Margherita Isola: faentina nel mondo che con l’arte dà senso alle migrazioni

Faenza, Bruxelles, San Paolo: tappe di un percorso umano, prima ancora che artistico, che ha portato Margherita Isola, faentina nel mondo, a viaggiare e a sviluppare numerosi progetti a contatto con culture e mondi diversi. Da diversi anni realizza installazioni e performance sensibili al sociale. Siano campi profughi in Medio Oriente o favelas brasiliane poco importa: attraverso l’arte Margherita cerca di dare una diversa prospettiva alla realtà, arricchendola di significati. La danza e il corpo sono gli strumenti principali con i quali interagire con chi si trova di fronte, facendo emergere storie dimenticate per essere, concretamente e non in astratto, cittadini del mondo. Con il suo ultimo progetto, “Untitled migrant”, sviluppato tra il Brasile e il Portogallo, ha creato un’installazioni di “mappe affettive” con la quale leggere da una prospettiva diversa le migrazioni del mondo; lei che da faentina nel mondo ha vissuto sulla propria pelle tutto ciò che significa quella parola, “migrante”, spesso abusata al giorno d’oggi.

“Sentivo Faenza troppo piccola per sviluppare i miei sogni”

«Sono faentina, ma sono andata via dalla mia città molto giovane, a 18 anni». Inizia così il racconto di Margherita, classe 1977, nel ricordare come la passione per la danza e l’arte l’abbiano spinta verso mondi lontani dalla sua città. Un addio necessario, o almeno così sembrò allora, per poter realizzare pienamente i propri sogni a livello professionale. «Ho trovato più semplice sviluppare il mio percorso artistico fuori dalla mia città, a Faenza penso non sarebbe stato facile. Da questo punto di vista, percepivo Faenza come una piccola città, e in un certo senso mi sentivo straniera, pur identificandomi in tanti valori con cui sono cresciuta». Parte così il viaggio di Margherita, un viaggio che l’ha portata a compiere migliaia di chilometri per il mondo, ma soprattutto a incontrare tantissime persone con cui condividere una performance, un percorso artistico, un’emozione.

Dalla danza contemporanea allo studio del corpo come media sociale e collettivo

Laureata in Antropologia con un background di danzatrice, dal 2007 ha iniziato un percorso autonomo sul corpo, dal punto di vista di un artista visivo. «Ho studiato a Parigi e poi ho vissuto a Bruxelles fino al 2013. Qui ho iniziato a esplorare diversi linguaggi artistici oltre alla danza. Il corpo mi interessa sempre e soprattutto inteso come “corpo sociale e collettivo”. Nei progetti che sviluppo mi pongo come principale obiettivo incontrare l’altro». I primi lavori autoriali, sono stati “Mental Park”, presentato al Teatro Raffinerie, a Bruxelles, e “Traviata”, una performance che unisce danza, ricamo e un Djset di musica classica, realizzata nel corso di una residenza a Bains connettives, a Bruxelles.

Bruxelles, Palestina, Rio: una faentina in giro per il mondo nel segno dell’arte

Una performance realizzata con i partecipanti della Galleria.

Tra il 2008 e il 2010 si è poi concentrata sulla nozione di corpo sociale, esplorando il corpo come strumento politico e relazionale. «Ho creato diversi progetti site-specific e interventi concettuali – spiega Marghertia – Tra i più importati, un workshop con i ragazzi di un campo profughi al Freedom Theatre a Jenin, in Palestina, in cui abbiamo riflettuto sugli effetti della occupazione militare a livello corporale attraverso la pittura del corpo, tatuaggi e danza di contatto. L’arte concettuale per me non è pura astrazione, ma anzi, si fa corpo e materia». Dal 2010 ha prodotto molta arte tessile, principalmente il ricamo. Il lavoro più ambizioso è la collezione “Hennez Mauritz & Me”, un centinaio di pezzi di abbigliamento di H & M che ha ricamato con una moltitudine di sintomi a colori sulle molteplici nevrosi sociali contemporanee, e la relativa installazione “Rainbow Malady”. Queste opere sono state esposte al Iselp, Bruxelles, alla Young Art Biennale di Mosca e successivamente selezionate per il premio 2010 Art Context. «Ogni progetto significa mettermi in discussione e cerco di sviluppare un’idea in maniera calda; non solo attraverso l’intelletto ma anche come vibrazione energetica».

L’arrivo in Brasile

Nel 2013 una nuova avventura, in Brasile, dove per diversi anni è stata artista ospite residenza a Tal-Tech Art Lab, di Rio de Janeiro. «È stato un momento chiave della mia vita, in Brasile ho vissuto per cinque anni – racconta Margherita – È il paese della danza per eccellenza. Come migrante, ho potuto constatare come a San Paolo ci siano moltissimi migranti italiani di seconda e terza generazione, è un po’ la “New York” del Sudamerica». Qui si è dedicata in particolare ad aspetti che coniugassero arte e società, realizzando un progetto sulla migrazione includendo anche i bambini e i migranti: anche il Brasile infatti, pur in una prospettiva diversa da quella europea, vive una sua storia contemporanea di migrazioni.

Una performance realizzata a Rio nel 2017

Disegno Contatto //Contact Drawing from Margherita Isola on Vimeo.

Untitled Migrant: un canto per i migranti

Camminare attorno una grande mappa realizzata con i vestiti di migranti – uomini, donne e bambini – e dare un senso nuovo al loro viaggiare per il mondo. Uno degli ultimi progetti di Margherita Isola è “Untitled Migrant”, sviluppato tra il Brasile e il Portogallo, due Paesi rappresentativi per guardare le migrazioni con al centro le persone. «Questo progetto è partito avendo come base anche la mia esperienza, e vuole essere un canto alla migrazione e ai suoi eroi. È tutt’altro che un progetto astratto e vuole mettere in relazione le persone. Per me è stato un vero e proprio dono». Com’è nata questa insolita mappa? «Mi sono ispirata al concetto di ‘mappa affettiva’, uno strumento molto utilizzato in sociologia, per raccontare delle storie di migrazione attraverso ricordi, pensieri e affetti. Invitavo le persone con storie di migrazioni all’interno del mio atelier – racconta Margherita – e dialogavo con loro con lo scopo di creare una loro mappa affettiva attraverso un formulario performativo che avevo redatto. Davo loro un foglio e, sulla base delle mie domande, loro potevano rispondere o disegnare. Si trattava di domande, per esempio, su qual è la tua idea di “casa”, in cui si è liberi di esprimere la propria definizione». Ma l’incontro con queste persone non terminava qui. «Chiedevo loro anche un vecchio vestito che possedevano, o anche solo una parte simbolica di esso. Nella mia ricerca artistica sono molto interessata ai tessuti e ai materiali». qSu uesti vestiti, Margherita ricreava poi la loro mappa affettiva. «A chi cammina attorno a questa installazione di mappe cerco di dare una chiave di accesso che permetta di vedere un Paese con gli occhi dei migranti che da lì sono partiti, senza una mentalità eurocentrica: ogni cultura ha una sua storia specifica. A Lisbona ho conosciuto un ragazzo siriano di circa 16 anni e durante il nostro incontro percepivo una grande luce al suo interno: le ferite restano, ma la vita è più forte».

Faenza, ieri e oggi

Un progetto che, per chiudere il cerchio, potrebbe arrivare anche a Faenza. «In questo momento della mia vita mi piacerebbe realizzare qualcosa nella città dove sono cresciuta – afferma Margherita – periodicamente comunque torno». Con tutte le esperienze vissute, con che occhi guarda oggi quella, al tempo, “piccola” Faenza? «Sono ottimista, mi accorgo di una città che sta cambiando. Quando sono partita percepivo Faenza piccola non solo come dimensioni, ma anche come mentalità. Certo, quando torno rimango perplessa dagli atteggiamenti razzisti delle persone quando invece incontrare l’altro rappresenta una grande opportunità. Penso si debba avere il coraggio per cambiare questa mentalità. Per chi non ha vissuto esperienze di migrazioni è difficile capire che delle volte vivere in un altro Paese è devastante, senti venir meno tutta una serie di cose che davi per scontate. Non è facile creare una soggettività multiculturale, spaventa, ma continuo a pensare sia la strada giusta».

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