La Romagna e i lanci: a Faenza il 23° Memorial Fantinelli, per riscoprire la storia di campioni e allenatori

Sono 352 gli atleti iscritti alla 23^ edizione del Memorial Fantinelli. Il meeting di atletica leggera dedicato al prof. Claudio Fantinelli, storico allenatore faentino di lanci, prenderà il via a Faenza mercoledì 4 settembre 2019 dalle ore 18 nel campo di atletica leggera della Graziola dedicato per altro a un altro grande dei lanci italiani: Raffaele Drei, che tanti atleti ha poi formato nella sua carriera da allenatore.

Memorial Fantinelli: attese le gare di Simone Barontini, Michele Brini, Andrea Ghiselli e Tania Vincenzino

Per quanto riguarda l’evento di Faenza, si inizierà con le gare riservate al settore giovanile per poi lasciare spazio alle categorie superiori. Occhi puntati sui 600m, distanza anomala, anzi spuria come dicono gli addetti ai lavori, su cui è attesa una grande prestazione di Simone Barontini, 20 anni, atleta azzurro delle Fiamme Azzurre, secondo nelle liste nazionali 2019 con un tempo sugli 800m di 1:46:87. Altra gara di impatto sarà il lancio del giavellotto maschile per la quale si attende di veder volare lontano l’attrezzo soprattutto a opera di Michele Brini, Atl. Imola Sacmi Avis e Andrea Ghiselli, Virtus Bologna, accreditati rispettivamente con mt 62,80mt e 60,34. Da segnalare anche nel salto in lungo Tania Vincenzino, azzurra del C.S. Esercito, con mt. 6,46. Insomma sarà spettacolo, ma sarà anche un’opportunità per fermarsi e fare mente locale sulla storia dell’atletica (e in generale dello sport) della nostra città; una storia che quando ha portato risultati lo ha fatto perché guidata dalla competenza, dalla passione e dal talento di personaggi che è importante non dimenticare.

Il lancio del giavellotto e Faenza: una lunga storia di campioni e allenatori

La nascita del Club Atletico Faenza

L’atletica leggera faentina ha poco più di sessant’anni ma ha radici più lontane, aggrappate agli albori dello sport come lo intendiamo nei tempi moderni. Il 1957 è il punto di arrivo e il punto di ripartenza. E’ l’arrivo di un filo che lega l’atletica leggera alla più ampia e profonda storia dello sport faentino quella che parte dalla fondazione, nel 1912, dell’Athletic Club Faenza, successivamente rinominato Club Atletico Faenza e delle gesta e dell’impegno di atleti e dirigenti, su tutti, Aldo Pancrazi. Sono gli anni dello scontro e degli aneliti tra il mondo laico, socialista e repubblicano e la tradizione cattolica, fino ad arrivare al Fascismo e alle rovine della guerra. Ed è dopo la Seconda Guerra Mondiale che la ricostruzione fisica è costruzione civile e morale, anche attraverso lo sport. Il 1957 annoda in quel filo della tradizione del primo novecento quello che sarà il percorso che porta ai giorni nostri, dove tutto l’ordinamento sportivo italiano post bellico viene salvato e riformato dai grandi Giulio Onesti e Bruno Zauli, e quando, localmente, il Csi Faenza si affilia alla Federazione Italiana di Atletica Leggera, vedendo così la nascita del Csi Atletica Faenza e in parallelo della Libertas Faenza (nella foto il Prof. Claudio Fantinelli e le atlete della Libertas Faenza). Csi Atletica Faenza, poi U.S. Atletica Faenza, e Libertas Faenza opereranno in parallelo, la prima rivolgendosi al settore maschile e la seconda al settore femminile, lavorando insieme allo stadio comunale intitolato a Bruno Neri

Una parentesi: Bruno Neri, il calciatore partigiano
Bruno Neri si rifiuta di fare il saluto romano in occasione dell’inaugurazione del nuovo stadio a Firenze.

E’ d’obbligo aprire una parentesi che conferma quanto fossero vicine le diverse discipline sportive e quanto gli eventi ne abbiano condizionato la storia. Bruno Neri era calciatore di livello, colto e raffinato, uomo di cultura e assiduo frequentatore di musei. Giocò in nazionale con Piola e Meazza. Nel 1929 dal Faenza passò alla Fiorentina, presidente il Marchese Luigi Ridolfi Vay da Verrazzano, aristocratico di nobiltà fiorentina, fondatore appunto nel 1926 della A.C. Fiorentina e nel 1927 del Giglio Rosso, gloriosa società sportiva tuttora saldamente in pista, diventando poi presidente della Federazione Italiana di Atletica Leggera. Bruno Neri fu chiamato al Torino da Erbstein, allenatore ebreo ungherese, che con le leggi razziali sarà costretto poi a lasciare l’Italia. Cugino di Bruno Neri era Virgilio, affermato notaio, che visse a Milano, fu tra i fondatori del Cai, tra i cui meriti vanno soprattutto quelli di essersi prodigato in quegli anni nel mettere in salvo, grazie alle sue entrature e alla professione che esercitava, numerosi ebrei colpiti dalle leggi razziali. Bruno, che si era rifiutato di fare il saluto romano nel corso della partita inaugurale dello Stadio Franchi di Firenze nel 1931, morirà da partigiano il 10 luglio 1944, con lui l’amico Vittorio Bellenghi, giocatore di pallacanestro. L’albero genealogico di chi si salvò mi ha dato il privilegio ai giorni attuali dell’amicizia con Andrea Neri, velocista per l’Atletica 85 Faenza, che ora vive a Parigi e fa il giornalista, Francesco Neri, per un periodo giocatore di basket e ora fotografo professionista e con il rammarico di non avere potuto apprezzare a lungo come ostacolista Gabriele Neri, il mezzano dei tre fratelli, che se ne andò neanche diciottenne e a cui è intitolata una borsa di studio che, annualmente, l’Atletica 85 Faenza assegna a chi coniuga con eccellenza studio e sport.

Raffaele Dei: campione italiano di giavellotto a cui è intitolato il campo sportivo di Faenza

Ma torniamo all’U.S. Atletica Faenza, alla Libertas Faenza e al 1957. Sono gli anni nei quali si pongono le basi per gli anni d’oro dello sport e dell’atletica italiana figli sicuramente anche di un mondo più piccolo e a misura, ma anche per il proliferare, in tutta Italia e quindi anche in Romagna, di cenacoli di confronto tecnico permanente che permisero la nascita e formazione di allenatori che fecero grande lo sport italiano. Occorre capire cosa fossero quei momenti per l’atletica leggera in Romagna e, per estensione, un po’ in tutta Italia e anche negli altri sport. Piccoli spaccati che moltiplicati e mutuati sul tutto il territorio nazionale hanno costruito i medaglieri di decenni. Sono gli anni dove in Romagna, nei lanci, spicca la figura di Raffaele Drei (1915 -1978). Ottimo giavellottista in gioventù, negli anni precedenti la Seconda guerra mondiale sarà due volte campione italiano: nel 1939 con 57.72, nel 1943 con 57.90. Indosserà la maglia azzurra ai Campionati Europei di Parigi del 1938, nei due incontri Italia-Germania di Milano del ’39 e del ’41 e nell’Italia-Svizzera di Zurigo del 1942. Raffaele Drei fa del rettilineo di quindici chilometri di via Emilia tra Faenza e Forlì il suo luogo di passione e lavoro. Dal 1949 al 1959 è tecnico dell’Edera Forlì, quindi dal 1956 al 1976 sarà responsabile nazionale del settore lanci insieme al corregionale e pesista Lauro Bononcini, con atleti come Mario Monti, Giovanni Lievore, Carlo Lievore, Vanni Rodeghiero, Adolfo Consolini, Carmelo Rado, Gaetano Dalla Pria, Silvano Simeon, Armando De Vincentis, Silvano Meconi, Raffaele Bonaiuto.

Raffaele Drei allenò poi tanti campioni come Carlo Lievore, primatista mondiale nel ’61

Carlo Lievore sarà primatista mondiale nel 1961: il suo giavellotto arriverà 86.74 conficcandosi nella pista dell’Arena di Milano, primo brivido dei tanti che ne seguiranno e che dopo il lancio del tedesco Ddr Uwe Hohn del 1984 a 104.80 costringerà la Iaaf, il 1 aprile 1986, a modificare l’attrezzo. Hohn non potrà partecipare ai Giochi Olimpici di Los Angeles perché boicottati dal blocco dell’Est, si avvicinerà di nuovo al suo record nel 1986 fino a terminare la carriera per un grave infortunio che comprometterà la sua carriera, non senza i sospetti di essersi avvalso, come molti atleti dell’ex Ddr, di pratiche dopanti.
“[..] Documentation that has been discovered since the Berlin Wall fell confirms that East Germany administered one of the largest state sponsored programs to provide their athletes with performance enhancing drugs. Some of Hohn’s record breaking achievements were aided by such a doping program. One document that came to light from the East German archives showed Hohn was given 1,135 milligrams of Oral Turinabol, an anabolic steroid, in 1985. The drug was also used to assist weightlifters.[..]”
Il record italiano di Lievore durerà fino al 9 giugno 1983 quando al Campo Scuola di via Falconieri a Ravenna Agostino Ghesini lo porterà a 89.12. Ghesini era allievo di Maurizio Rivano, altro allenatore di razza, altro tassello di quel gruppo di allenatori di lanci della Romagna solatia. Chi scrive era presente quando Ghesini lanciò oltre quegli 89 metri, cosi come era presente al chiacchiericcio tra allenatori sulle talentuosità di un certo Uwe Hohn, e chi ne preconizzava le luminose stagioni era Raffaele Bonaiuto, genio e sregolatezza, forse l’allievo prediletto di Raffaele Drei.

Il legame di Faenza con Raffaele Bonaiuto, altro allievo di Drei
Da sinistra: Paola Paternoster, lanciatrice azzurra con due partecipazioni olimpiche (Melbourne 1956 e Roma 1960) con, al centro, Raffaele Drei, allora responsabile dei lanci, e Raffaele Bonaiuto giovane talento del giavellotto a destra.

Il 22 ottobre 1955 fece il giro del mondo la notizia che il giovanissimo Bonaiuto aveva battuto il record del mondo juniores di lancio col giavellotto con 69.57. Bonaiuto calcherà le pedane diventando poi esso stesso allenatore: tra i suoi allievi, negli anni ’80, Nicola Maggini (76.42 13-05-1984) e Andrea Chiaratti (75.20 05-05-1985). Memorabili le serate a Faenza dove proiettava le sue diapositive e assieme ad altri allenatori commentava la correttezza o meno di gesti tecnici, come memorabili erano i suoi viaggi estivi di aggiornamento. Attraverso la cortina di ferro, con un furgone maleodorante carico di giavellotti, quando non vi dormiva nel parcheggio dell’Arcella a Padova, si recava nei paesi dell’est per apprendere il verbo del giavellotto: in Cecoslovacchia e Ungheria, patrie di Paragi e Nemeth. Miklos Nemeth, campione olimpico a Montreal 1976 nel lancio del giavellotto, figlio di Imre, campione olimpico nel lancio del martello ai Giochi di Londra del 1948: un caso, mi risulta, ancora non superato di due ori olimpici tra padre e figlio.

Da Raffaele Drei a Claudio Fantinelli: come si trasmette l’essere campioni

Ma la semina di Raffaele Drei nel territorio della Romagna durerà tutta la sua vita passando il testimone e facendo nascere scuole di lanci: a Forlì Alieto Rontini (poi allenatore di Giuliana Amici, Peter Calisesi e infiniti altri), a Faenza Claudio Fantinelli, a Lugo Stanislao Zanelli, a Ravenna, appunto, Maurizio Rivano (che oltre ad Agostino Ghesini porterà al successo Carlo Simionato), Daniele Faggi a Cesena. Tutte parrocchie si dirà, ma che univano la competizione in ambito locale, la ricerca del talento e il raggiungimento del risultato con il cemento del confronto tecnico. Cenacoli permanenti e informali che hanno rappresentato, visti oggi, anni di incredibile fertilità nell’evangelizzazione e diffusione di conoscenze tecniche e metodologiche. Quello era l’humus nel quale altri allenatori potevano formarsi ma, soprattutto, nel quale schiere di atleti traevano la benzina prima che porta al successo: la motivazione. Gli allenamenti non finivano mai, era ritrovarsi, scaldarsi, allenarsi e poi continuare con discussioni interminabili a commentare risultati, classifiche, gesti tecnici, con trasferte estenuanti nei fine settimana, orari continuati di sport che obbligavano al confronto, con se stessi e con chi ne sapeva più di te. Quando si parla di anni d’oro dell’atletica (ma anche dello sport) è bene ricordarsi cosa c’era dietro, in periferia, nelle tante romagne di cui è fatta l’atletica e lo sport. E la Federazione di quegli anni rifletteva questo nei risultati che raccoglieva.
Di tutto ciò, al netto dell’impegno e delle indiscusse capacità di alcuni singoli, non è rimasto quasi nulla. Quando ci si interroga sulle difficoltà nel poter crescere atleti di livello – altra cosa rispetto a trovarli e crescerli fino ai 18 anni – bisognerebbe prima volgersi indietro e vedere quanto quelle condizioni al contorno di terreno fertile per il risultato oggi siano diradate, se non assenti, e in un mondo che corre, salta, lancia tanto e di più non c’è nessun internet che può surrogare un contesto culturale e denso come quello. Quella era la rete del sapere.

Il futuro: qual è la motivazione prima del lavoro di un allenatore?

 

campo di atletica

Quando si parla di società sportive ci si ferma facilmente alla funzione sociale che esse rappresentano nella formazione dei giovani, a presidio di una missione educativa, nella funzione di promozione e reclutamento. Ci si dimentica sempre di cosa rappresentano nella loro capacità complessiva, tutte assieme, di generare e formare allenatori di livello che confrontandosi tra loro fanno crescere un movimento nel loro insieme attraverso una sana competizione di idee ancor prima che di atleti. La Federazione allora traeva le sue migliori risorse tecniche dalle società e con questi faceva grandi quegli atleti. Il venire meno di un tessuto denso e fertile di società sportive impoverisce un movimento sportivo soprattutto e prevalentemente dal punto di vista tecnico. Insistere nello svuotarle di atleti – per farli migrare ad apparenti lidi migliori – quando possono essere espressione di un alto livello significa far venire meno a quegli allenatori che rimangano la motivazione prima del proprio lavoro. Così come distrarre la missione di una società sportiva per dirigerne il focus sull’acquisto prevalente e preponderante di cartellini, per di più stranieri, significa, per i dirigenti che lo fanno, non cogliere la missione di una società sportiva e il contributo agli obiettivi superiori di un movimento che passano soprattutto attraverso le idee e le gambe degli allenatori. Su queste cose dobbiamo riflettere ed essere consequenziali noi dirigenti e la Federazione per far sì che il giavellotto cada lontano e non sui nostri piedi.

Alberto Morini

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