Occhi aperti sulla scuola: spunto dalla cronaca faentina nell’epoca della Dad

Durante una guerra c’è chi cerca di salvare gli altri e chi cerca di salvare solo se stesso. La Storia però la fanno i primi. Quelli che nonostante tutto sanno fare la cosa giusta, quelli che amano ciò che fanno e non cadono nell’alienazione come efficienti burocrati.
E noi è proprio di loro che vogliamo parlare nella nostra rubrica, perché esempi negativi non portino il sentire comune a cogliere solo gli errori.

Ha fatto discutere l’episodio verificatosi qualche giorno fa proprio al liceo Torricelli-Ballardini di Faenza. Sembrerebbe che un insegnante abbia chiesto ai ragazzi di farsi interrogare bendati così da impedire copiature e suggerimenti durante le interrogazioni telematiche. Il preside del liceo, il prof. Luigi Neri, ha preso immediatamente le distanze da questo episodio, condannandolo duramente in una nota del 3 dicembre rivolta a studenti e docenti. Nella comunicazione il dirigente sottolinea anche che “[…] In questo momento storico, si ritiene indispensabile valorizzare l’aspetto relazionale dell’attività didattica, che è di importanza almeno pari rispetto all’acquisizione dei contenuti disciplinari. È altresì evidente che la qualità dei rapporti umani sarebbe compromessa da un clima di sospetto e di minaccia, o da imposizioni lesive nei confronti della dignità”.

Il valore di una professione: quella del docente

Il prof. Neri ci ricorda che la scuola è fatta di relazioni umane e le relazioni umane sono fondate sulla fiducia. E la fiducia altro non è che un patto tra persone, ce lo insegna proprio il tanto agognato latino. È la fiducia il patto educativo; è questa la vocazione di chi resta tra i banchi per permettere agli altri di crescere. Ci sono gli studenti con le loro difficoltà e ci sono gli insegnanti con la loro esperienza. In questo periodo abbiamo imparato a considerare eroi quei camici bianchi che sembravano poco importanti agli occhi di una società che credeva di stare sempre bene, di non ammalarsi mai. Ora che il prezzo più alto di questa pandemia lo sta pagando proprio la scuola dobbiamo riconoscere il valore di questa professione, che è una professione di fede nel futuro di cui tutta la società ha bisogno. La scuola fa esattamente il contrario dell’episodio riportato dalla cronaca locale: insegna a tenere gli occhi aperti, sempre. A non credere mai passivamente a tutto.

Il valore della scuola per il futuro del Paese

Riflettendo sul mondo della scuola dobbiamo imparare a fare lo stesso: a tenere gli occhi ben aperti sul ruolo fondamentale degli insegnanti. A capire che per uno che chiede di non sbirciare e non chiedere niente, ci sono tanti che insegnano a guardare in fondo alle cose e a farsi mille domande su tutto. A rendersi conto che per uno che si lascia immobilizzare dal programma e dalle valutazioni ci sono tanti che aiutano i ragazzi a costruire progetti per la propria vita. Ed è proprio tra questi progetti, tra i temi di italiano, i fogli stropicciati, i disegni sul bordo di un libro di matematica che sta scritto il futuro di un Paese. Un Paese che nella sua storia ha avuto sempre grandi maestri e ormai dovrebbe riuscire a riconoscerli.

In una scuola dell’Appennino toscano nel 1967 un giovane insegnante, don Lorenzo Milani, scriveva: “Poi insegnando imparavo tante cose. Per esempio ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia. Dall’avarizia non ero mica vaccinato”. Se il maestro di Barbiana ci ha insegnato che il vaccino contro l’avarizia è proprio riconoscere l’importanza della scuola e dell’educazione degli uomini e delle donne di domani, ora non resta che vaccinarci tutti, riconoscendo che la scuola è una priorità sempre e che chi insegna a tenere gli occhi aperti sul mondo è un eroe, anche se non ha il camice bianco.

Per la rubrica “Per chi suona la campanella…” a cura di M. Letizia Di Deco

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