L’Altra Faenza: “La fine dello stabilimento Cisa è un’amara sconfitta”

Da simbolo dell’industria faentina alla possibilità di diventare l’ennesimo stabilimento commerciale che affossa il mercato dei piccoli commercianti. L’Altra Faenza ha espresso, tramite una nota stampa, la sua amarezza per l’esito della vicenda dello stabilimento Cisa di Faenza. «Lo stabilimento Cisa di via Oberdan è ormai ridotto ad un ammasso informe di macerie – afferma L’Altra Faenza nel suo comunicato – Scompare, dopo l’Omsa e altre fabbriche, un simbolo e un pilastro dello sviluppo industriale nel faentino. Il suo posto verrà preso da strutture commercali che andranno ad aggiungersi alle troppe già esistenti. E’ l’atto finale di una storia scritta da tempo, forse con sue logiche e con gli atti a posto, ma che agli occhi dei faentini assume il significato amaro di una sconfitta».

“Prevalgono solo le leggi del profitto”

«Il lavoro e l’intraprendenza di tanti avevano fatto della Cisa una sicura fonte di reddito e un marchio affermato nel mondo – prosegue la nota – Un marchio espressione dell’ingegnosità di Faenza. La multinazionale che ne ha acquisito la proprietà attraverso i passaggi che tutti conoscono ha deciso di portare all’estero le lavorazioni meccaniche cancellando 130 posti di lavoro. E’ così che vanno le cose in un mondo in cui prevalgono le leggi del profitto ad ogni costo, in cui la finanza speculativa domina sull’economia reale. Un mondo in cui i capitali, le fabbriche, il lavoro stesso possono essere trasferiti ovunque senza regole e senza frontiere, mentre le persone vengono respinte perché considerate “clandestine” se fuggono da guerre e miseria».

L’Altra Faenza: “Sullo stabilimento Cisa, atto finale di una storia già scritta”

«Gli accordi sottoscritti col sindacato prevedono per la Allegion, così adesso si chiama la Cisa, investimenti e ricerca nel segno dell’innovazione – conclude la nota – Si tratta di impegni che, se rispettati come si deve, possono in qualche modo limitare i danni. Ma alcune riflessioni sono d’obbligo: chi ha licenziato viene premiato consentendogli un’operazione immobiliare senza dubbio molto vantaggiosa; un altro colpo pesante verrà inferto al sistema distributivo locale (se le famiglie non hanno soldi da spendere che senso ha – o a quali interessi risponde – aprire nuove grandi strutture?); lavoro buono e durevole verrà sostituito da occupazione precaria e mal pagata. Bisogna avere il coraggio e l’intelligenza di mettere in discussione questo modello. Non farlo vuol dire assumersi la responsabilità di quanto accade, delle crescenti diseguaglianze, dell’emarginazione dei giovani, del venir meno della coesione sociale su cui fino ad oggi ha retto la nostra fragile democrazia.

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