Federico Buffa al Masini: “Raccontare Muhammad Ali è come scalare l’Everest”

Tra le tante storie narrate da Federico Buffa in questi anni, “A night in Kinshasa” ha un valore speciale. I motivi sono tanti: innanzitutto lui, il protagonista, sua maestà Muhammad Ali; poi l’evento sportivo, il “match del secolo” Ali vs Foreman, che ha rappresentato una svolta sociale per tutto il mondo; infine il narratore, che, armato solo di parole e musica, si è trovato di fronte a un’impresa difficile quanto quella di scalare un ‘ottomila himalaiano’ per raccontare tanta grandezza.

«Riuscire a portare in scena questo spettacolo è stata un’enorme soddisfazione, io stesso mi sono commosso più volte sul palco» spiega Federico Buffa, giornalista sportivo che si è imposto all’attenzione del pubblico per la straordinaria capacità di raccontare le storie dei campioni e degli eventi sportivi: la sua voce, i suoi gesti e la musica che lo accompagna racconteranno il “match del secolo”, Muhammad Ali vs George Foreman. Molto più di un incontro di boxe: un episodio di riscatto sociale che cambia la storia. Un episodio che Federico Buffa ha scelto di raccontare con lo spettacolo “A night in Kinshasa”, in scena al Teatro Masini di Faenza venerdì 19 ottobre alle ore 21. Scritto dallo stesso Federico Buffa insieme alla regista Maria Elisabetta Marelli, lo spettacolo si avvale delle musiche eseguite dal vivo da Alessandro Nidi (pianoforte) e Sebastiano Nidi (percussioni).

Zaire, 1974: Ali vs Foreman, il match del secolo raccontato al Teatro Masini venerdì 19 ottobre

La voce di Federico Buffa ci trasporta in un viaggio nel tempo, in quell’autunno del 1974 in cui il centro del mondo è Kinshasa, in Zaire. Il dittatore Mobutu regala ai suoi sudditi il match di boxe del millennio per il titolo mondiale dei massimi, tra lo sfidante Muhammad Ali (Cassius Clay, prima della conversione all’Islam) e il detentore George Foreman. Ali ha 32 anni, l’altro 25. Sono entrambi neri afroamericani, ma per la gente di Mobutu, Ali è il nero d’Africa che torna dai suoi fratelli, George è un nero non ostile, complice dei bianchi. Tanta gente assedia lo stadio dove ci sarà il match e grida “Alì boma yé”, Alì uccidilo. È un incontro epocale che va al di là della boxe, un incontro che parla di riscatto sociale, di pace, di diritti civili. E nella consueta sinfonia di contraddizioni che è la storia di Muhammad Ali, il paradosso è che l’incontro simbolo della libertà, ha luogo in un paese oltraggiato prima dal colonialismo, poi da una dittatura che sarebbe durata trent’anni e poi ancora dalla guerra. Ali torna nella terra dei suoi avi, a riscoprire le sue origini. E qui parte il racconto di Federico Buffa. Una narrazione sincopata, tenuta “sulle corde” da una serrata partitura musicale scritta ed eseguita al pianoforte da Alessandro Nidi e ritmata dalle percussioni di Sebastiano Nidi, all’interno della cornice visionaria della regista Maria Elisabetta Marelli.

Intervista a Federico Buffa: “Muhammad Ali è stato il più importante sportivo del Novecento, un gigante”

Un racconto che passa dalla tv al teatro, dalle ‘fredde’ telecamere che ti fissano a un pubblico desideroso di essere accompagnato dalla voce viva del narratore. Lo spettacolo nasce soprattutto dalla volontà di ampliare sul palco un racconto che aveva ancora molto da dire. «Lo spettacolo si è sviluppato a seguito dello speciale televisivo su Muhammad Ali realizzato da Sky – spiega Federico Buffa – Mi ero accorto che, pur avendo raccontato la storia di Muhammad Ali in tre puntate televisive, non ero riuscito a dedicare al match del secolo lo spazio che meritava. Era un evento troppo denso di storia, troppo ricco di connessioni, e che meritava uno spazio a sé, fuori dal contesto televisivo». La scelta di portare il racconto del match del secolo in teatro fu però tutt’altro che immediata. «Quando mi venne proposto, inizialmente rifiutai, non mi sentivo all’altezza; per rappresentare come mi sentivo, ho usato più di una volta l’immagine della scalata di un ottomila himalaiano, perché Muhammad Ali era questo: un gigante, il più importante sportivo del Novecento, più leggi di lui e meno sai e non mi sentivo in grado di raccontare nella giusta maniera la sua storia, che travalica lo sport e arriva fino a tutti noi. Poi mi sono deciso ed è stata una soddisfazione enorme».

Ali dopo quella lunga notte a Kinshasa si sente finalmente libero, ha un sogno nuovo in cui credere. È libero perfino di rappresentare l’America: l’America è tutta per lui. Il mondo intero lo è. La storia della dittatura di Mobutu sarà ancora lunga, ma all’alba di quel nuovo giorno i congolesi festeggiano come in una purificazione, colmi di speranza e grati a quell’uomo che da solo aveva sconfitto il sistema.

A night in Kinshasa: voce e musica per raccontare una storia epocale

La magia del teatro è anche quella di far apparire semplice ciò che non lo è; lo spettacolo infatti è frutto di una lunga ricerca: pause, silenzi e musiche si alternano per rendere al meglio le parole utilizzate per descrivere tutto ciò che sta attorno e dentro quell’incontro di boxe. «È uno spettacolo molto più difficile di quello che potrebbe sembrare – afferma Federico Buffa – io e i musicisti dobbiamo lavorare molto in sincronia per rendere al meglio il fluire della storia. ‘A night in Kinshasa’ ha avuto bisogno di un po’ di tempo per affinarsi. Nel corso delle varie rappresentazioni però ne ho preso dimestichezza: in alcune serate mi è capitato di ampliarlo, riscoprendo nuovi episodi della storia di quel match». Come quello relativo alla corte suprema americana che rimise in libertà Ali nel 1971 e che è la stessa che si pronunciò sui Pentagon Papers nel recente film di Spielberg The Post.

“Cerco di trasportare il pubblico in un viaggio nel tempo”

E il pubblico ascolta, vivendo a fianco di Federico Buffa quell’incontro leggendario pur essendo seduto in quel momento sulle poltroncine di un teatro a quarant’anni di distanza da quell’episodio. E il fatto che ‘non siano solo storie di sport’ si fa sentire concretamente nel rapporto con gli spettatori: sia quando tra loro si incontrano i parenti delle storie narrate (come nel caso del precedente spettacolo di Buffa sulle Olimpiadi del ’36 di Berlino), sia quando recentemente a Genova ad ascoltare il racconto di Ali vs Foreman c’era anche uno spettatore che a Kinshasa c’era stato veramente, quarant’anni prima, ad assistere al match del secolo. «Il rapporto col pubblico è molto difficile da descrivere e, per certi versi, paradossale – spiega Federico Buffa – Spesso racconto episodi sportivi degli anni ’60 e ’70, che sono molto distanti nel tempo. Per esempio, recentemente ho portato “A night in Kinshasa” a Trento, erano presenti circa 800 persone, e una buona parte di queste avevano meno di 30 anni. Probabilmente i genitori di questi ragazzi nemmeno si conoscevano in quell’autunno del 1974. Non so dirti quale sia la ricetta giusta per appassionare i giovani, o il pubblico in generale, a periodi così lontani per loro: è un viaggio del tempo, io ci provo e devo dire che questa strada mi sta portando tante soddisfazioni».

Federico Buffa: “I modelli a cui mi ispiro? Philippe Daverio e Marco Paolini”

Raccontare è il marchio di fabbrica di Federico Buffa e in fondo lo è sempre stato fin da quando ha iniziato a commentare le partite di basket negli anni ’80, divenendo poi famoso in duo con Flavio Tranquillo con il quale ha condiviso tantissime partite di Nba. «La diretta televisiva di una telecronaca assomiglia molto di più a un evento teatrale rispetto a uno spettacolo televisivo: quello che dici resta, incancellabile nella mente e nelle orecchie degli spettatori. Le narrazioni televisive sono invece sicuramente più fredde: sono frutto di giorni e giorni di riprese, sistemazioni, aggiunte. Sicuramente come medium di narrazione preferisco il teatro, è più vero». E il saper raccontare storie sta diventando sempre di più una richiesta del pubblico in un mondo che va sempre più veloce in maniera frenetica. «Le storie ci sono sempre state, così come chi le racconta. Cambia certamente il modo in cui vengono narrate, il medium. Anni fa le storie venivano raccontate con un ritmo diverso, ora è tutto più veloce e legato all’immagine. Però penso che in giro ci siano tanti ottimi narratori, anche in ambito sportivo. Sicuramente il mio modo di narrare ha bisogno di tempo, di lentezza, di gustare appieno tutto quello che è legato a un evento sportivo per trasmettere qualcosa ed emozionare. Non sarei mai in grado di raccontare, per esempio, dieci eventi sportivi in un’unica serata».

Quali sono invece i modelli da cui Federico Buffa prende ispirazione come narratore? «Philippe Daverio ha cambiato completamente il modo di narrare in televisione. Grazie alla sua cultura e intelligenza ha fatto un lavoro pazzesco in questo settore, dando una forte connotazione ai suoi programmi. Mi ispiro sicuramente a lui, se non altro per aver seguito ed essermi appassionato a gran parte dei suoi programmi. Per quanto riguarda i narratori teatrali, per me Marco Paolini è di un altro pianeta: ho una profonda ammirazione per lui ma penso sia davvero irraggiungibile».

“Cosa ho in programma per il futuro? Raccontare la Jugoslavia del 1990”

Se la telecronaca Nba rimarrà ancora per un po’ lontana dal suo mondo – «decisione dell’azienda», ci dice – le storie per Federico Buffa non si fermano, c’è già in programma un nuovo progetto. «Ho intenzione di raccontare la Jugoslavia del 1990, quella che ha giocato il Mondiale di calcio in Italia». Una formazione composta da fior fior di campioni – da Boban a Savicevic, passando per Suker e Boksic – ma che verrà distrutta – come tutto il Paese – dalla guerra. Una guerra di cui l’Europa porta ancora i segni. Non sono solo storie di sport: saper narrare significa anche far capire che quelle storie, in un modo o nell’altro, riguardano tutti noi.

A cura di Samuele Marchi

Foto dello spettacolo: Sergio Visciano

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