state gelide e hanno mietuto parecchi ritiri fra i partecipanti. Le lunghe discese del tratto iniziale hanno causato a Marco una tendinite ai tibiali anteriori, per cui correva dolorante e appoggiando i piedi in maniera asimmetrica. Le caviglie si sono gonfiate ed il versamento è arrivato fino ai piedi, causando l’effetto zampa di elefante. Un intoppo che poteva precludere la riuscita dell’impresa, mancando ancora 118 km all’arrivo. Qui il supporto amici ha fatto il suo compito. Nonostante il dolore, sono ripartiti con il morale alto. Così, mentre noi tornavamo nel nostro comodo albergo a dormire sotto un bel piumino caldo, loro hanno percorso sentieri nella notte, la quarta consecutiva.

I 3 faentini sono riusciti a tagliare il traguardo in tempo

Il giorno successivo li abbiamo attesi al rifugio Magià, a 2000 metri di quota. Ci siamo fatti oltre 7 km a piedi sotto una pioggia battente per arrivarci. Nessuno ha osato lamentarsi. Inaspettatamente verso sera le nuvole sono sparite, lasciandoci gustare il caldo tramonto sulla splendida valle di Saint Barthèlèmy. Marco e Pierugo sono arrivati insieme verso le 18.30 mentre Alessandro aveva deciso di riposare un pò di più al rifugio precedente. Qui hanno dormito per un’oretta, anche se non è facile farlo su una brandina in una stanza piena di gente con la bronchite che tossisce l’anima e sopratutto non si lava da qualche giorno. Comunque dopo aver gustato le prelibatezze del rifugio, si sono riavviati con un buon passo. La tendinite di Marco anche se ancora dolorante, era leggermente migliorata grazie a dei bendaggi ben eseguiti e mirati allo scopo di contenerla. Pierugo, date le circostanze, in ottima forma se si tralascia la carenza di sonno patita. Quella notte hanno percorso il tratto fino ad Oyace passando dal rifugio Cuney. Un eccezionale cielo stellato ed un buon clima ha fatto da cornice al percorso. In quel punto della Val D’Aosta sorge un osservatorio astronomico per la ricerca di pianeti extra solari, costruito qui perché è una delle zone con minor inquinamento luminoso d’Italia. La via Lattea è ben visibile, Marco e Pierugo ne hanno fatto scorta fra i ricordi.

“Nelle gambe avevano ancora tanta voglia di correre”

Venerdì mattina sono arrivati come stabilito alla base vita di Ollomont, nei pressi del Cervino. 287,2 km nelle gambe e avevano ancora voglia di correre. Morale incredibilmente sempre alto. Caviglie sempre gonfie e doloranti, ma pare essere un dettaglio. Nemmeno due ore di sosta giusto il tempo di rifocillarsi e cambiarsi e si riparte. La meta psicologicamente è molto vicina, anche se mancano più di 50 km. Da qui fino all’arrivo saranno soli perché non ci sono punti facilmente accessibili per noi. Mentre si riavviano una bimba giapponese di tre anni si trovava sul percorso in uscita dal ristoro, con la sua mamma. Probabilmente attendeva il suo papà in gara. Regala loro dei cioccolatini. Avrà pensato potessero servirgli…Loro apprezzano e iniziano a correre. Ci siamo lasciati con la previsione, se tutto ok, di attenderli al traguardo verso le prime ore del mattino di sabato. La giornata scorre relativamente tranquilla per loro e li porta a superare i ristori e punti di controllo del Champillon, Ponteille, Saint Rèmy-en Bosses, dove arrivano abbastanza provati a sera inoltrata. 308esimo chilometro. Ne mancano 30. Io avrei difficoltà a farli da riposato. Ci siamo sentiti telefonicamente. Sostano un paio d’ore prima di affrontare l’ultimo tratto. Dopo un interminabile sentiero di saliscendi, c’è da scalare il Col Malatrà, 2.936 metri di quota. Erano molto stanchi ed assonnati, quasi al punto di addormentarsi mentre camminavano. Meno male che si svegliavano a vicenda.

“Mi ha colpito la serenità dei loro volti, come fossero riemersi da un universo parallelo”

Gli ultimi km sono veramente tosti. Superare il colle li ha provati parecchio. Ora inizia la lunga discesa verso il rifugio Bertone, l’ultimo prima del finish. Breve sosta e via. Le donne che mi accompagnano sono un pò preoccupate per via della discesa a gradini di roccia da affrontare. Sono le 2 di notte, è molto freddo al traguardo, lo spiker ufficiale ha spento il microfono a mezzanotte e mezza. Ma c’è un nutrito gruppo di faentini ad aspettarli, fra amici e parenti. Io sono fisso sulla linea di arrivo da un paio d’ore con la reflex in mano. Qualcuno grida che arrivano. Salgono insieme sul tappeto che porta alla fine di questa avventura insieme, e tagliano il traguardo in 135 ore e 53 minuti. Alessandro giungerà in poco più di 142 ore. Nei loro occhi, oltre alla stanchezza, si legge come un libro aperto. Le emozioni sgorgano. Mi ha colpito la profonda serenità dei loro volti. Come fossero riemersi da un universo parallelo. Mi sono chiesto spesso cosa spinga una persona ad affrontare queste esperienze. Ognuno di loro ha la sua motivazione. C’è chi lo fà per dimostrare quanto vale agli altri, per la gratificazione del successo riconosciuto. Oppure chi lo fà per scoprire i propri limiti e superarli. Per fare un viaggio dentro a se stessi, scoprendo di volta in volta aspetti nuovi del proprio carattere. Marco mi racconta che quando si mette alla prova in condizioni critiche spegne i pensieri inutili. Contano solo le sensazioni basilari. Respiro, battito cardiaco, la fame e la sete. Il sonno. Il ritmo della corsa, del giorno e della notte. Ogni altra preoccupazione viene resettata. Le ansie sparite. Il cervello si riprogramma per fondersi con l’ambiente, sintonizzandosi sulle frequenze che ci hanno permesso di evolverci, dalla notte dei tempi. Le immagini di luoghi selvaggi riempiono gli occhi. La mente si adegua ai suoi tempi. Molte persone che trascorrono gran parte del loro tempo in città, oramai hanno perduto o afferrano lontanamente questi concetti solo guardando un documentario. Sono felice di aver seguito da vicino questa avventura, anche solo sfiorando le loro fatiche ho compreso una buona lezione di vita. Grandi ragazzi.

Testo e foto: Paolo Morelli

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