Le norme antipeste del 1629-1632 a Faenza: un confronto con l’oggi

#restateacasa è oggi l’hashtag che ricorre più spesso sui social e in televisione. Il Governo infatti ha disposto norme rigide su chi venga sorpreso, fuori dalla propria abitazione, senza una valida ragione. Sorprenderà sapere che le disposizioni che vigono oggi per evitare la diffusione del contagio sono acqua fresca rispetto a quello che i faentini hanno dovuto passare tanti anni orsono. Pene severissime furono infatti imposte quando, nel 1630, la peste provò ad abbattersi sulla città. Allo scoppio dell’epidemia, tuttavia la città non si trovò impreparata. Quali furono allora le norme adottate? Quali disposizioni draconiane furono varate? Come si era organizzata la città?

Le misure adottate a Faenza dal priore Giacomo Filippo Spada per contenere la ‘peste manzoniana’

Anzitutto va detto che, rispetto a oggi (dove una notizia molto velocemente raggiunge quasi tutti gli angoli della terra), all’epoca era molto più complesso applicare norme di valenza “nazionale” e, invero, lo Stato Pontificio era organizzato per concedere, in questi casi, buona autonomia agli enti locali. Infatti le prime misure preventive vennero adottate dai faentini per i faentini: il priore del Consiglio degli Anziani Giacomo Filippo Spada fece emanare un importante bando conservato negli “Acta Consilii” il quale aveva recepito molti suggerimenti e indicazioni dei bandi che già dall’aprile 1630 erano state approvate a Bologna per contenere la Peste. Tra queste due città e le loro leggi “anti contagio” corre un importante legame: cardinal legato di Bologna dal 1629 (la massima autorità che rappresentava il Papa come potere temporale in un territorio dello Stato Pontificio) era il cardinal Bernardino Spada, nato il 21 aprile 1594 a Brisighella. A Faenza la famiglia Spada aveva le sue radici, e infatti tra gli anziani della città vi era proprio Giacomo Filippo Spada, suo fratello, che divenne Priore degli Anziani, il più importante organo cittadino per l’amministrazione del territorio comunale, tra il 1° settembre ed il 10 novembre 1630 (il priore rimaneva in carica per una “muta”, che durava pochi mesi).

Il cardinale Bernardino Spada (opera di Guido Reni).

Faenza, 1630: rogo per tutto ciò che era superfluo e istituzione di squadre di ‘espurgatori’

Il bando principale da cui alcune delle norme faentine sono state tratte secondo Ferlini (autore di un importante opera sulle pestilenze a Faenza) è il “Primo modo di espurgare le Case de’ Contadini”, che si può leggere nella “Raccolta di tutti li bandi, ordini, e provisioni fatte per la citta di Bologna in tempo di contagio imminente, e presente, li anni 1628. 1629. 1630. & 1631”, edita attualmente in versione digitale. Tra le disposizioni di legge che furono proposte a Bologna – e alcune recepite anche a Faenza – era previsto il rogo per tutto ciò che era superfluo e la pulizia assoluta per ogni oggetto d’uso. Altro imperativo era reintonacare e dare aria per più di una settimana alle stanze, al fine di operare una pulizia totale degli ambienti. Dai materassi andava asportata la lana e fatta arieggiare per cinque mesi, mentre la paglia e le piume andavano bruciate. Anche le monete, i gioielli e tutti i preziosi dovevano essere fusi. A Faenza nel giugno del 1630, ancora sotto il forte timore della peste, vennero costituite delle squadre di “espurgatori”, il cui ruolo era di individuare gli infetti, prelevarli, quindi portarli in lazzaretti a loro dedicati e successivamente entrare nelle loro case e applicare quanto il decreto. Per gli spostamenti tra città e campagna fu istituita una “fede”, un vero e proprio lasciapassare: il faentino del 1630 mai avrebbe dichiarato il falso, con il timore di finire poi tra le fiamme dell’inferno!

Con queste misure Faenza superò la peste meglio di Cesena (6mila morti) e Imola

Il cardinal Gaspare Mattei.

Tuttavia, nonostante questi provvedimenti, in altre città il contagio aumentava, mentre Faenza ne rimaneva praticamente immune. Papa Urbano VIII decise allora di nominare un commissario apostolico (una sorta di Domenico Arcuri ante litteram!), ovvero monsignor Gaspare Mattei. Egli aveva un’ampia e vasta area da controllare: le Marche, la Romagna e la legazione di Ferrara. Proprio con il cardinal Spada egli lavorò a stretto contatto, coadiuvato anche dal legato di Ferrara, il cardinal Giulio Cesare Sacchetti. I metodi adottati da monsignor Mattei fanno letteralmente impallidire i provvedimenti odierni: aveva infatti ordinato la messa in opera di “forche” lungo tutte le strade della città per giustiziare chiunque avesse trasgredito le norme predisposte e riferisce il cronachista Niccolò Tosetti “tutte furono sposate”, cioè usate. Lo stesso infatti ricorda il caso di un tale che fu impiccato per aver passato del pane a dei suoi figli, che erano al di là del Senio. Queste drastiche misure però ebbero i loro risultati. Faenza fu risparmiata e per la città manfreda l’incubo ebbe termine nel 1631, al contrario di altre città limitrofe come ad esempio Cesena che ebbe quasi 6mila morti, oppure Imola dove il morbo della peste perdurò sino al 1632.

La devozione alla Beata Vergine delle Grazie, patrona della città

Targa devozionale alla B.V. delle Grazie di Faenza – La Vecchia Faenza.

Va anche detto che non solo le norme igieniche stringatissime garantirono alla città di scampare all’epidemia: la salvezza della città fu anche imputata infatti a un aiuto divino, alla protezione della Beata Vergine della Grazie. Il culto di questa particolare immagine infatti, stando agli studi condotti da Luisa Renzi Donati, ebbe una larga diffusione proprio a seguito di questo suo intervento miracoloso a favore della città e dei suoi abitanti, come dimostra il fatto che da quella data “si registrò la prima grande fioritura di targhe devozionali, rivestite in maiolica e dipinte su sfondo bianco”, le cui riproduzioni oggi sono presenti in molte vie, palazzi e case della città. A distanza di molti anni un ricordo di quella tragica pestilenza riecheggia ancora oggi nella devozione mariana dei faentini e nelle parole dell’inno alla Beata Vergine delle Grazie: gli affanni, la peste/ ci afflissero un dì/ ma un Manto celeste/ Faenza coprì. Oggi gli enti legislativi impongono di stare a casa: immaginiamo di essere, per un momento, nel 1630, mentre imperava la peste. Vorremmo allora riaprire gli occhi e tornare ai giorni nostri, quando, a fronte di un’emergenza sanitaria di portata mondiale, ci viene chiesto soltanto di accogliere un semplice, ma di fondamentale importanza, invito: #restateacasa.

Mattia Randi

Se ne vuoi sapere di più

Antonio Ferlini, Pestilenze nei secoli a Faenza e nelle valli del Lamone e del Senio, Faenza, Tipografia faentina editrice, 1990

Eraldo Baldini, Il fango, la fame, la peste. Clima, carestie ed epidemie in Romagna nel Medioevo e in Età moderna, Cesena, Il ponte vecchio, 2018

Luisa Donati Renzi, La Beata Vergine delle Grazie di Faenza. Sei secolo di protezione e di devozione, Faenza, Tipografia faentina editrice, 2012

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