«L’EMERGENZA ROM» A FAENZA

«L’EMERGENZA ROM» A FAENZA

Per la creazione di un lessico comune

 

“Nomadismo”. “Emigrazione”. “Zingari”. “Rom”. “Diritti e Doveri”.

Il lessico ed il modo in cui utilizziamo le parole è fondamentale. È attraverso di esse che ci formiamo la nostra percezione del mondo. In un certo senso sono loro, le parole, il nostro mondo. Utilizzarle nel modo giusto non è un mero esercizio di retorica, ma lo strumento migliore che abbiamo per comunicare nella stessa lingua, parlarci, scambiarci esperienze. Solo questo ci permette poi di poter agire di conseguenza per raggiungere i nostri obbiettivi.

È evidente che uno dei problemi che vogliamo risolvere tutti a Faenza è quello che riguarda la cosiddetta “emergenza rom”, un fenomeno europeo ed italiano prima ancora che faentino. Analizzare questa problematica a livello macrosistemico è un passo fondamentale non sintetizzabile in poche righe; partiamo intanto dalla nostra esperienza concreta e dall’utilizzare un lessico comune, solo così, senza slogan, pregiudizi o buonismi di ogni tipo avremo la possibilità di parlare la stessa lingua per formarci un’idea veramente utile alla risoluzione del problema.

Il termine Rom richiama quell’insieme di gruppi migranti e nomadi diffusi in tutto il continente europeo e nelle Americhe. I Rom (in lingua romanés «uomo, essere umano») sono indicati anche con il termine Sinti (da Sindh, regione del Pakistan occidentale, dalla quale probabilmente ebbero origine), o con quello più comune di zingari (da Atsigan, Tsigan, adattamento del greco medievale᾿Αϑίγγανος, «intoccabile», che, al plurale, designava una setta di manichei provenienti dalla Frigia).

Il problema della definizione ‘etnica’ dei R. è estremamente complesso, essendo legato da un lato all’ambiguità del concetto stesso di etnia e dall’altro al carattere particolarmente fluido, in termini sia sociali sia culturali, dei diversi gruppi caratterizzati come rom.

I Rom sono una popolazione! Definirli zingari, pur quanto suoni famigliare, ha già senso dispregiativo.

Partiamo da un fatto concreto avvenuto negli ultimi mesi nella nostra città. Una famiglia di rom è stata accolta nella parrocchia di S. Savino. Al momento non ci interessa sapere cosa fanno, non ci preme giudicare se il fatto in sé ha una valenza positiva o negativa. Lasciamo per il momento stare se quelle persone lavorano o rubano, se creano disagio tra i cittadini. Dimentichiamoci per un momento se ricevono o meno l’assistenza sanitaria e i diritti che, in quanto esseri umani, gli spettano. Crediamo che ridurre il fatto ad una mera questione giudiziaria sia, seppur inquadrato nella legge, un modo superficiale e frettoloso di leggere l’accaduto. Cerchiamo di capire intanto il perché questa situazione si è venuta a creare.

La nostra storia comincia negli anni ’90. Sono gli anni in cui, dopo i tragici eventi della Seconda guerra mondiale, tornò nuovamente la guerra in Europa, nei Balcani. Una guerra feroce e sanguinaria come solo le guerre nazionaliste possono essere, che ha riportato alla luce tante problematiche mai del tutto assopite che solo la figura carismatica di Tito era riuscita a gestire. Le famiglie rom, in particolare quelle bosniache, che stanziano già periodicamente sul nostro territorio non possono più tornare indietro. In Bosnia non hanno più alcun legame, molti loro parenti sono morti o sono coinvolti in un conflitto dal quale è meglio stare lontani. Spesso i loro documenti sono andati distrutti, le loro radici sono sradicate. Si stanziano quindi più o meno stabilmente nel territorio italiano.

La linea guida dell’Italia per gestire questa situazione in quegli anni è chiara e si dà così l’avvio alla creazione dei cosiddetti “campi nomadi”. Ecco una prima parola del lessico su cui è necessario fare chiarezza. Cosa erano? Sono la stessa cosa che noi intendiamo oggi a venti anni di distanza? Il campo nomadi era un terreno concesso dalle amministrazioni locali alle popolazioni zingare con lo scopo di offrire loro uno spazio nel quale potersi integrare, attraverso animazioni per bambini, assistenza sanitaria e cooperazioni di alto tipo fornito da associazioni o privati. Nelle intenzioni originarie l’idea era tutt’altro che quella di rinchiudere quella gente in un ghetto. Dal 1994 al 2005 l’associazione Papa Giovanni XXIII ha svolto con i propri volontari attività di animazione all’interno dei campi nomadi, stipulando una convenzione con il Comune che aveva l’obbiettivo di far rispettare il dovere della presenza scolastica e di avviare una forte relazione interpersonale con le famiglie zingare. Questo è avvenuto coinvolgendo anche le parrocchie di S. Mamante e Sarna (sia chiaro poi, che la storia di ogni campo nomadi presente nel territorio italiano vada letta un po’ a sé, caso per caso).

È evidente ai nostri occhi come l’idea tentata a Faenza non abbia funzionato. I motivi sono tanti, sicuramente non è possibile rintracciare una sola causa. Il fatto di mettere insieme all’interno dei campi nomadi famiglie comunque molto diverse per tradizioni (ricordiamoci sempre che noi chiamiamo con un termine collettivo “Rom” popolazioni e persone in realtà anche molto diverse tra loro, in cui, per esempio, lo stesso concetto di famiglia cambia tra ogni gruppo etnico) ha creato, in certi casi, situazioni di forti tensioni. Queste sono sicuramente sfociate in situazioni di disagio tanto all’interno dei campi quanto fuori, coinvolgendo anche i cittadini faentini che abitavano nelle vicinanze. Inoltre, c’è poco da fare, l’integrazione vera, quella culturale e non coercitiva, è un processo lungo e difficoltoso che richiede generazioni prima di essere assimilato. Necessitando di un periodo così lungo, è chiaro che nel frattempo capiti che qualcuno che si spenda in questo processo commetta degli errori, sia da una parte che dall’altra. Furti, incomprensioni, operatori non sufficientemente professionali, mancanza dialogo, situazioni di disagio interculturale.

Tutto a Faenza cambia nel 2005, anno in cui la giunta comunale decide di chiudere il campo nomadi. Una decisione presa anche dal fatto che quei campi che dovevano fungere da strumento di integrazione si sono trasformati in veri e propri ghetti, criticati anche dalla stessa UE. Le famiglie rom si trovano così, da un giorno all’altro, a dover vivere nei parcheggi, abbandonate a loro stesse, senza i diritti fondamentali indicati dal documento europeo «Strategia Europa 2020» (vedi link in fondo), creando nel frattempo non pochi disagi alla collettività. Da allora, in 10 anni, gli unici contatti avuti da quelle famiglie con la comunità faentina è stato solo attraverso iniziative private di singoli cittadini. Al momento nel nostro comune si contano 45 rom (molti dei quali nati a Faenza) che si spostano sul territorio comunale occupando gli spazi che trovano, in condizioni igieniche e sanitarie sotto il livello di soglia minima. Vengono ripetutamente multati e costretti allo spostamento perché non si riesce a trovare una soluzione di medio periodo. L’irrigidimento tra la posizione del Comune (che crede che la popolazione Rom debba rispettare dei doveri prima di riconoscere loro dei diritti), e quella della Giovanni XXIII° (che invece parte dal ragionamento opposto, prima i diritti poi i doveri) non aiuta a trovare una soluzione a questo problema. Il fatto poi che questo tema, al di là dei singoli giudizi, venga puntualmente banalizzato dai media non favorisce certo un dialogo costruttivo tra le parti.

Ci chiediamo, ed è materia di confronto in questo primo articolo, se è stato utilizzato buonsenso quando nel 2005 si decise di chiudere il campo nomadi a Faenza senza offrire in cambio un progetto alternativo chiaro.

È di questo che abbiamo bisogno, un progetto, che coinvolga tutti, amministrazione comunale, gruppi politici, associazioni cattoliche e non (oltre alla Giovanni XXIII, si sono dimostrate interessate all’argomento anche Azione Cattolica, Pax Christi, AGESCI. Ma soprattutto c’è bisogno di noi tutti come massa critica. Anche tu che stai leggendo questo articolo, anzi, soprattutto TU che stai leggendo questo articolo, dato che il tema oggi è divenuto estremamente politico (prima ancora che sociale) e le amministrazioni locali non possono esporsi troppo sull’argomento in prima persona, pena perdita di voti e di consenso in vista delle imminenti elezioni comunali. Una prima tappa per la creazione di questo progetto è stata compiuta l’11 dicembre scorso attraverso un incontro, promosso dalla Giovanni XXIII°, che aveva come fine quello di imbastire un dialogo tra le varie associazioni cattoliche faentine.

Perché il dialogo abbia senso dobbiamo parlare tutti quanti la stessa lingua. Ognuno di noi deve fare chiarezza sul proprio lessico e sulle proprie idee. Cos’è il nomadismo? Chi sono gli zingari e quanti sono a Faenza? Quali sono i documenti europei e costituzionali a cui fare riferimento? Cosa si intende in sostanza oggi a Faenza per “emergenza rom”?

A questo cercheremo prossimamente di trovare una risposta.

I giudizi e il buonsenso che utilizzerai poi di conseguenza, toccano a TE.

 

 

RIFERIMENTI:

 

http://ec.europa.eu/europe2020/documents/related-document-type/index_it.htm

 

http://www.treccani.it/enciclopedia/rom/

 

2 pensieri riguardo “«L’EMERGENZA ROM» A FAENZA

  • 17 febbraio 2015 in 15:45
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    Chi ha scritto questo articolo è abbastanza abile nell’esporre un argomento tanto delicato. Finalmente leggo qualcosa di costruttivo nella zona!

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    • 17 febbraio 2015 in 17:43
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      Grazie mille! Siamo felici di questa tua osservazione, è proprio l’approccio che vorremmo mantenere!!

      Risposta

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