“Hitler ha lasciato il lavoro a metà”: gli effetti della comunicazione web sul caso rom a Faenza

Post acchiappalike, ci risiamo. La cronaca faentina diviene occasione per tornare a far viaggiare disinformazione e populismo tramite i canali social e web. Il meccanismo è semplice: “show, don’t tell”, ostentare gli episodi senza entrare nel merito dei fatti, un linguaggio molto efficace in ambito teatrale ma particolarmente pericoloso in ambito giornalistico. I fatti sono ormai noti: domenica 25 settembre una rissa in una pizzeria del Borgo di Faenza ha visto coinvolto un rom di 29 anni ed è terminata a calci e pugni. A ricostruire l’accaduto è il quotidiano del Resto del Carlino: «Secondo una prima ricostruzione – scrive la testata martedì 27 settembre .- verso le 19.30 nella pizzeria un nomade 29enne è entrato con la moglie in stato di gravidanza dirigendosi al bagno. Poco dopo, secondo alcuni, il nomade sarebbe uscito lamentando con toni sgarbati l’assenza di asciugamani di carta. Ne è nato un battibecco prima verbale con uno dei clienti che erano in fila per pagare rapidamente degenerato». Un episodio certamente grave e che, proprio per questo, dovrebbe essere analizzato con gli strumenti giusti e con la giusta onestà intellettuale da parte dai media locali.

Linguaggio web e informazione: essere responsabili

A poche ore dall’episodio ha subito fatto sentire la sua voce sulla propria pagina facebook Faenzanet scrivendo come «La situazione è degenerata da quando il Comune ha assegnato diverse case popoari ad alcune famiglie di nomadi: invece di vedere una integrazione, questa assegnazione ha portato amici e parenti zingari nei pressi dei quartieri occupati dagli assegnatari con siuazioni indicibili di degrado» (errori grammaticali presenti nel testo, ndr). “Show, don’t tell” si diceva. Post di questo tipo non dicono esplicitamente qualcosa di falso, ma in poche righe mischiano assieme – in maniera superficiale – problemi e concetti ben diversi e complessi (l’assegnazione di case popolari ai rom avvenuta a inizio 2016 da un lato e l’episodio di colluttazione avvenuto in una pizzeria del Borgo pochi giorni fa), cosa che un organo di informazione farebbe bene a tenere distinti o quanto meno ad approfondire in maniera esaustiva per dimostrare che l’uno sia necessariamente causa dell’altro. Entrambi poi sono problemi complessi che non possono essere limitati a poche righe da postare su facebook. Il guaio di questo tipo di linguaggio è l’effetto che produce negli utenti web: quale è il fine? Proporre alternative? Instaurare un dialogo costruttivo tra i cittadini? Gli effetti, per quanto limitati alla comunicazione web, sono una spirale di odio che si espande e che non serve ad altro se non ad alimentare la tensione invece che concentrarsi su problemi reali che esistono, ci sono, e a cui bisogna proporre soluzioni, ognuno con la propria idea da mettere in gioco: chi ritenendo che l’approccio sia ancora troppo assistenziale e chi invece pensa che il progetto messo attualmente in atto darà buoni frutti sulla questione rom a Faenza.

Il progetto “Housing First” dei rom a Faenza riguarda 3 famiglie

Entriamo dunque nel merito degli episodi. Il rom in questione è noto alle forze dell’ordine, ha una situazione di vita molto precaria con alcuni figli a carico e si è già reso colpevole in passato di intemperanze in particolare nella zona di Reda. Come anche scrive Faenzanet, è un parente del gruppo famigliare attualmente residente in una casa popolare dell’Acer (abitazione che il Comune si era riservato di affidare a situazioni di particolare emergenza), ma non fa parte del progetto di inclusione abitativa che al momento riguarda solo tre famiglie rom a Faenza. È bene tenere distinto, almeno in fase preliminare di analisi, l’accaduto che ha coinvolto questa persona con il progetto di inserimento abitativo dei rom che sta avvenendo in via Riccione a Faenza.

Luccaroni: “Base per costruire Faenza tra 15 anni”

Analisi dei nuclei famigliare, regolarizzazione dei documenti e inclusione abitativa. Sono questi i tre punti focali su cui ha lavorato la Fondazione Romanì durante l’anno di consulenza che ha fornito al comune di Faenza e alle associazioni locali nella gestione della questione Rom. Un «cambio di passo – come spiega l’assessore all’associazionismo del comune di Faenza Andrea Luccaroni – che vuole promuovere un atteggiamento meno assistenzialista verso i rom coinvolti. Il ragionamento che abbiamo fatto – prosegue l’assessore – è stato quello di essere lungimiranti cercando di pensare alla Faenza che sarà tra quindici anni, lavorando in particolare sulle nuove generazioni rom nella nostra città e innestando in queste famiglie una diversa idea del mondo e della società. Solo guardando nel lungo periodo è possibile creare una base vera d’integrazione».

A Faenza sono presenti 39 persone di etnia rom per otto famiglie, dove il concetto di “famiglia” ha chiaramente un’accezione molto allargata e sfumata, simile a quella della famiglia patriarcale dei nostri nonni. Per questo motivo, al fine di elaborare azioni specifiche sui singoli nuclei familiari, è stata operata a livello anagrafico una distinzione tra nuclei “parentali” (padre, madre e figli minori, con esclusione quindi dei figli che hanno già una vita familiare autonoma). Il numero di tali nuclei parentali attualmente residenti a Faenza è, appunto, otto. Dopo aver condotto una sorta di censimento di queste realtà famigliari, si è avviato il passaggio dalle strade alle case, strumento fondamentale per avviare un progetto di integrazione reale. Sulla base della legge regionale dell’Emilia Romagna 2015 “Norme per l’inclusione sociale di rom e sinti” (legge regionale 11/2015, a cui è seguita la “Strategia regionale per l’inclusione di Rom e Sinti”) si è deciso di avviare un progetto di transizione abitativa. «Siamo partiti a inizio 2016 – spiega l’assessore Luccaroni – con tre famiglie attraverso cui abbiamo elaborato percorsi diversi a causa delle differenti situazioni famigliari. Una di queste è quella di via Riccione». «Le procedure avviate per fare trovare loro una casa – ha spiegato nell’incontro svoltosi a maggio per presentare il progetto l’assessore alle politiche sociali Claudia Gatta, rispondendo indirettamente alle polemiche sollevate precedentemente dalla Lega Nord – sono le stesse che può utilizzare qualsiasi altra famiglia presente sul territorio». Il concetto è stato ribadito anche da Martina Laghi dei Servizi sociali del comune di Faenza, che da anni si occupa della gestione delle famiglie rom sul territorio faentino: «Come lavoriamo con le famiglie rom così lavoriamo per tutte le famiglie».

Rom a Faenza, Padovani: “Si doveva partire col punto lavoro”

«Secondo noi si è sbagliato – dichiara Gabriele Padovani (Lega Nord) – nel processo di integrazione dei rom andava posta come priorità il punto sul lavoro, mentre l’amministrazione ha deciso di partire dal fondo, dando loro una casa. Inoltre questo gruppo rom fa parte dei Khorakanè, ceppo che mal sopporta il vivere all’interno di abitazioni. Infine, nel processo di inclusione abitativa, si sono affrettati molto i tempi, con la prospettiva di ottenere 85mila euro di finanziamenti regionali». Il progetto è proseguito nel corso di questi mesi tra alti e bassi ma con la convinzione, da parte dell’amministrazione, che sia la scelta giusta nel lungo periodo. «Ci sono state e ci sono difficoltà di rapporti con il vicinato – spiega l’assessore Luccaroni – e nostro compito è trovare dei livelli di mediazione, fermo restando il rispetto delle regole. Grazie anche all’operato dei tutor che seguono queste famiglie si sta costruendo, passo dopo passo, un rapporto di convivenza civile. Da questi primi mesi è possibile dire come qualcosa si sia già ottenuto: i rom coinvolti hanno manifestato di comprendere che il passaggio in casa presenta vantaggi, a patto di riuscire a osservare regole di convivenza, e i condomini hanno avuto modo di avviare con loro un rapporto diretto che ha permesso di superare alcuni pregiudizi e di concentrarsi nella soluzione delle problematiche specifiche, sviluppando forme di vero dialogo. Mischiare quanto accaduto l’altra sera in Borgo con il cammino che stanno facendo queste famiglie è fazioso». L’idea è quella di estendere questi progetti di inclusione abitativa anche ad altre famiglie rom entro la fine del 2016.

Rissa in borgo e case ai rom: due fatti intrecciati ma non sovrapposti

Il cittadino rom coinvolto nella rissa di domenica 25 settembre ha legami parentali con una di queste famiglie. Il rischio è che queste abitazioni diventino un polo di richiamo per la popolazione rom in città, sfavorendo in questo modo il processo di inclusione e provocando disagi nel vicinato. «Il problema della convivenza – spiega Gabriele Padovani – in un condominio riguarda vari aspetti: gli orari, la sporcizia, il disagio quotidiano dei vicini e di chi abita quelle aree». «Ben vengano le critiche o chi la pensa diversamente su questi progetti – ribadisce Andrea Luccaroni – il problema è che il dibattito pubblico è sviato da un cattivo modo di fare informazione. Gran parte delle accuse che riceviamo non entrano mai nel merito dell’argomento e vogliono creare solo tensione». Martedì prossimo la Lega Nord realizzerà una manifestazione con la quale vuole chiedere più dialogo all’amministrazione su questi temi.

La malattia del web: quando internet ci fa scrivere “Purtroppo Hitler ha lasciato il lavoro a metà”

Dal web alla vita reale passando per un’informazione sciatta e superficiale. Mentre auspichiamo la possibilità di instaurare un dialogo tra le forze politiche, quali sono gli strascichi che rimangono da questo tipo di informazione? Ecco i commenti pubblici che restano di questo post pubblicato su Faenzanet e che scriviamo senza indicare i loro autori: “Purtroppo Hitler ha lasciato il lavoro a metà”, oppure “Penso che un signore di Berlino non ha finito il lavoro”. E via dicendo. Molti studi stanno analizzando come i social network abbiano la capacità di annullare la nostra umanità trasformandoci dietro le tastiere prima in “vittime del sistema” poi in “veri e propri carnefici” senza pietà, esseri umani peggiori di quegli stessi che vogliamo condannare, siano rom, politici o persone che la pensano diversamente. Gli effetti della comunicazione nell’epoca della rivoluzione digitale sono ancora in atto ed è ancora presto per dire se e quanto abbiano ripercussioni sulla vita reale, sulla nostra comunità e sul pensiero delle persone. Una cosa è certa: noi siamo sempre più convinti che il modo per crescere come comunità cittadina non sia scrivere – sulla base di un post fazioso – “Io visto chd in pizzeria il forno c’era già . . Ne avrei approfittato.. “, ma sia entrare nel merito dei fatti. Come dovrebbe essere normale fare per chi si presenta come una testata di informazione locale.

5 pensieri riguardo ““Hitler ha lasciato il lavoro a metà”: gli effetti della comunicazione web sul caso rom a Faenza

  • 1 ottobre 2016 in 8:01
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    È inutile cercare sempre di capire chi obbliga “gli altri” a sopportare passivamente il loro grado di intolleranza, belligeranza e pericolosita’. Loro non si adeguano affatto alle regole a cui noi siamo costretti. E questo vi sembra giusto? Provate a vivere vicino a loro…vi troverete sepolti dall immondizia travolti dalla puzza e senza nemmeno le mutande. Se affermare ciò vi sembra sgarbato e irriverente allora abbiamo perso x sempre quel senso di “rispetto” verso l’educazione e l’amore.
    Lasciamo i ns concittadini indigenti nel più totale abbandono e premiano chi vive sputando sulle regole. Questo è il marcio irreversibile che fa soccombere chi è degno di rispetto a premia invece chi delinque. Questo è il Buon Senso? Grazie

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    • 3 ottobre 2016 in 13:20
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      Gentile Ilaria, i commenti come il suo sono preziosi e crediamo siano l’unico vero modo per poter dialogare online su un tema che mette la maggior parte della cittadinanza in difficoltà. Per precisare, noi non siamo contro la lamentela, ma contro lo slogan fine a se stesso e, come riportato negli esempi dell’articolo, che riporta a chiare logiche xenofobe e violente. Quelli sono il genere di commenti (apparsi su Faenzanet), a nostro giudizio decisamente sgarbati e irriverenti. Nella comunità cittadina il rispetto è una parola essenziale che, come sottolinea, non può assolutamente mancare, ma, ahimè, viviamo anche in una società (che abbiamo creato noi stessi) in cui l’ideale assoluto non sottintende automaticamente un’azione concreta. La nostra riflessione è che il rispetto acclamato non genera il rispetto reale, l’educazione a parole non genera educazione quotidiana, l’amore acclamato non genera amore concreto. Per cui è ESSENZIALE passare dai commenti ai fatti. I fatti dicono che ci sono politiche attuate dall’amministrazione per risolvere la mancanza di rispetto ed educazione da parte dell’etnia Rom che i cittadini (giustamente) lamentano. L’inserimento nei nuclei abitativi è un’opzione, valutata e ragionata, di cui se ne può criticare l’efficacia, ma non certo lo scopo. Siamo sicuri che questo episodio sia da ascrivere all’inefficacia di questa politica? Noi crediamo sia ancora presto per la logica temporale che raccontiamo nell’articolo. Grazie ancora per il suo commento, ce ne fossero di persone gentili come lei troveremmo, per quel che credo, soluzioni più facilmente.

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  • 1 ottobre 2016 in 10:00
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    Articolo scritto benissimo. Per fortuna che c’è un giornale serio come il vostro sul territorio. E’ sempre difficile trattare l’argomento Rom senza che i commenti scadano nel populismo, complimenti ancora.

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    • 3 ottobre 2016 in 10:48
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      Grazie mille Laura! Abbiamo voluto spendere più giorni sulla scrittura proprio per evitare che divenisse l’ennesimo veicolo di beceri slogan. La ringraziamo ancora. Il suo apprezzamento è per noi essenziale!!! Buona giornata.

      La redazione

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