Incidere al tempo del Covid: esce “Gin Tonic?”, il 1° album della band faentina Onde Radio

Pubblicare un album richiede un certo coraggio. Farlo in un momento di forti restrizioni imposte alla musica dal vivo ne richiede ancora di più. Farlo proponendo una tracklist principalmente a base di cover è forse addirittura una pazzia, ma le Onde Radio hanno scelto di raccogliere la sfida insieme all’etichetta discografica Music Master Studio. La band faentina – composta da Angelo Alberti (voce), Federico Domenicali (basso), Davide Montanari (chitarra) e Filippo Foschini (batteria) – è nota per il suo repertorio a base di classici della musica italiana e non solo, interpretati con quello spirito dissacrante e quell’irriverenza che da sempre sono il marchio di fabbrica del gruppo. La loro missione è quella di trasformare ogni situazione, dai grandi palchi ai piccoli locali, in una festa tra amici dove ci si diverte, si balla e si canta insieme, saltando da un brano all’altro, uno qualunque, purché tutti lo conoscano. Questa concezione della musica, strettamente legata al mondo dell’intrattenimento dal vivo, sarà anche l’ingrediente principale del loro primo lavoro in studio, “Gin Tonic?” che includerà anche singoli inediti composti dai quattro musicisti faentini.

Intervista al frontman delle Onde Radio, Angelo Alberti

angelo alberti

Come è nato il progetto Onde Radio?

Filo, Fede e Davide sono tra i musicisti che da qualche anno accompagnano i concorrenti sul palco del concorso canoro Il Pavone D’Oro (piuttosto conosciuto a Faenza e non solo ormai). Da quell’esperienza e dall’amicizia che legava loro tre è nata l’idea di formare una band che suonasse anche al di fuori di quel contesto, per la precisione nel 2015. Naturalmente, a quel punto si è posto il problema di trovare un cantante stabile. Io non sono stato il primo “frontman” del gruppo ma, per una serie di motivi, nel 2017 si è presentata l’occasione di entrare in questa formazione – composta fra l’altro da conoscenze di vecchia data – e non mi sono fatto pregare. Anzi, mi ha fatto molto piacere che i ragazzi mi abbiano dato questa opportunità.

Nella vostra carriera vi siete dedicati in particolare alle cover. Di che tipo? E cosa vi piace di questo tipo di musica?

Abbiamo sempre suonato un repertorio molto ampio ed eterogeneo, sia a livello di autori, che di generi e periodi di riferimento. C’è solamente una costante che accomuna tutti i brani che eseguiamo dal vivo: sono canzoni conosciute pressoché da tutti. Noi naturalmente li suoniamo a modo nostro, rendendo il tutto musicalmente molto più coerente e personale di quanto non sarebbe riproducendo una qualsiasi compilation su cd oppure una playlist di Spotify. Questo, dopo tutto, è l’elemento che dà realmente senso a una cover band: dare una nuova veste e (perché no) una nuova interpretazione a brani scritti da qualcun altro, che ormai sono entrati a far parte di un patrimonio culturale condiviso. Da oltre mezzo secolo questo approccio alle cover è ampiamente praticato e gli viene riconosciuta una sua dignità; specialmente nel mondo del blues e del rock si potrebbero menzionare decine di esempi celebri a livello internazionale. Il discorso cambia sensibilmente se ci si riferisce alla musica pop e rock, specialmente se italiana. Infatti, capita spesso di imbattersi in cover band che si limitano all’esecuzione dei brani cercando il più possibile di avvicinarsi alle versioni più famose, ma in questo caso, almeno secondo noi, una qualsiasi vecchia cassetta del Festivalbar potrebbe sostituirti con facilità. Il nostro approccio è piuttosto lontano dal semplice tributo all’originale. Suoniamo i brani in sala prove, li “mastichiamo” e – perché no – ci giochiamo un po’ fino a trovare la soluzione musicale che ci soddisfa e ci diverte di più, lasciando anche un certo margine di improvvisazione per le esibizioni dal vivo.

Cosa ci piace di quello che facciamo? È presto detto: il contatto che la musica ci permette di stabilire con il pubblico. Ci interessa poco il rischio (più che concreto) di essere bollati come “commerciali”, “ruffiani” o peggio. Il nostro repertorio ci permette di fare musica con gli altri, oltre che per gli altri, raggiungendo facilmente anche persone prive di un particolare bagaglio culturale o interesse musicale. Fare aggregazione per noi è fondamentale: un nostro concerto può dirsi riuscito solo quando si trasforma in una grande festa tra amici e sconosciuti, abbattendo quelle barriere invisibili che normalmente separano le persone quando sono per strada, in fila alle poste o al supermercato. Sentirci dire “stasera ci siamo divertiti” per noi vale più di ogni complimento. La musica ha un potere davvero forte, a volte.

Qual è l’idea da cui è nato questo primo album?

Sicuramente l’emergenza Covid-19 e l’inevitabile conseguente contrazione dell’attività live hanno avuto il loro peso, per cui il punto di partenza di questa idea potrebbe essere individuato nel lockdown, ma non è un album sul lockdown. Abbiamo sempre registrato brani in studio per avere del materiale dimostrativo utile a proporci nei locali, ma non abbiamo mai inciso nulla che fosse realmente pensato per noi e per il pubblico. Durante l’emergenza sanitaria ci siamo resi conto che avremmo avuto tutto il tempo di lavorare a un progetto molto più ambizioso e per di più l’etichetta Music Master – in modo del tutto inaspettato – ci ha proposto di collaborare a un progetto discografico. Insomma, sia nel bene che nel male si sono verificate una serie di circostanze che hanno preso alla sprovvista tutti noi. Una cosa comunque è stata chiara da subito: non potevamo perderci d’animo e farci scappare una simile occasione. Per noi questo lavoro segna anche un momento di riflessione sul nostro approccio al repertorio e un rinnovamento stilistico. Diciamo che in questo album si potranno trovare le Onde Radio per come le si conoscono, ma anche per come vorrebbero diventare. È una dichiarazione di intenti, una progettualità fondata su quello che abbiamo consolidato in questi anni di attività live.

Con questo album vi siete cimentati anche con due inediti. Che cosa dobbiamo aspettarci da questi pezzi? Di cosa tratterà?

Chi ci segue ha avuto modo di conoscerci soltanto attraverso il modo in cui interpretiamo i brani scritti da qualcun altro. Con questi brani vogliamo mostrare la nostra personalità a trecentosessanta gradi. Dalla composizione all’arrangiamento, tutto conterrà qualcosa che parli di noi. Dal punto di vista strettamente musicale anticipiamo solo che si tratterà di brani energici e “da baracca”, in pieno stile Onde Radio. I testi contengono aneddoti di vita vera, autentica, come è giusto che sia: siamo fatti per parlare di cose semplici, noi. È quello per cui ci sentiamo più portati. Racconteremo quelle situazioni che chiunque può aver vissuto, che si sia trattato soltanto di una sera o di episodi frequenti. Questi inediti in realtà fanno anche parte di una visione più ampia e sono l’esito più eclatante di quella voglia di rinnovamento che dicevamo poco fa. Sono i primi inediti che abbiamo scelto di incidere, ma non sono gli unici che abbiamo scritto. Nei prossimi mesi continueremo a comporre nuova musica e probabilmente dedicheremo un progetto discografico al repertorio di inediti, in futuro, ma ci sono ancora molte questioni da definire ed è decisamente presto per parlarne in termini concreti. Meglio concentrarci su quello che c’è già… che non è poco!

Quali aspettative avete nei confronti delle istituzioni per quanto riguarda la musica dal vivo nel tempo del Covid?

La risposta a questa domanda necessita di una breve premessa, senza girarci troppo intorno: la gestione degli eventi legati alla musica live (e allo spettacolo più in generale) nei mesi passati è stata pressoché disastrosa, sotto molti aspetti e a vari livelli. Non sono mancate anche contraddizioni eclatanti, che sono state sotto gli occhi di tutti. Questo è per molti versi comprensibile, dal momento che nell’arco di qualche settimana, per non dire in una manciata di giorni, l’Italia si è trovata a fare i conti con una crisi sanitaria di portata globale con la quale nessuno avrebbe mai pensato di dover fare i conti. È una cosa molto seria e come tale va presa. C’è di mezzo la salute delle persone, che è la priorità, giustamente. Al netto di questo, ci auguriamo che a distanza di mesi dallo scoppio della pandemia le istituzioni cerchino di mantenere vivo un settore come quello dello spettacolo, che oggi è allo stremo. Sia attraverso aiuti economici adeguati nell’immediato, sia attraverso l’elaborazione di opportuni protocolli di sicurezza quando si potrà tornare sul palco. Certo, nessuno sostiene che sia facile, ma è doveroso che si compia questo sforzo. È però altrettanto fondamentale che il pubblico faccia la sua parte, rispettando le regole. Vogliamo tutti tornare a divertirci come siamo abituati a fare, ma ora servono pazienza e spirito di adattamento. Tornerà il tempo di ballare, di saltare, di sudare in mezzo a una folla urlante, ma non è ancora quel momento, purtroppo.

Samuele Marchi

Giornalista, sono nato a Faenza e dopo la laurea in Lettere all’Università di Bologna frequento il master in 'Sviluppo creativo e gestione delle attività culturali' dell’Università di Venezia/Scuola Holden. Ho collaborato con diverse testate locali e nazionali come Veneto Economia, Alto Adige Innovazione, Cortina Ski 2021, Il Piccolo, Faenza Web Tv. Ho partecipato all'organizzazione del congresso nazionale Aiga 2015 e del Padova Innovation Day. Nel 2016 ho pubblicato il libro “Un viaggio (e ritorno) nei Canti Orfici” (Carta Bianca editore) dedicato al poeta Dino Campana. Amo i cappelletti, tifo Lazio e, come facendo un puzzle, cerco di dare un senso alle cose che mi accadono attorno.

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