REVENANT – REDIVIVO di Alejandro G. Iñárritu

Il film di cui scrivo non ha bisogno di presentazioni, vista la notorietà che lo sta investendo in questi primi giorni di uscita. Dopo la parentesi Birdman, “commedia” ambientata nel mondo teatrale dal sapore pirandelliano, il regista Iñárritu ritorna sulla strada della sofferenza, facendosi portavoce di un evento avvenuto nei primi anni dell’Ottocento e modellandolo secondo la sua poetica e i suoi canoni.

La storia vera di una vendetta

hugh-glassRevenant è la storia vera di Hugh Glass, un cacciatore di pelli ed esploratore che durante una spedizione disastrosa venne attaccato da un grizzly e successivamente abbandonato dai compagni di viaggio, viste le gravi condizioni in cui versava. Nel film l’aggiunta di un figlio avuto da una nativa americana, ucciso da un compagno avido e spietato, è un ulteriore innesco al suo desiderio di vendetta. Glass risorge letteralmente dalla tomba in cui è stato relegato per compiere un viaggio solitario e di sopravvivenza nella natura incontaminata e selvaggia, alla ricerca di colui che ha distrutto la sua vita. Un’occasione, per il regista, di narrare la sofferenza fisica e spirituale di un uomo più morto che vivo e di rendere partecipe un pubblico attonito grazie ad immagini potenti.

Un corpo dilaniato

Il “redivivo” di Leonardo Di Caprio non parla, non si espone. È un uomo che ha perso ogni cosa, che cammina solo per la sua vendetta e che sogna continuamente i suoi cari per mantenere accesa la sua fievole torcia di vita, tentando con ogni mezzo di sopravvivere alla fame e al gelo dell’inverno in un corpo ormai dilaniato. Per poter rendere memorabile una storia simile serviva un’atmosfera suggestiva: ecco perché il film è stato interamente girato con le luci naturali dei luoghi. Il risultato è stupefacente: sembra quasi di trovarsi realmente tra quei boschi e quei fiumi selvaggi, a condividere le poche ore di luce coi personaggi e a trascorrere notti gelide con loro nel silenzio.

Una regia tangibile, cruda, primordiale

revanantLa regia è totalmente immersiva e rimane a stretto contatto coi protagonisti, evidenziandone l’essenza e le azioni senza perderli mai di vista grazie agli strategici piani sequenza. Ecco perché si parla di sofferenza fisica, che si tratti di dolore, freddo o fame: tutto è concreto, tangibile e crudo. La macchina da presa si appanna, si bagna, si sporca. Le sensazioni e i sentimenti di Hugh Glass vanno di pari passo con le sferzanti tempeste di neve mentre questi si fa strada nelle lande sconfinate dell’ancora primordiale America. La vendetta, che fa da carburante alla storia e al protagonista, va a risolversi in conflitti di sanguinaria violenza che sembrano nulla in confronto alla devastante forza della natura, unica vera sentenziatrice di ogni cosa.

Il contatto intimo con la Natura

Natura con la quale il redivivo entra in contatto intimo, ricercando in essa i mezzi per sopravvivere e compiendo, attraverso di lei, il proprio destino: fondamentale in questo caso il contorno mistico delle tribù Arikara e Pawnee, il ponte più diretto tra l’uomo e la natura, che nasconde un forte messaggio di critica nei confronti dello sfruttamento ecologico messo sempre più in atto. Pur non raggiungendo la genialità del suo predecessore Birdman, la pellicola colpisce nel segno e strega lo spettatore fino agli ultimi atti, riuscendo a far calare il totale silenzio in sala.

Alessandro Leoni

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