Esce il libro “Il Sessantotto a Faenza”: intervista a Renzo Bertaccini

Attraverso le testimonianze raccolte, un libro che vuole cercare di ricostruire il clima del ’68 a Faenza con i suoi ideali, le speranze, le delusioni e le sconfitte di una intera generazione. E’ appena uscito dalla Tipografia Valgimigli il libro “Il Sessantotto a Faenza – Storie, testimonianze, immagini” a cura di Renzo Bertaccini. Attraverso le testimonianze raccolte a 50 anni dal 1968, il volume vuole approfondire il movimento di protesta e di contestazione diffuso in tutto il mondo e arrivato, con le sue specificità, anche a Faenza. La critica sociale, nella sua radicalità, investì ogni aspetto della vita pubblica: scuola, lavoro, famiglia, cultura, religione.

La presentazione del libro venerdì 12 ottobre alla Casa del Teatro

In questo libro si racconta come anche Faenza partecipò a quel rivolgimento epocale, a partire dalla metà degli anni ’60 (gli effetti del Concilio Vaticano II, l’alluvione di Firenze, gli angeli del fango) fino al 1970 (il Vietnam, i trasporti scolastici gratuiti, le occupazioni delle scuole, la crisi dell’Omsa). Gli autori dei testi sono Gabriele Albonetti, Leonardo Altieri, Renzo Bertaccini, Rocco Cerrato, Stefano Dirani, Angelo Emiliani, Angelo Farina, Alessandro Gamberini, Giovanni Mazzotti, Lea Melandri, Tonino Panzavolta, Mattia Randi, Guido Sarchielli, Germano Savorani, Gianguido Savorani. Il libro sarà presentato, a cura della Bottega Bertaccini, venerdì 12 ottobre alle ore 21 presso la Casa del Teatro / Teatro Due Mondi, in via Oberdan 7/A, Faenza. In vista di questa serata, abbiamo intervistato il curatore del volume, Renzo Bertaccini.

Intervista a Renzo Bertaccini

Come è nata l’idea per realizzare questo libro? Ci sono motivazioni personali oppure storiche-politiche d’attualità?

Non ho fatto il ’68. In compenso ho fatto il ’70, il ’71, il ’72… Faccio parte di quella generazione che si è formata alla fine degli anni ’60, che ha scoperto allora la passione per la politica e per l’impegno personale. Direi quindi di avere un debito coi nostri “fratelli maggiori”, fratelli che si muovevano dai campus universitari della California alle barricate del maggio francese, ma anche nelle piccole città di provincia come la nostra.
Scrive nel libro Alessandro Gamberini (uno dei più importanti avvocati penalisti italiani): “Faenza fino alla prima metà degli anni ’60 era una città chiusa e bigotta, che portava ancora i segni della presenza dell’Inquisizione che nel ‘700 l’aveva trasformata in un territorio denso di chiese e di conventi: basta pensare che, sempre negli anni ’60, il Preside del liceo classico, Bertoni, non consentiva a maschi e femmine di fare una ricreazione in comune”.
Oppure, aggiungo io, una giovane liceale del 1966 doveva andare a scuola col grembiule nero, entrando dal retro e non dall’ingresso principale di via Santa Maria dell’angelo.
Questa era la Faenza (ma anche l’Italia intera) di prima del ’68. Nel libro cerchiamo di spiegare a chi non c’era com’era il mondo prima e come fu dopo, evitando toni trionfalistici, autoreferenziali o nostalgici del “bel tempo che fu”.
A distanza di 50 anni, possiamo affermare che il ’68 (pur con gli errori e le deviazioni che ha avuto) ha aperto nel nostro paese una stagione straordinaria, dando i suoi frutti in termini di cambiamento culturale della società, di svecchiamento delle strutture, di conquiste nel campo delle libertà civili.
Per venire all’attualità, oggi stiamo assistendo invece a un odioso ritorno al passato in cui molte di quelle conquiste sono messe in discussione o addirittura cancellate (pensiamo anche solo al mondo del lavoro…) tanto che molti si augurano un “nuovo Sessantotto”.
Parafrasando Francesco Guccini, sappiamo che “con le canzoni (e con i libri) non si fan rivoluzioni”. Ma coi libri le si può raccontare o preparare. Non è poco.

Al termine del percorso di ricerca che hai svolto, cosa ha caratterizzato maggiormente il ’68 a Faenza? E cosa ti ha stupito nel riscoprire la Faenza di quegli anni?

Vorrei precisare che questo libro è frutto di una ricerca e un lavoro collettivi, io mi sono limitato a coordinare, magari suggerire un tema o rompere le scatole alle persone interpellate per la consegna dei pezzi. Mi sembra giusto quindi ricordare quanti hanno collaborato e scritto, e cioè Gabriele Albonetti, Leonardo Altieri, Rocco Cerrato, Stefano Dirani, Angelo Emiliani, Angelo Farina, Alessandro Gamberini, Giovanni Mazzotti, Lea Melandri, Tonino Panzavolta, Mattia Randi, Guido Sarchielli, Germano Savorani, Gianguido Savorani.
Per venire alla domanda, direi sicuramente che il tratto distintivo fu questo: il Sessantotto faentino affonda le sue radici nei movimenti giovanili cattolici. Visto con gli occhi di oggi, è sicuramente questo un fatto curioso e significativo al tempo stesso (Faenza era – è – “l’isola bianca” nella rossa Romagna, non dimentichiamolo). Molte delle testimonianze che pubblichiamo rivelano l’urgenza e il bisogno di aprire un mondo che era chiuso, di lavorare sulle prime conseguenze del Concilio Vaticano II, scoprendo la realtà del terzo mondo e delle nuove povertà che anche a Faenza esistevano. L’alluvione di Firenze (con i suoi angeli del fango), la Lettera a una professoressa di don Milani, l’impegno del mondo scout hanno “formato” una generazione di giovani che poi ritroviamo fra le fila della contestazione e dei gruppi della Nuova Sinistra che nasceranno in seguito.
Mondo cattolico certo ma significativa fu anche la presenza di giovani laici, come i nuovi operai per esempio, i beat e i “figli dei fiori”.

Questo libro rappresenta un punto di arrivo o di partenza? E, se di partenza, per dove?

Il libro sul Sessantotto fa parte di una chiamiamola “collana” in divenire, semplicemente intitolata “Storia e storie”, stampata dalla Tipografia Valgimigli. Lo scorso anno è uscito il primo volume della serie, la “Faenza sotterranea” di Stefano Saviotti che ha già venduto più di 400 copie. Non poche per un volume che gira solo nelle librerie e nelle edicole di Faenza. La nostra città ha una grande tradizione nel campo degli studi storici, penso anche solo alle pubblicazioni che fino agli anni ’70 facevano i Fratelli Lega.
Col mestiere di libraio che faccio mi pare di cogliere nel nostro territorio un rinnovato slancio alla ricerca storica, magari piccole cose ma che possono ancora suscitare interesse e curiosità nei lettori.
Accanto alle figure più consolidate di storici locali, vedo una nuova generazione di giovani studiosi che avranno bisogno di crescere, certamente, ma sono un patrimonio e una ricchezza che va valorizzata, anche attraverso la pubblicazione di piccoli libretti.
L’idea della collana è proprio questa: io come libraio posso suggerire o ricevere idee, poi insieme agli autori si fa una riflessione sui costi della pubblicazione. Non abbiamo contributi o finanziamenti pubblici né di banche o fondazioni o sponsor, si rischia insieme: sono convinto che con buone idee, buoni argomenti e buoni autori ci si possa sostenere con le vendite. E se alla fine rimane qualche soldo ce lo andremo a bere in compagnia. Ci sono alcune idee a cui qualcuno sta lavorando, i tempi di realizzazione e di uscita ancora non li sappiamo, ma ci stiamo lavorando. A titolo di esempio ti potrei citare alcuni temi: Faenza nel Medioevo, il Palazzo del Podestà e la Piazza delle Erbe, la Faenza fascista.
Quindi non è né un punto di arrivo né di partenza, ma di transito, se me la passi.

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