Donne Manfrediane: il ruolo e lo spazio della donna fra mito e realtà nel XV secolo

L’8 marzo come occasione non solo per guardare al futuro, ma anche al passato della nostra storia. Più che parlare di donne manfrediane mi soffermo su alcuni profili di donne vissute nell’arco temporale dell’età manfrediana, cioè dalla svolta in senso signorile del governo della città di Faenza nell’anno 1313 al tramonto della signoria nei primi anni del Cinquecento. Non solo dunque donne dei Manfredi, ma mi riferisco al loro ruolo e alla loro posizione nella scacchiera sociale, nel complesso delle costrizioni che la parentela e la famiglia hanno imposto alla loro affermazione, come individui dotati di piena personalità giuridica, morale ed economica. Proprio nel giorno dedicato a tutte le donne, si vogliono offrire qui spunti di riflessione sulla questione della natura e del ruolo femminile nella signoria faentina, specie se si individuano i punti di svolta più significativi nella politica di alcuni membri della signoria.

Il ruolo della donna: spose, vedove o vergini

Stemma degli Ordelaffi di Forlì.

Quella della signoria dei Manfredi è stata anche – per diversi aspetti – una signoria al femminile, voglio dire una storia al femminile, anche se poi dobbiamo parlare di un Rinascimento degli uomini più che delle donne. ‘Errore della natura’, la definisce Aristotele, ‘uomo mancato’, invece Tommaso d’Aquino, ‘sesso debole’, nella tradizione: è questa la pesante eredità del passato e la cornice culturale del presente. Per secoli è stata subordinata all’autorità maschile, confinata nella sfera domestica ed estromessa dai campi più rilevanti del sapere e del fare. Si gerarchizzano ordini o condizioni (cavalieri, chierici, contadini), ma non si prevede per la donna nessuna condizione femminile, anche se gli uomini del Medioevo a lungo hanno concepito la donna come una categoria. Solo in seguito hanno fatto intervenire distinzioni sociali e attività professionali per conferire delle sfumature ai modelli di comportamento che le proponevano. Prima di essere contadina, castellana, santa, la donna è caratterizzata in base al suo corpo ovvero al suo sesso, alle sue relazioni con i gruppi familiari. Sia che esse siano spose, vedove o vergini, la personalità giuridica e l’etica quotidiana è disegnata nel rapporto con un uomo o un gruppo di uomini. In questa prospettiva parlare, ad esempio, di Galeotto, figlio di Astorgio II, entrambi signori di Faenza, e della pericolosa alleanza (1451) con i confinanti forlivesi Ordelaffi da parte della sorella di Galeotto, Barbara, acquista tutt’altro rilievo. La vicinanza territoriale si fa più solida grazie alle nozze quasi concomitanti (1456) di sua sorella Elisabetta con Cecco IV, un altro Ordelaffi. Elisabetta da parte di madre era allacciata ai Barbiano, il cui nonno era il famoso condottiero Lodovico da Barbiano, conte di Cunio.

L’importanza delle alleanze matrimoniali

In età manfrediana il rapporto dell’alleanza matrimoniale tra famiglie funzionava in genere quale sigillo di una pace o di un accordo. Concedere la mano di una donna alla famiglia con cui ci si avvicina, pone la sposa al centro dell’intesa. A questo pegno e strumento di concordia si assegna un ruolo che oltrepassa il destino individuale e le aspirazioni personali. Mantenere l’alleanza fra i due gruppi evitando qualunque comportamento reprensibile, operare alla perpetuazione del lignaggio in cui entra procreando per esso, assicurargli fedelmente l’uso del suo corpo e dei beni che gli porta: ecco ciò che si impone alla donna con una forza forse maggiore dei doveri verso il marito. Ci sarà bisogno di una lenta maturazione della riflessione, nata negli ambienti ecclesiastici, sui fondamenti dell’unione coniugale, ci vorranno anche sconvolgimenti economici e sociali molto profondi affinché, in questa rete di costrizioni, compaia l’immagine della coppia e perché, in seno alla coppia, si delinei la figura della ‘buona moglie’. Vincoli nuziali, dunque, che di volta in volta permettevano di certo rapporti pacati o conflittuali o persino di irrazionale violenza, lasciando così accentuare la persistenza del pregiudizio misogino della donna-materia nella rappresentazione del potere maschile e la sua funzione riflessa, ossia di rispecchiamento narcisistico dell’uomo di potere, oltre che la metaforizzazione del suo ruolo materno nella promozione di sé nel contesto pubblico, insomma la sua perdurante e ristretta funzionalità ai bisogni e al benessere del maschio.

I fatti di casa Manfredi-Ordelaffi hanno scosso mezza penisola italiana

Il ruolo della donna nel contesto della signoria dei Manfredi non può non essere messo a confronto con la schiera di personaggi maschili che contribuiscono a legare alle strategie dinastiche delle più influenti signorie dell’Italia le sorti di una consorteria politica posta sotto un progressivo e duraturo protettorato mediceo-laurenziano. Nel corso del Trecento, l’affermazione della famiglia Manfredi si fa più insistente e il programma politico condotto da alcuni suoi membri è teso alla costante erosione delle prerogative municipalistiche e comunali della città, consentendo con più favore un margine significativo alle alleanze matrimoniali, che devono servire a rappresentare gli atlanti araldici, ponendo i «padroni di casa» e le famiglie delle signorie più fidate in una rete geografica alquanto ampia e cosmopolita. Non è ovviamente solo questione di ingrandimenti territoriali, ma l’idea della primazìa di una casa sull’altra sollecita non poco i Manfredi, che puntano innanzitutto a una maggiore affermazione, sul piano del consenso popolare e sulle aristocrazie cittadine, e a un assottigliamento graduale seppur impalpabile della presenza podestarile, funta più da schermo all’accesso del popolo al controllo del governo del Comune. I fatti di casa Manfredi-Ordelaffi hanno in realtà scosso mezza penisola italiana, specialmente per i risvolti cruenti. Ma non di minor rilevanza possono considerarsi gli squarci che si creano nel tessuto socio-culturale e politico del tempo.

L’avvelenamento di Barbara a opera del marito, Pino Ordelaffi

È cosa certa che il matrimonio impegna anche lo statuto e l’onore delle famiglie. Che diano o che ricevano una donna, esse valutano, naturalmente, la considerazione e i vantaggi materiali che ricaveranno dall’unione. È il caso di un’altra coppia che sboccia in casa Bentivoglio-Manfredi.

Pala Bentivoglio (Madonna in trono con la famiglia di Giovanni II Bentivoglio), olio su tavola di Lorenzo Costa, realizzato nell’agosto del 1488 e conservato nella Cappella Bentivoglio nella chiesa di San Giacomo Maggiore a Bologna.

Siamo nell’anno 1466 e non erano ancora sanate le ferite in casa Manfredi per l’avvelenamento della giovane Barbara, rea di una magagna amorosa, scoperta dal marito Pino Ordelaffi, con il podestà fiorentino di Forlì Giovanni degli Orciuoli, quando la cifra della dominazione di Giovanni II Bentivoglio si fa notevole a Bologna, per la riconosciuta capacità di svolgere una complicata funzione di collante e di garante degli interessi delle famiglie dell’oligarchia cittadina, che gli riconoscono il ruolo di primus inter pares. Nonostante i giudizi non sempre positivi sulle sue qualità di governo sulla quasi-signoria su Bologna; nonostante sia innegabile che l’appoggio politico, diplomatico ed economico delle grandi potenze italiane, soprattutto dei duchi Sforza, sia stato fondamentale nel processo di accrescimento del suo potere di fatto in città, insieme agli spazi lasciati aperti dalla momentanea incapacità del papato di riprendere attivamente il controllo del governo felsìneo, non è possibile non riconoscere a Giovanni II la notevole capacità politica di cavarsela abilmente entro il precario equilibrio di forze che caratterizza il clima cittadino nel secondo Quattrocento, dando vita così a una dominazione personale lunga quarant’anni, caratterizzata tutto sommato da prosperità e relativa pacificazione interna e con, in nuce, anche i crismi per l’ereditarietà del suo status.

Francesco di Simone Ferrucci, Sepolcro di Barbara Manfredi, 1467 c., Forlì, S. Mercuriale.

Le nozze tra Francesca Bentivoglio e Galeotto Manfredi: un matrimonio che culminerà in tragedia

La palma fiorita, impresa araldica di Galeotto Manfredi (citazione dal Salmo 92, 12: “Il giusto fiorirà come la palma e come il cedro del libano crescerà”), retro di una medaglia.

Il prestigio e la notizia dei bolognesi Bentivoglio devono fare i conti con le scelte dell’appena tredicenne Francesca, figlia di Giovanni II e Ginevra Sforza, promessa in sposa al faentino Galeotto. La Romagna sussulta per queste nozze celebrate a Bologna nel febbraio 1482: c’è da immaginarlo, vista l’incisività delle pressioni da parte di Lorenzo de’ Medici, che dall’altro versante dell’Appennino accelerava su un rafforzamento delle alleanze con i Bolognesi per intralciare la ripresa dell’influenza pontificia in Romagna, che lo preoccupava non poco. A questa forzatura, bisogna aggiungere le frenetiche relazioni del Manfredi, persistenti e segrete, con la ferrarese Cassandra Pavoni, nella triplice veste di amante, madre e monaca instabile, irrequieta nell’anima, curiosa, spinta a cercare sempre qualcosa di nuovo che le faccia cedere agli impulsi e alle passioni. Non bastarono nemmeno un figlio, Astorre, e la mediazione prudente del Magnifico, che riuscì a ottenere con la forza una sparizione totale della Pavoni da Faenza, ma non certo ad addolcire le furiose e implacabili tensioni in casa Manfredi-Bentivoglio, soffocate nel maggio 1488 in un infido e dannato uxoricidio nei confronti di Galeotto, che sin dalla sua impresa araldica amava mitizzarsi come «il giusto» che fiorisce «come la palma» (Justus ut palma florebit, dal Salmo 92, 12). È scalpore: nelle corti d’Italia non si parla d’altro. La Bentivoglio non riesce a garantire un minimo di serenità al giovane Astorre, dovendosi trovare sotto la tutela degli Anziani di Faenza, che con occhio infido temono invece le brame dei Bolognesi su Faenza.

Galeotto Manfredi come ‘nuovo Enea’

L’immagine della donna qui velocemente tratteggiata, in pieno Quattrocento, non è certo positiva come quella dell’uomo, ma questi episodi contribuiscono a procrastinare l’eredità medievale, che la vuole istoriata come profondamente cattiva, soggiogata dalla propria carnalità e perciò strettamente obbligata alla venalità e allo scandalo. Da Menandro fino ai medievali, malevoli scrittori bollano le donne di grandissima spietatezza ed empietà. La crudeltà della donna è uguale alla crudeltà della leonessa, ininterrottamente ricorrente negli autori classici fino all’età umanistica: ne era convinto Tibullo, che nella raccolta di elegie (III, 3) bollava la stirpe della donna crudele, e lo era Virgilio (Eneide, libro IV), che intagliava con bruciante realismo una sagoma gelida di Didone, rivolta contro Enea con atroce silenzio, un supplizio che dal mito si riverbera simbolicamente nella impossibilità di amare dello stesso Galeotto-Enea, schiacciati entrambi da un amore a tinte forti, nelle pieghe degli splendori e delle infamie di un fatale Rinascimento minore.

Michele Orlando

foto di copertina: Gaspare Mattioli, “L’assassinio di Galeotto Manfredi”, 1836, Pinacoteca Comunale di Faenza

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