L’economia faentina cresce più della media regionale, ma va male l’agricoltura

Un quadro in chiaroscuro quello dipinto da Guido Caselli, direttore del centro studi Unioncamere Emilia-Romagna, relativamente all’andamento dell’economia fra Piacenza e Rimini. Il 2016 ha visto la regione segnare un +1,4% nel Prodotto Interno Lordo, il dato più alto a livello nazionale, ma ancora di gran lunga inferiore al tasso di crescita delle economie più avanzate in Europa e nel resto dei paesi sviluppati. Se c’è chi viaggia in Ferrari (come la Cina o l’India) e chi si accontenta di un’utilitaria (Stati Uniti, Germania e Francia) il Bel Paese nella metafora di Caselli è come se andasse in bicicletta, con il Sud a passo d’uomo. Un po’ meglio la situazione per Faenza, che con il suo +1,9% di crescita certificata nel 2016 può meritarsi un’apecar.

Bene il manifatturiero, male il settore agricolo

Le previsioni per i prossimi anni, elaborati da Unioncamere Emilia-Romagna e presentati sinteticamente durante l’iniziativa “Persone, lavoro, comunità”, organizzata da Confcooperative nell’ambito della 25esima Festa della Cooperazione, ci parlano di una realtà locale con diversi punti di forza ed alcune criticità. Per il distretto di Faenza, che racchiude anche Brisighella, Casola Valsenio, Castel Bolognese, Riolo Terme e Solarolo, le previsioni sono di crescita positiva per il manifatturiero, di stabilità per i servizi e nel campo dell’occupazione, di andamento negativo per il settore delle costruzioni e leggermente peggio per l’agricoltura. Andrebbero quindi confermati i trend degli ultimi mesi, che sorridono alle medie e grandi aziende attive nell’industria in senso stretto, votate all’export dei propri prodotti. Non deve stupire quindi il dato secondo il quale saranno le province di Parma, Reggio Emilia, Modena e Bologna a crescere maggiormente, rispetto ai dati più modesti della Romagna, di Ferrara e di Piacenza. Nei territori centrali dell’Emilia si concentrano infatti molti distretti manifatturieri, come l’industria ceramica di Sassuolo, il packaging di Bologna, le macchine agricole di Modena e Reggio, il biomedicale di Mirandola.

Stime Unioncamere del tasso di crescita in Emilia-Romagna:
Fonte: Unioncamere 2017

Le nuove imprese sorte a Faenza: autoimpiego per rispondere a nuovi bisogni

Nella top 10 per numero di imprese nate fra il 2011 e il 2017 nel distretto di Faenza troviamo settori non tradizionali: coltivazione di frutti di bosco e in guscio, aziende attive nel marketing, attività di tatuaggio e piercing, studi medici, farmacie, bar e ristoranti, aziende attive nell’elaborazione di dati contabili… ma al primo posto si piazzano i misteriosi “procacciatori d’affari di vari prodotti senza prevalenza alcuna”, che Caselli ha ricollegato ironicamente al Nanni Moretti di Ecce Bombo (“Come campi?” “Mah, te l’ho detto, giro, vedo gente, mi muovo, faccio delle cose…”). Più propriamente, le nuove attività hanno come caratteristica comune la capacità di intercettare nuovi bisogni e nuove domande, ed il fatto di essere spesso forme di autoimpiego, diversamente dai settori che tradizionalmente hanno formato l’ossatura del tessuto economico locale (in primis piccole e medie imprese e cooperazione). Altro fil rouge che lega molte delle nuove realtà imprenditoriali ed occupazionali in regione è il fatto di essere collegate al benessere e al welfare: settori che saranno inevitabilmente più strategici nei prossimi decenni, visto il veloce invecchiamento della popolazione (dagli attuali 177 anziani per 100 bambini secondo Unioncamere si passerà ai 219 del 2027, ai 263 del 237 per poi stabilizzarsi ai 271 del 2047). Insomma, nel futuro sembra ci saranno più programmatori di applicazioni per tablet e fisioterapisti che operai non specializzati e coltivatori diretti.

Andrea Piazza

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