Una festa itinerante per il ritorno del Cubo Alato. Il racconto nell’intervista a Matteo Zauli

Cosa definisce una comunità? Il vissuto? La condivisione? Faenza è una città d’arte con un’identità ben precisa e anche se solo una piccola parte della popolazione si occupa attivamente di ceramica, l’argilla è per tutti un materiale familiare. Così come familiare è il legame verso gli artisti che hanno lasciato un segno, facendo conoscere la città anche oltre le sue mura. L’arte ceramica è parte integrante del tessuto sociale, un punto di riferimento, è casa. Per questo quando il 24 ottobre 2016 la città si svegliò scoprendo che il Cubo Alato – Monumento alla Fraternità tra i Popoli di Carlo Zauli, era stato danneggiato – da atti vandalici e goliardici – il sentimento condiviso da tutti fu lo sbigottimento. Non era stata ferita solo l’opera e la memoria di un artista amato e stimato, ma anche il simbolo della comunità posto appena all’esterno della stazione ferroviaria, porta d’ingresso alla città. Tornando alla domanda iniziale: può una comunità sentirsi rappresentata dalla poetica e dall’umanità racchiusa in un’opera d’arte? A Faenza, sì.

Ora, a quasi un anno di distanza, le operazioni di ricostruzione e restauro sono state concluse con il lavoro di Aida Bertozzi, grazie alla collaborazione con MAP – Museo all’aperto della città di Faenza e realizzate con il contributo dell’amministrazione comunale e all’Associazione Amici della Ceramica e del MIC. Il restauro è passato attraverso un percorso a tappe che da quel lunedì di fine ottobre ci porta fino a sabato 21 ottobre, quando l’opera di Zauli verrà svelata al pubblico al termine di una passeggiata collettiva a cui è invitata tutta la cittadinanza. Un percorso che dal Museo Carlo Zauli condurrà fino alla stazione, in pomeriggio dove sorprese ed emozioni verranno scandite dalla musica della banda cittadina del maestro Casamenti. Un evento della città e per la città, come ci racconta Matteo Zauli, figlio dell’artista e direttore del Museo Carlo Zauli.

Intervista a Matteo Zauli

Era il 24 ottobre 2016 quando si diffuse la voce del danneggiamento al Cubo Alato. Fu una notizia che rattristò ed indignò molti faentini. Cosa ricordi di quella giornata?

Quel giorno appresi la notizia dal web. Come spesso mi capita di fare al mattino presto, guardo il web per leggere le news e ricordo benissimo che aprendo Facebook ho visto tantissime foto del Cubo Alato danneggiato, a cui mancava tutta una parte. Per me è stato impressionante perché la scultura era spezzata tanto da riuscire a vederne anche l’interno. Sono rimasto scioccato da quelle immagini e allo stesso tempo mi ha colpito moltissimo constatare che sin dal primo mattino erano tantissime le foto e commenti che testimoniavano la sensibilità della nostra città nei confronti di quella scultura. E’ stata subito evidente la sincera vicinanza per quanto successo: una reazione collettiva che mi ha molto colpito.

Qual è stato il processo che avete intrapreso per arrivare fino all’inaugurazione di sabato? 

Dopo il danneggiamento, il progetto di restauro è iniziato lentamente per capire lo stato dell’opera perché in questi casi è necessario fare un’analisi approfondita prima di procedere. I lavori di restauro sono iniziati nella scorsa primavera per mano di Aida Bertozzi, assistente storica di Zauli, che tuttora collabora con il Museo Carlo Zauli e che in passato ha restaurato decine di altre sue opere. Solo con lei potevamo avere la certezza che il restauro sarebbe stato ottimale, conoscendo così approfonditamente il lavoro dell’artista.

Com’è avvenuto il processo di restauro  delll’opera?

Aida Bertozzi con l’opera

Il restauro è stato fatto a tre livelli. In primis il consolidamento interno alla struttura della scultura perché si è verificato un distaccamento che ha reso necessaria la sua ricostruzione e assestamento. Inoltre, si era staccata un’ala che è stata portata in un primo momento al Museo Carlo Zauli perché cadendo si era rotta in ulteriori parti. In questa prima fase si è cercato di ricreare una struttura in acciaio e applicare poi delle resine ancoranti per tenere insieme la ceramica, gli stessi che vengono utilizzati per le grandi opere. Il secondo livello è stato poi quello di consolidamento esterno delle parti che si erano staccate e, ultimo livello, il restauro pittorico delle parti che si erano sbriciolate, per riportare l’opera a come l’artista l’aveva concepita.

Cosa ricordi del periodo in cui tuo padre stava lavorando al Cubo Alato? 

Negli anni Settanta mio padre raggiunge il culmine del successo ed è spesso impegnato in mostre in giro per l’Europa e in Giappone. Ciononostante è sempre stato molto legato alla sua città e per questo accetta con grande gioia e soddisfazione l’invito di una mostra antologica del suo lavoro al Palazzo delle Esposizioni, che all’epoca era considerato un po’ il centro del mondo in città perché ospitava il Premio Faenza oltre alle opere di artisti provenienti da tutto il mondo. Ogni anno lì veniva organizzata la mostra di un maestro e quell’anno decisero di chiamare Carlo Zauli. Tra le opere che scelse di esporre, decise di inserire anche due lavori nuovi: uno è l’alto rilievo che ora si trova nella Monte dei Paschi vicino alla stazione, una lunga zolla arata, e l’altro era appunto il Cubo Alato. Proprio quest’ultima divenne la sua opera preferita.  Aveva un legame particolare con questo lavoro, tanto è vero che quando la mostra si concluse l’opera finì nella nostra terrazza e lui la considerava il pezzo forte della collezione.

“Per lui era importante fosse il Cubo Alato a rappresentare la città”

Ricordi un aneddoto relativo all’opera o al rapporto di tuo padre col suo lavoro?

Ricordo che ad 11 anni avevo una piccola telecamera e lui mi chiedeva sempre di fare dei filmini su questo pezzo. Quando alla fine degli anni Ottanta, la Bcc (Banca di Credito Cooperativo) stanziò un progetto per finanziare l’acquisto di un’opera da posizionare davanti alla stazione come simbolo città, lui propose quel pezzo perché per lui aveva un senso molto speciale. Avrebbe anche potuto rifarne un altro visto che proprio in quel periodo stava lavorando ad un Cubo Alato per l’Università di Tel Aviv, ma per lui era importante che fosse proprio quel Cubo Alato a rappresentare la sua città. Quando lo installarono era così contento che ogni volta che usciva dal laboratorio a fine della giornata non faceva mai la strada più corta ma ne sceglieva una più lunga per passare lì davanti, fare un giro intorno al cubo e poi tornare a casa. Una volta ero al laboratorio con lui e tornando a casa fece fare anche a me lo stesso giro, gli piaceva fermarsi a guardare l’opera. Un uomo in bicicletta ci vide e ci chiese “Quale sarà il significato dell’opera? Vorrei chiederlo all’artista”. Ovviamente non sapeva fosse lui l’artista.

Sabato 21 il programma prevede un percorso dal Museo fino alla stazione, in cui tutta la comunità è invitata a partecipare alla scoperta dell’opera ristrutturata. Vuoi anticiparci qualcosa di quello che succederà? 

Abbiamo pensato che viste le numerose manifestazioni di vicinanza ricevute dalla comunità dopo rottura del cubo, questo dovesse essere per la città un momento di festa collettiva. Il ritrovo sarà alle 18.00 al Museo Carlo Zauli, il luogo dove è stato concepito e creato il Cubo 39 anni fa. Poi da lì partirà un percorso fino alla stazione, con delle tappe in luoghi dove ci sono cose da raccontare o legate alla genesi delle sue opere. Sarà un pomeriggio di sorprese che culminerà alle 19 insieme al sindaco Giovanni Malpezzi, quando l’opera verrà svelata, in un’ottica di rievocazione festosa della presenza di Zauli in città.

A cura di Stefania Federico

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