IL CAMPO DI GIOCO DELLA SATIRA

 IL CAMPO DI GIOCO DELLA SATIRA

Sulle vignette appese all’istituto Oriani di Faenza

Si è parlato molto in questi giorni della sacralità della satira, giustificando in questo modo ogni gesto fatto in suo nome.

Dopo i tragici fatti di Parigi sembra quasi che basti declinare qualsiasi nostro atto/scritto/battuta con l’aggettivo “satirico” per poter dire in maniera legittima qualsiasi cosa, in nome della sacrosanta libertà d’espressione.

Facendo questo, il linguaggio satirico, nella mentalità comune, sembra essere diventato implicitamente sinonimo di “provocazione”, “volgarità”, “odio”.

Nonostante sia riconosciuta come un’invenzione latina, in linea generale si può dire che la satira sia una forma d’espressione presente in vari modi e diverse gradazioni in ogni società umana che si regga su principi di comunità.

Si caratterizza in particolare per non porsi alcun limite sugli argomenti da trattare, né sul modo in cui trattarli. Gli argomenti, per esempio.

Sesso, religione e denaro sono i grandi bersagli che la satira non ha mai avuto paura di mettere in ridicolo. Mentre il potere e le ideologie hanno sempre cercato di nascondere o mascherare questi tabù sociali, la satira forniva invece alla comunità un diverso e importante punto di vista.

Veniamo ora al modo in cui la satira ne parla.

Nell’affrontare questi argomenti, utilizza spesso un linguaggio diretto e popolaresco. È sarcastica ed ironica, non si lascia intaccare dal perbenismo che tante volte è un freno ai nostri pensieri. Il riso è il suo strumento, uno strumento più potente di quanto si creda, come lucidamente scriveva Leopardi: «Terribile e awful è la potenza del riso: chi ha il coraggio di ridere, è padrone degli altri, come chi ha il coraggio di morire».

La cosa che sfugge, e su cui non si è posto molto l’accento, è che la satira, come tutte le altre forme d’espressione umane, ha le sue regole e i suo i campi gioco. Non è lasciata allo sbaraglio dell’iniziativa del singolo o di emozioni accidentali. La democrazia stessa, per funzionare correttamente, ha le sue regole del gioco per cui, sebbene si regga sui principi della libertà delle idee e dell’espressione, condanna per esempio l’apologia del fascismo. La satira perché sia tale ha bisogno di limiti. Limiti non di argomenti o di linguaggio, ma di luoghi.

Perché satira non è solo il “cosa” e il “come” si dice, ma anche il “dove”.

La satira nel mondo greco era terribile, tanto quanto le vignette pubblicate dalla rivista Charlie Hebdo. Aristofane nelle sue rappresentazioni non si tirava certo indietro dal mettere in scena nella maniera più cruda i difetti, le paranoie e le volgarità dell’”ateniese medio” e di certi personaggi di spicco della polis, tra i quali lo stesso Socrate (sì proprio lui, il grande padre del pensiero occidentale!!!), ridicolizzato ferocemente nelle Nuvole. Tutto questo nel mondo greco avveniva però in un preciso luogo fisico: il teatro. Ecco i limiti della satira. La politica, più ancora che nell’assemblea, si svolgeva in questo luogo capace di raccogliere anche 30.000 persone (!!!!) provenienti da tutti i demi dell’Attica. Il campo di gioco era quello, le regole precise. Tutti accettavano i principi che permettevano alla satira di esprimersi all’interno di quei confini, perché lì poteva dare il meglio di sé e fungere veramente da dialogo e da stimolo per i cittadini. Si creava un tacito patto tra chi ascoltava e chi parlava. Fatta in altri luoghi e in altri contesti la satira sarebbe stata solo “provocazione”, “volgarità”, “odio”.

L’incondizionato elogio alla libertà di espressione degli ultimi giorni non deve portare ad una deplorevole e controproducente anarchia di linguaggi.

Ci sono luoghi in cui pubblicare delle vignette, anche molto offensive (e in cui possiamo non riconoscerci), ha comunque un senso. Dalla democrazia ateniese ad oggi la satira si è pian piano assestata sulle pagine dei giornali, creando un nuovo luogo, più o meno apprezzato, in cui le regole del gioco sono implicitamente condivise tra chi volontariamente compra quelle pagine e chi le stampa.

Il linguaggio satirico può essere ricreato ancora in teatro, in uno spettacolo televisivo o comunque sia in tutti quei luoghi in cui le regole del gioco sono accettate dalla comunità e da chi ascolta, e in tal caso è giusto difendere la satira come uno degli strumenti più alti delle democrazie occidentali. Ci sono invece luoghi in cui fare tutto questo non è un atto di buon senso, come ostentare sull’onda dell’entusiasmo quelle vignette in una scuola pubblica, in un parlamento, in un luogo di culto. Giusta o sbagliata che sia, in questi luoghi la satira smette di essere tale e, anche se il fine iniziale del gesto poteva essere buono e propositivo, diventa solo “provocazione”, “volgarità”, “odio”.

7 pensieri riguardo “IL CAMPO DI GIOCO DELLA SATIRA

  • 20 febbraio 2015 in 12:34
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    Le democrazie hanno regole e ‘apologia del fascio è cosa regolamentata.
    La satira non lo è e penso che se veramente fosse soggetta a regole allora non sarebbe più satira. Qualcosa di diverso ma non satira.
    Se dal teatro si è principalmente spostata sulla stampa immagino che sia stato non perché qualcuno ha così regolamentato, ma probabilmente per questioni culturali.
    Il teatro greco non era il teatro contemporaneo e non si può pensare a certi parallelismi, perché non avrebbero senso.
    Se il clima culturale porta la satira a spostarsi in altri luoghi non capisco perché ciò dovrebbe essere sbagliato.
    Nel cinema americano classico vigeva il codice Hays, stabilendo ciò che poteva essere mostrato, ciò che poteva essere detto e cosa non era assolutamente possibile portare sul grande schermo. Eppure oggi il cinema non è più così, o quantomeno certo cinema non è più così e forse fra cinquant’anni la situazione sarà mutata nuovamente.
    Beh…a quanto pare certe regole sono saltate e penso che il motivo sia proprio nell’assurdità della regolamentazione della satira (dai temi, ai modi, passando per i campi di gioco).

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  • 22 febbraio 2015 in 17:12
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    Caro Pasquale,

    grazie ancora per le tue osservazioni.
    Alcune considerazioni.
    Come dici tu è sbagliato paragonare il teatro greco con il teatro contemporaneo ma, se leggi bene, l’articolo sottolinea proprio questo. Oggi a vedere uno spettacolo teatrale non vanno certo 30.000 persone come all’epoca, e le funzioni sono profondamente diverse. Il teatro ateniese del V sec. era un vero e proprio “rito politico di Stato” di cui la satira era una componente fondamentale (cfr. L.Canfora, Storia della letteratura greca). Si sottolineava il fatto che, benchè ferocissima e indiscriminata, la satira nel “bigotto mondo ateniese” (al proposito basta considerare il caso di Alcibiade e delle erme mutilate) ERA LIMITATA IN QUEL LUOGO FISICO. Questo ci è stato da spunto per alcune riflessioni successive.

    La regolamentazione di cui si parla nell’articolo non è certo quella di tipo legislativo. Una cosa del genere non avrebbe senso, come tu stesso dici. Dire però che la satira non ha regole non aiuta a fare chiarezza. È importante domandarsi cosa consideriamo satira! Un uomo che va in giro con una maglietta contro maometto davanti una moschea è satira? Insultare una persona perchè ha un accento particolare è satira? Satira o semplice provocazione? Se tutto può essere satira quale è allora lo specifico di questa forma di espressione? La comicità? La ferocia? L’articolo propone una delle, tante, possibili interpretazioni che ci possano aiutare a fare chiarezza; ossia che satira E’ DIRE TUTTO QUELLO CHE SI VUOLE, COME SI VUOLE, MA IN LUOGHI ACCETTATI.
    Questo aiuterebbe sia la satira ad essere valorizzata, sia a mettere un freno all’anarchia di linguaggi che, anche se fatta nelle migliori intenzioni, a lungo termine non risulta certo un fatto positivo (vedi l’episodio all’Oriani).
    Poi su questo si può essere o non essere d’accordo, e siamo felici di approfondire le diverse posizioni.

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  • 24 febbraio 2015 in 22:49
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    Stabilire quale luogo e quale no è profondamente arbitrario.
    E al di la di una opinione personale penso che tale scelta sarebbe assolutamente contraria all’idea di satira.
    Perché a te non va bene la piazza contemporanea, però a qualcun’altro potrebbe non andar bene la carta stampata e se dobbiamo dar ascolto a tutte le sensibilità alla fine ci troviamo a dover eliminare la satira da tutti i luoghi possibili.
    Il politicamente scorretto, perché anche di questo si parla, non è scorretto così…tanto per dire.

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  • 25 febbraio 2015 in 11:09
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    caro Pasquale,

    come tu dici le considerazioni dell’articolo sono arbitrarie, è vero.
    Ma come sosteneva uno dei padri della cibernetica, Warren Mc Culloch, “chi dichiara di non avere epistemologia ha in realtà una cattiva epistemologia”.
    Una satira che non dichiara una propria epistemologia (cioè senza regole), quindi, non è libera, ma ha solo una cattiva epistemologia (cattive regole) che rischia di sfociare in episodi negativi.

    L’articolo si è proposto di ricercare queste regole implicite della satira anziché svincolare il problema alludendo a slogan del tipo “satira è libertà”, “non si può limitare la satira” ecc… Queste regole in un regime democratico, se non chiarite, portano solo anarchia di linguaggi, dato che la satira è un discorso di comunità e non di singolo individuo.

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  • 25 febbraio 2015 in 20:01
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    Sono parecchio in disaccordo su diverse cose. In questo caso il termine epistemologia mi sembra tirato in ballo un po a caso. È riferito alle scienze alla loro struttura, fondamenti. Campi che hanno ben poco a che fare con la satira. Altra cosa le regole implicite: mi sembra quantomeno controverso parlarne. Non ho ben n capito l’associazione della satira ad un discorso di comunità e non del singolo. Per quanto riguarda le regole pure non sono convinto del fatto che la satira debba averne, solamente perché ci troviamo in democrazia. Il problema diventa: chi stabilisce le regole? Se chi le stabilisce nutre avversione nei confronti della satira (cosa emersa chiaramente in tante persone, dopo i fatti parigini) potrà la satira essere lo strumento che oggi conosciamo?
    La satira è fatto più letterale che scientifico e non può essere imbrigliato in regole: di campo o di ingaggio che siano.
    La storia insegna bene quanto tutto sia estremamente fluido. La pornografia da reietta divenne fenomeno culturale importantissimo durante i ’70 americani. Negli ’80 è persino entrata nei musei e gallerie d’arte.
    Nei ’50 il volto pubblico degli USA era quello bigotto, WASP, poi autori come Larry Clark e Non Goldin hanno mostrato il volto nascosto della società e quei panni che prima venivano lavati in casa improvvisamente furono gettati in faccia a tutti quanti.
    Questo perché diverse persone hanno pensato che il campo da gioco non si può delimitare con perbenismi.

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  • 25 febbraio 2015 in 20:40
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    Cosa ha decretato il successo della satira negli spazi di quotidiani e riviste?
    Chi ha stabilito che quelli sarebbero stati campi da gioco migliori di altri?
    Penso che si sia trattato di un’evoluzione socio/culturale incontrollabile, slegata da riflessioni su limitazioni della satira.
    Ripeto…certe limitazioni tendono a saltare.
    Nei ’70 in Italia certe pellicole cinematografiche venivano sequestrate…quelle stesse che oggi vengono osannate e che allora (quando in Italia si cercava di mettere dei bavagli), all’estero, venivano portate in trionfo.
    Non so…certi pensieri mi sembrano ben poco democratici e mi puzzano un pò di autoritarismo (“ricerca esasperata dell’ordine e il rifiuto dell’ambiguità”).
    Perché dire tutto quello che si vuole, come si vuole, ma non dove si vuole?
    Mi sembra una contraddizione.
    Sostenere Charlie Hebdo non significa sostenere la libertà di satira?
    Tutte quelle manifestazioni di piazza come le giudichiamo?
    Allora forse pure quelle dovevano essere confinate in certi luoghi.
    Perché non possiamo dire che tutti quei JE SUIS CHARLIE HEBDO non hanno a che fare con l’idea che la satira possa essere portata dove si vuole o dove si crede che debba, anche, stare.

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  • 26 febbraio 2015 in 13:50
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    Caro Pasquale,
    siamo felici tu abbia sposato l’idea del blog di approfondire e confrontarsi. Ne è chiaramente scaturita una conversazione interessante. Buonsenso@Faenza vuole spronare a porsi rispetto agli argomenti proposti non solo nella maniera giudicante “sono d’accordo- non sono d’accordo”, che spesso porta a mettere i reali contenuti in secondo piano, ma, e soprattutto, in maniera propositiva. Una domanda può portare a risposte o ad altre domande, mai al giudizio su questa. Speriamo di sentirti anche su future questioni. Grazie ancora

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