INTERVISTA A MONSIGNOR MARIO TOSO, VESCOVO DELLA DIOCESI FAENZA-MODIGLIANA

INTERVISTA A MONSIGNOR MARIO TOSO

VESCOVO DELLA DIOCESI FAENZA-MODIGLIANA

Monsignor Mario Toso è da qualche settimana il nuovo vescovo della diocesi di Faenza-Modigliana. Come redazione ci è sembrato giusto cogliere questa occasione per conoscerlo e approfondire con lui alcune tematiche di grande importanza per la nostra realtà cittadina. La definizione di un nuovo umanesimo, il dialogo tra le varie realtà associative cristiane e la sua chiamata a questo ruolo sono solo alcuni dei temi che abbiamo trattato. Lo ringraziamo quindi per la disponibilità di tempo che ha concesso al nostro piccolo blog e per la chiacchierata che ne è scaturita.

 

Al di là dell’obbedienza, perché ha scelto di diventare vescovo?

Hai detto bene. Sono diventato vescovo perché mi è stato proposto e non perché l’ho inizialmente voluto io. Evidentemente quando viene fatta la proposta e si dà l’assenso ad essa e ci si mette del proprio. Si assume la missione. Si abbraccia, in maniera più intensa, Gesù Cristo e ci si inoltra in un cammino di crescente immedesimazione con Colui che è il grande Pastore delle pecore (cf Eb 13,20). Uno cerca, muovendo dall’amore a Gesù Cristo, di capire che cosa deve fare assieme alla comunità diocesana a cui è stato assegnato, per vivere tutti insieme – singoli e gruppi – in senso missionario e per essere testimoni credibili nelle proprie parrocchie, nelle Unità pastorali, nella città. Se dovessi rispondere in maniera sintetica alla tua domanda, potrei dire che ho «scelto» – ripeto che non l’ho scelto io – di essere vescovo per comunicare ad altri la gioia che mi ha donato Gesù Cristo allorché mi sono fatto cristiano, sono cioè diventato suo, salesiano, e sono stato ordinato sacerdote. Il motto della mia immaginetta che ricorda la mia ordinazione sacerdotale è Per servire Cristo tra i giovani. Posso ripetere che ho accettato di essere vescovo anzitutto per aiutare a crescere, singoli e gruppi, nell’amore a Cristo, per portare le persone ad incontrarLo, a viverLo, perché è solo Lui che redime e salva, nessun altro tra gli uomini.

Cosa deve fare un buon Vescovo a suo parere?

Innanzitutto, amare Gesù Cristo e la Chiesa ove è chiamato ad essere maestro, sacerdote e pastore. In questo momento storico papa Francesco sollecita i vescovi ad essere promotori del rinnovamento delle comunità cristiane mediante una conversione spirituale, pastorale e pedagogica. Il testo di riferimento è l’esortazione apostolica Evangelii gaudium. E, pertanto, ritengo che uno dei punti principali del mio impegno pastorale in questa diocesi debba essere rappresentato dalla ricezione e dalla messa in pratica dei suggerimenti che si trovano nella suddetta esortazione. Per questo sarà mia cura sollecitare tutte le comunità ma anche tutte le associazioni, le organizzazioni e movimenti a confrontarsi con le proposte dell’Evangelii gaudium e a trovare le vie per realizzarne le indicazioni. Sicuramente, per un vescovo resta sempre primario l’annuncio di Gesù Cristo, per presentarlo e proporlo come Colui che redime e fa nascere nella nostra società, caratterizzata da un pensiero debole e da un neoindividualismo libertario ed anarchico, un nuovo pensiero, una nuova progettualità e un nuovo umanesimo più fraterno, solidale, aperto alla trascendenza. Il prossimo Convegno della Chiesa italiana avrà come tema centrale proprio questo aspetto. Non a caso ha come titolo In Cristo un nuovo umanesimo.

Faenza è una città con parecchie associazioni, molto spesso slegate tra loro e poco interagenti. Può il vescovo essere ponte?

Il vescovo ha senza dubbio un ministero che è quello di confermare i suoi nella fede e di essere principio di unità nella sua Chiesa, ma non solo. È chiamato a edificare incessantemente la Chiesa particolare nella comunione di tutti i suoi membri. Deve farsi promotore di una vita missionaria mediante la comunione di tutte le componenti ecclesiali. Più una comunità vive e realizza la sua missione attraverso la comunione delle sue componenti – sacerdotali, religiose, laicali -, più è efficace nell’annuncio e nella testimonianza di Cristo. Non conoscendo ancora bene la Chiesa che è in Faenza-Modigliana do credito a quanto mi dici. In merito ad eventuali disarticolazioni esistenti tra associazioni, gruppi e istituzioni non posso che auspicare una maggiore collaborazione e convergenza specie su obiettivi pastorali ed educativi su cui è bene che tutti siano d’accordo e collaborativi. Penso ad esempio alla bellissima esperienza che abbiamo vissuto sabato scorso presso il Seminario nuovo, ove si sono trovati con gioia ed in allegria circa duecento giovani di tutta la diocesi, in occasione dell’approfondimento dei contenuti del Messaggio di papa Francesco per la prossima Giornata della Gioventù e della professione di fede dei diciottenni. La cappella del Seminario era colma e, tuttavia, sarebbe stata un’esperienza più completa se fossero stati presenti anche altri giovani della diocesi. Nella comunità ecclesiale si deve crescere tutti insieme sugli obiettivi essenziali, pur mantenendo la diversità dei vari cammini. Penso che nei prossimi incontri giovanili sarà da realizzare quanto sottolinei tu, specie per quanto concerne la conoscenza della Traccia relativa al prossimo Convegno di Firenze (novembre) e che è stata preparata per consegnarla a tutte le componenti ecclesiali. Presto penso di riunire le varie componenti ecclesiali per consegnare loro la Traccia e per sollecitare la sua diffusione nonché la sua traduzione nei vari itinerari di pastorale e di educazione.

Crede nel dialogo ecumenico? Cosa si può fare a livello locale in questo senso?

Sicuramente. Sono, a riguardo, senz’altro importanti gli incontri a livello di preghiera e di conoscenza degli aspetti comuni o differenti della fede, ma sono anche imprescindibili i momenti di collaborazione su temi di giustizia e di pace.

Faenza è una città che sempre più spesso (a livello amministrativo e/o associativo laico e religioso) tende a puntare verso il basso, evitando la discussione sui veri contenuti e stagnando. Cosa si dovrebbe fare per sollevare la situazione?

Credo che questo sia una situazione comune in Italia, ma non solo. Quello che, a mio avviso, oggi impedisce di puntare verso soluzioni di alto contenuto civile, relativamente ai vari problemi concernenti la convivenza civile, il lavoro, la famiglia, la scuola, la cultura, la politica, il rispetto della libertà religiosa, sia la mancanza di una solida piattaforma di beni-valori condivisi, che è senz’altro originata dal prevalere di una cultura di tipo individualistico e libertario. La carenza di convergenza anche sulle cose essenziali impedisce una vera e propria discussione costruttiva. Quando prevale il punto di vista dei singoli e questo è addirittura assolutizzato sino a renderlo incommensurabile rispetto a quello di altri, allora è facile che si punti al minimo, chiudendo il confronto nel più breve tempo possibile, accontentandosi di soluzioni provvisorie o imboccando la via del decisionismo o divenendo addirittura rinunciatari, rimandando la soluzione dei problemi. Rispetto a ciò occorre che recuperiamo un serio confronto su temi fondamentali, come ad esempio il tema della vita, della libertà, del lavoro, della famiglia, della politica, del bene comune. Credo, ad esempio, che il concetto di libertà che è stato veicolato in occasione della tragedia di Parigi, relativamente all’uccisione dei giornalisti e collaboratori della rivista Charlie Hebdo, sia fortemente riduttivo e poco adatto per fondare le basi civili di un’Europa facente perno sui diritti e sui doveri delle persone e dei gruppi. Alcuni sostengono che, nell’attuale contesto socio-culturale, fortemente pluralista e multiculturale, sia pressoché impossibile trovare una piattaforma condivisa dalla maggioranza. Personalmente ritengo che questa è una visione troppo pessimista che non fa leva sul fatto che tutti, di qualsiasi razza, cultura e religione, sono esseri umani, dotati di una ragione che pone tutti alla ricerca del vero, del bene e di Dio. È sulla base di questa comune ricerca, che compiamo grazie ad un’universale capacità di vero e di bene, che possiamo sperare di trovare beni condivisibili e punti di convergenza. Rispetto a tutto ciò è previa l’onesta intellettuale, la sincerità del cuore, l’accoglienza reciproca. Se nel dialogo pubblico si parte dal pregiudizio e da una chiusura iniziale è chiaro che non si può sperare di incontrarsi seriamente e tantomeno di parlarsi per capire il pensiero dell’altro. Nel dialogo sociale c’è bisogno di tanta umiltà, di accettazione del proprio limite, del riconoscimento che non siamo del tutto autonomi, ma bisognosi dell’incontro con altri e del loro aiuto.

Diritti civili: un recente editoriale de L’Espresso ha mostrato come in Italia i matrimoni religiosi e civili sono in calo con un parallelo aumento dei divorzi. Molte coppie sono impreparate alla vita assieme e le tensioni della quotidianità minano la famiglia (sia cristiana che non). Cosa può essere fatto come diocesi?

Credo che su questo versante la Diocesi sia impegnata da tempo, come comunità parrocchiali, con i corsi prematrimoniali, con la catechesi, ma anche con associazioni e gli Uffici dedicati alla pastorale famigliare. Ultimamente, poi, si sono aggiunti nuovi gruppi che lavorano nel proporre la bellezza della famiglia cristiana che da varie comunità culturali viene considerata una forma arcaica di convivenza. Penso, ad esempio, al gruppo “Famiglia e società”, attualmente coordinato dal prof. Everardo Minardi, promosso dalla Diocesi per un’attività laicale a difesa della famiglia, soprattutto per affrontare attentamente la problematica del gender e cercare di informare famiglie, giovani educatori delle parrocchie e associazioni sull’insidia di tale ideologia. Un grande impegno dovrà essere dispiegato in tal senso anche dalla pastorale giovanile, dall’AC, dall’AGESCI. Papa Francesco nel suo Messaggio per la prossima GMG incoraggia i giovani a coltivare la grande ricchezza affettiva presente nel loro cuore, il desiderio profondo di un amore vero, bello e grande, vincendo la cultura del provvisorio, vivendo la propria sessualità non egoisticamente bensì come luogo di espressione del dono di sé, di tutto se stessi e, quindi, in un contesto di amore che tende per sé alla totalità e alla fedeltà. La dimensione della propria corporeità va vissuta in un contesto spirituale, all’interno di un progetto di vita che per il credente contempla una vita come comunione e come condivisione di tutto se stessi nella gioia e nell’assunzione di responsabilità che non diminuiscono ma accrescono la nostra libertà.

Qual è il suo piatto romagnolo preferito?

I cappelletti, quando sono fatti ad arte, ma non disdegno i passatelli, altro piatto classico.

Un pensiero riguardo “INTERVISTA A MONSIGNOR MARIO TOSO, VESCOVO DELLA DIOCESI FAENZA-MODIGLIANA

  • 10 dicembre 2016 in 10:47
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    Mi permetto di segnalare quello che spero sia soltanto un errore nell’uso di alcuni termini nell’intervista dell’Illustre Sig. Vescovo.
    Avevo già trovato gli stessi errori, nella breve recensione dell’ultimo libro dell’intervistato ” Per una nuova democrazia” riportata sul sito http://www.libreriadelsanto.it/libri.
    I termini in questione sono “libertario” e “libertarismo”.
    Cristo redime l’uomo vecchio e fa nascere un uomo nuovo, annunciando la Salvezza, invitando alla conversione del cuore. Non certo additando negli invasori del tempo (i Romani) o nelle autorità ebraiche (sinedrio o dottori della legge), o nelle fazioni politiche dell’epoca, la causa dei mali da rimuovere e da combattere.
    San Paolo stesso scrive “la nostra lotta non è contro le creature di sangue e di carne, ma contro gli spiriti del male che abitano questo mondo di tenebra”.
    Pertanto il riferimento del vescovo al “neo individualismo libertario ed anarchico” o al libertarismo (termine usato nella recensione del suo libro)

    sono ERRATI e FUORI LUOGO per due ragioni:

    RAGIONE 1:
    Si tratta solo di idee politiche ed economiche, per nulla diffuse e per nulla rappresentate in giro, meno che meno in Italia. Al contrario della totale diffusione di partiti di ogni colore e programma, accomodati nei parlamenti delle democrazie di tutto il mondo. Parlamenti e governi manifestamente anti cristiani e idolatri.
    Ragioni meramente aritmetiche di rappresentanza dovrebbero quindi suggerire al Vescovo, che le “creature di sangue e di carne”, da additare eventualmente non sono i Libertari e il Libertarismo, ma i governi e i partiti contemporanei. Essi possiedono infatti le redini delle decisioni sociali, economiche e politiche, e i lacci del portafoglio della spesa pubblica proveniente dalla rapina fiscale.

    RAGIONE 2:
    Il Libertarismo e i Libertari, o il termine “anarchia” (il cui uso tra i Libertari e nel Libertarismo è pressoché sconosciuto in quanto sostituito dal termine Libertà), METTONO AL CENTRO dell’attenzione e della società che essi ipotizzano e propongono, l’INDIVIDUO con la sua originalità e ricchezza.
    Il Libertarismo smonta con rigore logico tutte le finzioni economiche e sociali del collettivismo imperante, dove l’individuo non conta nulla, se non per essere depredato dal fisco, e invitato a recarsi alle urne.
    Lo stesso individuo a cui da decenni ormai, tanta parte del clero e dei pastori, annuncia solo encicliche, canonizzazioni, variegati bisogni dell’umanità, lotte ideali per principi non negoziabili. Rinviando l’annuncio del Vangelo alla fine dei tempi, forse.

    Spero quindi che il Vescovo rifletta sui due errori che ho il dovere di segnalargli. E se proprio deve additare qualcuno o qualcosa, lo faccia con il collettivismo idolatra e anticristiano di partiti, governi, democrazia contemporanei, nazionali e internazionali. Se ne ha il coraggio e la possibilità.
    Renderebbe un grande servigio alla Verità, alla Fede, alla Libertà, in altre parole alla Chiesa stessa e a Cristo, nostro Maestro e Principe della Pace.

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