Faenza assediata dal Valentino, Isabella d’Este in una lettera esalta i faentini “honore de’ italiani”

Un articolo del 13 luglio 2019, apparso su «Il Resto del Carlino» a firma di Elisabetta Rossi, da Pesaro, riporta alla luce della cronaca nazionale il ritratto di Isabella d’Este (1474-1539) profilata con i lineamenti di santa Caterina d’Alessandria, attribuito alla mano di Leonardo da Vinci. A dire il vero la cronaca pesarese del «Carlino» si sofferma su una questione di carattere legale, perché vede protagonista non tanto la tela, ascritta al pennello di Leonardo, quanto la sua detentrice, che qualche anno fa si vide costretta a dare mandato agli avvocati per difendersi per una condanna a 1 anno e 2 mesi per esportazione illecita di opere d’arte. Si tratta della pesarese Emidia Cecchini, che pare non abbia corrisposto ai legali alcuna parcella, che si aggira intorno a più di un milione di euro. Per questo i legali vogliono rifarsi sui suoi beni, puntando sulla tela ora pignorata, ma che dal febbraio 2015, per mano della Guardia di Finanza di Pesaro, è stata collocata nel caveau di un imprecisato istituto di credito bancario di Lugano.

Dal dipinto attribuito (falsamente) a Leonardo alla lettera del 1501: Isabella d’Este e Faenza

Al di là delle vicende giudiziarie, tuttora in corso, c’è da dire che la tela pseudo-leonardesca, se non fosse per l’aspra querelle che si scatenò all’indomani della pubblicazione sull’inserto «Sette» del «Corriere della Sera» dell’ottobre 2013, rimarrebbe eclissata nel silenzio del patrimonio familiare di questa donna pesarese, mentre di Isabella d’Este resterebbe sicuramente impresso nella memoria il “Ritratto” nel disegno preparatorio eseguito a carboncino, sanguigna e pastello conservato al Louvre di Parigi, databile al 1500. Sull’inserto del quotidiano milanese, infatti, apparve superbo e fragoroso l’annuncio di una attribuzione quasi del tutto certa della tela alla mano di Leonardo e ad alcuni suoi allievi come Salaì o Melzi, divenuto oggetto del contenzioso legale con la pesarese Cecchini.

Ritratta con una corona in testa e una palma stretta vicino al seno quasi fosse uno scettro, il dipinto elvetico è stato definito dal critico d’arte Vittorio Sgarbi un’opera «goffa e bambagiosa, senza volume, senza chiaroscuro», una bocciatura drastica quella del critico che punta l’indice contro il difetto di non doversi «consultare con altri, magari più sensibili ai valori pittorici e meno a misteri ed enigmi da risolvere», nomi illustri e competenti in materia quali Mina Gregori, Antonio Paolucci, Carlo Bertelli, Nicola Spinosa, Pietro Marani, Luisa Cogliati Arano. «In sintesi – concluse Sgarbi nella sua invettiva apparsa sulle pagine del quotidiano «Il Giornale», immediatamente dopo la notizia del «Corriere» – si tratta di una modesta e tarda copia (neppure di Salaì o Melzi – (allievi di Leonardo, ndr) – del Ritratto di Isabella d’Este conservato al Louvre, mirabile disegno eseguito a carboncino e a pastello giallo, delle stesse identiche dimensioni. Certamente un omaggio a Leonardo. A insospettire, oltre la coincidenza perfetta delle misure, devono essere, al confronto con l’originale, la debolezza del disegno, la totale assenza del volume dei capelli, il traballante travestimento in Santa Caterina. Una modesta testimonianza di devozione a Leonardo di cui Leonardo avrebbe sorriso».

Leonardo, i ritratti di Isabella d’Este a confronto: il disegno leonardesco al Louvre e l’opera attribuita falsamente a Leonardo sulla destra.

Alessandro VI e il Valentino mettono a ferro e fuoco la Romagna

L’occasione di questo mio scritto, che qui prende spunto dalla cronaca giudiziaria, mi consente di soffermarmi un po’ di più su quel tratto della vicenda biografica della bella marchesa Isabella, che la vede particolarmente impressionata per gli ultimi e tormentati anni della Signoria dei Manfredi di Faenza, in preda alle sempre più prepotenti smanie di Rodrigo Borgia, conosciuto col nome di papa Alessandro VI, che vuole metter fine al secolare disordine del suo stato deponendo tutti i vicari di Romagna.
Quella del vicariato in effetti è una questione spinosa, che già da tempo obbligava le regioni sottoposte al dominio temporale dei pontefici a concedere una copiosa somma di denaro in cambio del governo del territorio, composto da corpi politici quali città, borghi, terre e castelli spesso instabili e non sempre retti efficacemente dai propri signori. Senza dire delle città, cioè di quelle realtà urbane che deducono la propria autorità anche dal fatto che possono contare sulla presenza di un vescovo, così come è consolidato nel pensiero politico di giuristi medievali quali Bartolo di Sassoferrato («civitas verum secundum usum nostrum appellatur illa quae habet episcopum»). E il vescovo Federico Manfredi è stato, ad esempio, su Faenza davvero influente, tanto da sfoderare prerogative signorili al pari del fratello Carlo.
Dopo l’avventura signorile di Galeotto (1477-1488), fratello osteggiato insistentemente dalle cattive condotte di Federico e Carlo, che si conclude tragicamente il 31 maggio 1488, Faenza è una città orfana e al tempo stesso stretta nella morsa di tre potenze, i Fiorentini rappresentati in città da Giovanbattista Ridolfi, che prende in custodia l’infante erede Astorre III di soli tre anni, i Bolognesi con Giovanni Bentivoglio, che ambisce a divenire signore della città giacché Astorre (Astorgio III), suo nipote, non avrebbe potuto reggere la signoria per la sua tenerissima età, e gli Sforza rappresentati dal capitano Giovan Pietro Carminati di Brembilla, detto il Bergamino. Manca all’appello Venezia, che presto si affaccia sulla scena, cioè quando è chiara la arretrante influenza dei Fiorentini, che frattanto devono fare i conti con i Francesi di Carlo VIII (1494).

Astorre III Manfredi (dipinto di Leonardo Scaletti), Pinacoteca comunale di Faenza.

I giorni dopo la morte di Galeotto furono convulsi e cruciali per le sorti di Faenza: il 2 giugno 1488 il capitano sforzesco Carminati presenzia nel duomo di Faenza, insieme con Giovanni Bentivoglio, non al funerale di Galeotto ma alla liturgia solenne con la quale il figlio del Manfredi, Astorgio III, è proclamato signore. Quella di Astorgio III è una signoria breve (1484-1502). Gli Sforza di Milano fanno di tutto per esorcizzare il demone veneziano, che tenta di mettere le mani sui territori romagnoli accattivandosi il Consiglio di reggenza faentino, che però alla fine del 1495 finisce per arrendersi a Venezia.
I Faentini vengono soggiogati dalle manovre del provveditore veneziano a Faenza, Domenico Trevisan, che fa di tutto per indebolire ed esautorare la reggenza faentina, facendo credere che ogni suo interesse sia proiettato sul giovane principe a salvaguardia della signoria su Faenza. La città e gli ottimati abboccano.

La resistenza dell'”atticissima gens manfreda”

Cesare Borgia
Sebastiano del Piombo (attribuito a), Cesare Borgia, probabile ritratto.

Dopo la morte di Carlo VIII (1498), è il nuovo re di Francia Luigi XII a destare preoccupazione, specie quando occupa Milano (1499) facendosi annunciare dal duca di Valentinois Cesare Borgia, figlio di papa Alessandro VI. Luigi nomina, infatti, il Borgia luogotenente e questi punta dritto verso la Romagna, perché le sue intenzioni sono quelle di farsi principe di uno Stato pontificio. Succede anche che i Faentini tengono molto alla Signoria ma nondimeno in una sottilissima sfera di autonomia. Autonomia che sarà presto compromessa dalla più che preoccupante alleanza tra Venezia, Francia e Alessandro VI. È proprio Venezia a farne le spese: il Papa, infatti, cogliendo come pretesto le more nella corresponsione dei profitti spettanti alla Santa Sede, fa decadere i vicariati apostolici in Romagna. Venezia si vede sfuggire una grande opportunità sulle terre romagnole, dato che da un lato ha i Turchi che premono nel Mediterraneo minacciando le proprie forze commerciali, dall’altro ha proprio il Papa che, alla testa di un esercito di 7mila uomini, la invita a cedere Faenza, Rimini e Pesaro in cambio di un sostanzioso aiuto nella lotta contro gli infedeli. Ovviamente cede e Cesare occupa Pesaro e Rimini. La Val di Lamone si arrende al Papa. Resta Faenza, sola, «cità ostinata» ma fiera. Fino all’ultimo.

Prima Pesaro, poi Rimini, si arresero tutte senza fiato e Giovanni Sforza, signore di Pesaro e Gradara, nipote di Ludovico Sforza il “Moro” fugge a Mantova, cercando rifugio nella casa della sua prima moglie, Maddalena Gonzaga. Francesco Gonzaga ha accolto gentilmente il cognato, che in realtà era anche consorte di Lucrezia Borgia, figlia di Rodrigo, cioè papa Alessandro VI, ma mette subito in chiaro che non poteva fare nulla contro il Borgia. Nonostante le professioni di amicizia di Isabella per il figlio del Papa, non poteva nasconderla una certa ammirazione per l’amabile cittadina di Faenza, che già celebrava per l’«atticissima gens manfreda», cioè per la bottega di maiolicari e vasai faentina, atticissima, raffinata ma semplice; cittadina che rimase fedele al suo principe, Astorre, e sola tra le città della Romagna ha offerto un determinata resistenza al conquistatore.

L’Epistola di Isabella d’Este del 20 aprile 1501 a Francesco Gonzaga

Al 20 aprile 1501 risale un’epistola di Isabella d’Este indirizzata a suo marito Francesco Gonzaga, nella quale non manca di evidenziare i caratteri di fedeltà della città di Faenza al suo signore, aspetti riverberati a tal punto nella sua inedita sensibilità umana, accanto alla consueta straordinaria consapevolezza politica da essere esaltati come «onore dell’Italia»: la Romagna aveva dato mirabili esempi di valore e disciplina, e soprattutto di fedeltà.

«Piaceme – scriveva Isabella al coniuge – che faentini siano tanto fideli et / constanti alla defensione del suo signore che recuperano / l’honore de’ italiani».

Ma cinque giorni dopo, Faenza fu costretta ad arrendersi e il coraggioso giovane principe Astorre, insieme al fratellastro Giovanni Evangelista (nato nel 1482 da Galeotto e da Cassandra Pavoni), furono fatti prigionieri e condotti a Roma, venendo strangolati a Castel Sant’Angelo per ordine di Cesare Borgia.

Astorre  III Manfredi e il fratellastro buttati nel Tevere: i loro corpi saranno ritrovati il 9 giugno 1502.

Un’ultima curiosità. La lettera di Isabella d’Este Gonzaga è in volgare, con datazione, formula di sottoscrizione e indicazione del destinatario in latino, indirizzata al consorte Francesco II Gonzaga, marchese di Mantova (1484-1519), in cui si riferisce della guerra che Cesare Borgia stava conducendo contro Faenza, prossima alla resa. La scrittura dell’epistola si deve probabilmente alla mano di uno scrivano e ha ottenuto un restauro nel 1999. Presenta un sigillo tondo in ceralacca con la scritta a caratteri maiuscoli ISABELLA MARCHIONISSA MANTUAE. Dopo esser appartenuta a Giannalisa Feltrinelli, la lettera fu acquistata il 3 dicembre 1997 presso la case d’aste Christie’s di Londra con finanziamento del Comune di Mantova.

La copia manoscritta della lettera di Isabella d’Este al consorte Francesco II Gonzaga.

Si reca qui di seguito la trascrizione della missiva, avvertendo che si sono sciolte le abbreviazioni, uniformate all’uso moderno l’interpunzione, le maiuscole e le minuscole, distinte le u dalle v e introdotti gli accenti e il segno di elisione.

[A tergo]: Illustrissimo principi et excellentissimo domino / consorti et domino nostro / observatissimo domino marchioni / Mantuae.

[Lettera]: Illustrissimo signor mio, piaceme che faentini siano tanto fideli et / constanti alla defensione del suo signore che recuperano / l’honore de’ italiani. Cossì Dio gli conceda gracia de perseverar, / non per augurar male al duca Valentino, ma perché quel / povero signore, né il suo fidele populo, non meritano tanta / ruina. Ringracio vostra excellentia de la participatione facta cum me / de lo aviso de la prima bataglia, in conformità de lo quale / è quello che gli scrive messer Carlo da Sesso per la lettera / qui alligata quale io ho aperto, et in bona gracia sua me / raccomando sempre. Mantuae XX aprilis .MDI. / Excellentia vostra, / coniunx Isabella cum iusta commendatione.

Michele Orlando

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