#Alive di Il Cho

In una mattina qualunque, Oh Joon-woo si sveglia e si dedica alla sua quotidiana routine di videogiochi e musica. Nel frattempo, fuori di casa, avviene uno sconvolgente fenomeno: un’infezione sconosciuta inizia a diffondersi nella città e i civili si trasformano in zombie cannibali, scatenando il caos su tutto il paese. Oh Joon-woo, appresa la notizia in televisione, decide di barricarsi in casa per cercare di sopravvivere in tutto il tempo necessario all’arrivo dei soccorsi o al dissiparsi dell’infezione. Con #Alive, il regista sudcoreano Il Cho (nome d’arte di Cho Il-yung) attinge da un precedente soggetto di Matt Naylor (il webtoon Dead Days: fumetto digitale disponibile online) per generare un lungometraggio di originale fattura.

Un degno successore del genere horror targato Romero

Il genere zombie, figlio della mente di George A. Romero col suo leggendario La notte dei morti viventi del 1968, ha subito nel corso del tempo diverse evoluzioni, dal momento che i vari registi hanno impresso il loro punto di vista sull’argomento in più occasioni. Tematica forte che li ha sempre riguardati è il sociale: un’infezione, spesso di ignote origini, trasforma l’umanità in orride creature senza coscienza e con una gran sete di sangue, e i pochi sopravvissuti devono farsi strada contando solo su loro stessi. Si rafforzano (o si incrinano) i rapporti tra i sopravvissuti, tra chi si comporta da eroe e chi da codardo (arrivando anche a tradire per sopravvivere), col rischio costante che chiunque possa diventare parte di quel mondo di infetti.

Isolamento e quarantena: #Alive e la pandemia

Il Cho dimostra di aver imparato la lezione del compianto Romero, per cui #Alive è difatti un prodotto degno del suo genere, ma ciò che forse colpisce maggiormente è la sua straordinaria attualità. Il protagonista si isola in casa allo scopo di evitare un’infezione pandemica e si impone di sopravvivere a qualunque costo, tramite un post sui social network che diventa virale in breve tempo (da qui il titolo con l’hashtag). Ricorda qualcosa? Ebbene sì, nonostante si tratti di un horror d’azione, con ben altri intenti e soprattutto ignaro di quello che sarebbe successo al mondo di lì a pochi mesi, il film di Il Cho tocca l’argomento della pandemia globale e della quarantena, ricordando a tutti gli effetti ciò che sta accadendo nella nostra realtà e lanciando un forte incitamento di resistenza nei confronti del virus. #Alive infatti sceglie di concentrarsi sulle conseguenze dell’isolamento (soprattutto psicologiche) e sull’importanza delle relazioni umane in un contesto apocalittico come quello presentato dal film. Non è un caso che il protagonista viva in un quartiere in cui i condomini sono tutti affacciati l’uno sull’altro, e non è un caso che l’intero film sia ambientato in un unico palazzo, con la sola eccezione della strada sottostante in cui brulicano gli zombie.

Nonostante questa scelta, il film risulta dinamico e zeppo di suspence, in grado di lasciare col fiato sospeso grazie alla perfetta gestione dei tempi e alle inaspettate svolte di trama. Dopo il bel Train to Busan, la Corea del Sud si riconferma un’ottima fucina di nuovi talenti anche nel genere horror: nel caso degli zombie, si prende il merito di un rinnovamento dell’idea “romeriana”. L’epidemia viene affrontata anche grazie all’uso dell’odierna tecnologia, tramite internet, i social network (nuovo mezzo di diffusione di un messaggio di speranza), i droni e una riscoperta di strumenti meno recenti quali i walkie-talkie a discapito dei cellulari. #Alive è disponibile su Netflix.

Samuele Marchi

Giornalista, sono nato a Faenza e dopo la laurea in Lettere all’Università di Bologna frequento il master in 'Sviluppo creativo e gestione delle attività culturali' dell’Università di Venezia/Scuola Holden. Ho collaborato con diverse testate locali e nazionali come Veneto Economia, Alto Adige Innovazione, Cortina Ski 2021, Il Piccolo, Faenza Web Tv. Ho partecipato all'organizzazione del congresso nazionale Aiga 2015 e del Padova Innovation Day. Nel 2016 ho pubblicato il libro “Un viaggio (e ritorno) nei Canti Orfici” (Carta Bianca editore) dedicato al poeta Dino Campana. Amo i cappelletti, tifo Lazio e, come facendo un puzzle, cerco di dare un senso alle cose che mi accadono attorno.

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