Agricoltura in Emilia Romagna: quasi 6.000 i lavoratori irregolari

In Emilia Romagna quasi una azienda agricola su tre opera in maniera irregolare, attraverso forme di lavoro grigio, nero fino ad arrivare, in alcuni casi, a vere e proprie forme di caporalato. A sostenere questi numeri è il rapporto presentato nella sede padovana di Banca Etica da Acs, Flai-Cgil ed Etifor dal titolo “Il lavoro irregolare in agricoltura”. Stando al rapporto, il tasso d’irregolarità nella nostra regione, al 2013, ha raggiunto il 31%.

Un fenomeno che non va circoscritto al Sud Italia

Nell’immaginario comune Il fenomeno del lavoro irregolare in agricoltura è spesso circoscritto al Sud Italia, eppure osservandolo nelle sue varie sfaccettature, è importante considerare la presenza di situazioni territoriali molto variegate. In particolare, nel 2009 l’incidenza del lavoro irregolare risultava doppia nel Mezzogiorno, rispetto al Centro-Nord, ma ciò non significa che nel Nord il fenomeno sia assente. I dati Istat registrano infatti che l’Emilia Romagna è al quarto posto come regione in cui operano la maggior parte di lavoratori irregolari (5.905), in una classifica che vede al primo posto la Lombardia (9.908), seguita da Puglia (6.569) e Toscana (6.275).

Lavoro nero, grigio e vere e proprie attività illegali

«Abbiamo sentito l’esigenza – ha dichiarato Andrea Gambillara, segretario generale Flai-Cgil – di verificare scientificamente le percezioni di chi opera tutti i giorni sul campo, attraverso interviste e recupero di dati». L’analisi del rapporto tiene conto dei molteplici aspetti che può assumere il lavoro irregolare in questo settore: dal lavoro nero (dove manca ogni forma di tutela del lavoratore) al lavoro grigio (dove le prestazioni del lavoratore vengono dichiarate in maniera distorta o incompleta) , fino ad alcuni (rari) casi di caporalato e attività illegali. «Non è il caso di fare allarmismi – sottolinea Andrea Gambillara – ma l’irregolarità in agricoltura si è sviluppata in percentuali maggiori rispetto altri settori, e si devono trovare degli strumenti condivisi per arginarla, soprattutto evitando che i finanziamenti pubblici finiscano alle aziende che operano in maniera irregolare».

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