“Carissimo Pinocchio…”: riflessioni di una prof faentina nel 2020

La storia di Pinocchio la conosciamo tutti. Ma se qualcuno la riscrivesse? Proviamoci.
Immaginiamo un burattino di legno un po’ cresciuto, un Pinocchio di quattordici anni, che decide di diventare un bambino vero e andare a scuola oggi, nel 2020.

“Voglio diventare un bambino vero” chiede Pinocchio.
“E perché? Se resti di legno non sei costretto a crescere” Risponde la prof dall’altra parte del computer.
“Sì, ma per vivere mi serve un cuore vero. E poi, come lo guardo il mondo con occhi di legno che non piangono e non ridono?”.
La prof non sa rispondere. Poi si fa triste e dice:
“Come sto imparando a fare io, che piano piano divento di nuovo di legno”.
“Ma come? È sicura, prof?” Chiede stupito Pinocchio.
Di nuovo nessuna risposta.
“Prof, è sicura?”

Abbiamo chiesto allora a una prof del liceo Torricelli-Ballardini di Faenza, la prof.ssa Nicoletta Conti, di prendere carta e penna e di rispondergli. E la risposta è stata: “No Pinocchio, non ne sono affatto sicura…”

Le considerazioni della prof. Conti (liceo Torricelli-Ballardini) sul ruolo dell’insegnante

“Per noi che siamo nel mondo della scuola, il Capodanno si festeggia al suono della prima campanella di settembre. Gli auguri di un anno meraviglioso hanno sempre il sapore di nuovi stimoli, dialoghi costruttivi, luci negli sguardi e pagine da sfogliare con il gusto del sapere. Insomma, noi docenti facciamo un lavoro meraviglioso. Una volta qualcuno mi disse che la vera vocazione era di avere la pazienza di annaffiare un po’ ogni giorno quei fiori, per vederli crescere e sentire poi il loro profumo. In fondo cosa ci può essere di più bello di un alunno che alla fine del percorso ti ripete che quella lezione se la ricorda ancora, che corre in libreria per comprarsi il libro di Pasolini perché quella lezione gli è piaciuta proprio tanto o che scopre di amare la letteratura perché la scuola gli ha offerto questa opportunità? Eccole le soddisfazioni di noi insegnanti, non sono uno stipendio o un pomeriggio libero o la vacanza di Natale a casa, come molti pensano. Chi davvero ama questo lavoro, che io continuo a definire un privilegio, non può che pensarla come me.

Quando ho cominciato la mia carriera di docente, avevo in mente uno stereotipo preciso: due mie prof. del liceo che mi avevano prima di tutto insegnato due significati, che forse diamo per scontati: appassionarsi e pensare. Sono dimensioni applicabili adogni campo della nostra vita, direte voi, perché allora le inserisco proprio nella scuola? Ebbene il senso sta proprio in questo: oggi più che mai la scuola deve corrispondere a una strada di vita. Siamo talmente immersi nella frenesia delle nostre quotidianità, nelle responsabilità di ruoli sociali che molto spesso non fanno neanche parte di noi e rischiamo di dimenticarci che prima di tutto siamo nati per pensare, per porci di fronte al mondo con le nostre idee. E se non mettiamo un po’ di curiosità e passione nelle cose che facciamo, non ne saremo mai soddisfatti e tutto sarà solo uno dei tanti pezzi della nostra storia, impolverato e sbiadito. Se a scuola pensiamo di insegnare solo formule e teoremi e pretendiamo solo che i ragazzi li ripetano nello stesso modo in cui li abbiamo spiegati, allora abbiamo fallito. Se pensiamo che oggi la scuola sia fatta solo di compiti e interrogazioni e programmi da terminare, allora possiamo cambiare lavoro. Non solo non avremo studenti che amano le cose che insegniamo, ma non prepareremo mai cittadini del futuro in grado di pensare e di esprimere le proprie idee.

“Ora i ragazzi stanno vivendo la sfida forse più dura che abbiano mai incontrato: fare scuola senza la scuola”

Quando cominciava un anno scolastico, in casa mia era un po’ come vestirsi con la camicia nuova della domenica. La gioia di ricominciare, l’attesa dopo un’estate che ci ha tenuti lontani la curiosità di incontrare volti nuovi, mondi da scoprire strada facendo e la sfida, quella più grande, di lasciare qualcosa. Tutto questo lo si coglie dagli sguardi, dai sospiri e dai prestiti di emozioni che solo l’aula sa dare. Fermare una lezione perché qualcuno sorride o annuisce, riconoscendo come quel testo, anche se lontano, parla di lui. Perché una riga, una parola, una scoperta fanno in noi qualcosa di nuovo e ci fanno sentire meno soli. Già, proprio questo fa l’insegnante, e per carità anche lo studente in modo simmetrico: aiuta a sentirsi meno soli. Ora i ragazzi stanno vivendo la sfida forse più dura che abbiano mai incontrato: fare scuola senza la scuola. Sono un tondo nello schermo del computer con la loro iniziale: una A come tante altre, una P come tanti altri… ho deciso di fare lezione a scuola anche se avrei potuta farla comodamente da casa. Ma questo avrebbe avuto un significato definitivo per loro: adesso la scuola non c’è più. Quando sono in aula non è facile: tanti banchi vuoti, silenzio. È come se il mondo si fosse fermato. Poi accendo il computer e loro sono già lì, pronti a una nuova lezione. Sanno che io chiederò loro “come state ragazzi?” come ho fatto per quattro lunghi mesi dello scorso anno, ma stavolta possono solo rispondermi con dei cenni. Loro stanno bene fisicamente, ma dentro? sono stati svuotati di ogni entusiasmo, di ogni sogno. Li abbiamo privati dello stare insieme, del condividere l’ansia di una verifica, del caffè alle macchinette che era la scusa buona per il giro nel corridoio. Li abbiamo privati del nostro sguardo, quello di incoraggiamento, ma anche quello di rimprovero, del nostro tono di voce, che a volte si interrompe in una connessione lenta e poco stabile. Abbiamo promesso loro che tutto si sarebbe risolto e che quest’anno sarebbe stato diverso e li abbiamo traditi.

Questi sono i ragazzi di adesso, quelli che non hanno più neanche la voglia di togliersi il pigiama per fare lezione e lo nascondono sotto una felpa. In fondo i ragazzi passano la metà del loro tempo a scuola: vivono di emozioni che solo quelle mura sanno dare, di stimoli che solo un rapporto diretto può regalare. Ma noi non dobbiamo mollare: dobbiamo fare sentire loro che ancora ci siamo, in un modo diverso, ma che questa pandemia non ci ha cambiati. Che abbiamo ancora gli stessi obiettivi e che loro devono avere ancora la stessa voglia di diventare grandi. Dico loro di scrivere, di annotare emozioni belle e brutte, di trovare in questa pausa il tempo per le cose che non abbiamo mai fatto. Non sopporto chi mi dice che adesso gli studenti sono a casa sempre e hanno il tempo per studiare, perché allora non abbiamo davvero capito nulla del nostro lavoro. Devono sapere usare il tempo in un modo diverso, cogliere la ricchezza anche dalle cose più povere. L’invito è sempre alla meraviglia, perché solo quella sa salvare dal grigiore del mondo, nella attesa che le cose non tornino come prima, ma meglio di prima. Avremo scoperto dopo questi mesi di saperci consolare con energie che non sapevamo di avere, e avremo forse capito che la scuola non è solo il tempo della quantità, il parcheggio per genitori che non sanno dove mettere i figli, ma è un luogo di crescita vero e di arricchimento, fatto di occasioni uniche e irripetibili. Mi piace che ancora adesso dalla loro aula i ragazzi sentano la campanella che suona e anche se il tempo è scandito in modo diverso, loro da quello schermo sono lì con me, in classe. Perché questo è il nostro mondo, il loro”.

Per la rubrica “Per chi suona la campanella…” a cura di M. Letizia Di Deco

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