MAFIA E IMMIGRAZIONE: GLI SCOUT FAENTINI A ROSARNO

Una settimana trascorsa fra Rosarno e San Ferdinando, nella piana di Gioia Tauro, per contribuire al recupero di un bene confiscato alla ‘ndrangheta e migliorare le condizioni di una tendopoli ospitante 200 fra richiedenti asilo ed immigrati. Questa l’esperienza fatta ad agosto dal clan del gruppo scout Faenza 3, che ha deciso di scendere in Calabria per entrare direttamente in contatto con due realtà assai differenti dalla quotidianità faentina. I giovani scout si sono divisi ogni giorno in due gruppi. Metà dei ragazzi partecipava al Campo della legalità, promosso dall’Arci di Reggio Calabria per portare avanti un lavoro di bonifica ambientale nei terreni affidati al Comune di Rosarno e in gestione al consorzio Terre del Sole, in località contrada Alimastro. Gli altri alla tendopoli di San Ferdinando, da oltre un anno al centro delle cronache locali per la critica situazione igienico-sanitaria (link), con l’obiettivo di ripristinare condizioni minime di vivibilità per questo campo eretto nel 2010 dalla Protezione Civile (e ad oggi sotto una complicata gestione Caritas). Per capire qualcosa di più riguardo a questa esperienza, abbiamo fatto qualche domanda a Camilla, Giovanni, Carlotta e Michele, membri del clan “l’Arcolaio”.

“LE ISTITUZIONI NON SEMBRAVANO INTERESSATE A RISOLVERE I PROBLEMI”

“Quando ripenso a quello che mi ha colpito di più, a me vengono subito in mente due scene” ci dice Michele, “parlando con i volontari di Emergency, fra cui un clandestino poi diventato regolare e volontario dell’associazione, loro sostenevano fosse impossibile mantenere la tendopoli in uno stato decoroso, a causa delle condizioni psicologiche degli immigrati. Mi ha fatto arrabbiare moltissimo. E poi quando siamo andati al Comune di San Ferdinando per chiedere all’amministrazione dei bidoni e dei sacchi neri per i rifiuti del campo: dopo qualche scaricabarile, ci hanno dato il numero di telefono del responsabile della ditta che gestisce lo smaltimento dei rifiuti, che abbiamo poi incontrato fuori dal comune e che poi ci ha garantito 10 bidoni e due scatole di sacchi neri al mese. Le istituzioni invece sembravano non interessate a risolvere i problemi”. “Un’esperienza più positiva” aggiunge Camilla “è quello che ci ha detto Alessandro, professore di scienze naturali, guida dell’Aspromonte, volontario: in una situazione drammatica come quella di Rosarno, lui vuole rimanere lì e fare di tutto per salvare la propria terra. Quando io invece con la mia mentalità potrei pensare a fuggire il prima possibile”.

A Rosarno gli scout sono stati per una settimana a contatto con i volontari dell’Arci di Reggio Calabria sul bene confiscato, e con molteplici associazioni nella tendopoli. Hanno potuto valutare i punti di forza e di debolezza he il volontariato ha nel trovarsi di fronte a problemi molto complessi, come il recupero dei beni confiscati alla criminalità organizzata o la gestione dei flussi migratori. “Rosarno fa quei micro passi in avanti grazie alle tantissime associazioni che operano sul territorio, come ci hanno confermato anche là” afferma Giovanni “ad esempio Arci e Libera, che collaborano come se fossero un’unica associazione: è questa la loro forza”. Carlotta ci racconta: “I punti di debolezza però li abbiamo visti subito nella tendopoli: una volta arrivati, i ragazzi non si sono avvicinati ed era difficile coinvolgerli. Mancava un vero coordinamento e ci è voluto più tempo di quanto pensassimo… Gli operatori di Emergency però ci hanno spiegato il perché di quella situazione: dopo il viaggio, le difficoltà e le privazioni, la questione della pulizia del campo non era la priorità degli immigrati”. Camilla aggiunge anche la difficoltà nel coordinare tante differenti associazioni e volontari, soprattutto nella tendopoli di San Ferdinando, che a differenza del bene confiscato vede una situazione dove la tensione sociale e le privazioni si fanno sentire. “Nella situazione più critica, erano presenti: un sacerdote che doveva seguire anche la sua parrocchia, due operatori della Caritas, un coordinatore della tendopoli, una sindacalista della CGIL-FLAI (sindacato di strada a contrasto del caporalato e dello sfruttamento), i mediatori di Emergency… e purtroppo non si capiva bene chi fosse il responsabile”. Un altro dato che emerge dai racconti dei ragazzi è che a fronte dell’impegno gratuito di molti volontari, gli scout hanno vissuto la presenza di un degrado urbano molto forte, causato spesso in primis dall’indifferenza degli stessi cittadini nei confronti del decoro. “Tornata qua, Bologna mi sembrava la città più bella e pulita d’Italia: per dire!” esclama Camilla, senza timore di essere smentita dai molti pendolari faentini.

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“LA DIFFERENZA E’ NEL MODO IN CUI SI VIVE LA PROPRIA CITTA’’”

Il clan l’Arcolario ha quindi sperimentato la realtà dei campi per richiedenti asilo. A Faenza e in Emilia-Romagna la quasi totalità dei migranti è immediatamente alloggiata presso immobili adeguati, e vi sono enti pubblici (come l’ASP della Romagna Faentina) o privati sociali (come la Caritas e l’associazione Farsi Prossimo, o la cooperativa Zerocento) responsabili per i progetti di ospitalità. A Rosarno però la situazione è diversa “Il campo è stato eretto nel 2010 dopo i disordini collegati allo sfruttamento degli immigrati per la raccolta delle arance e doveva essere temporaneo, ma non è stato smantellato. Gli immigrati sono catalogati, ma non abbiamo capito bene chi curi le richieste di soggiorno, a parte il volontario Bartolo Mercuri e Celeste Lo Giacco (della CGIL-FLAI)” ci dice perplesso Michele. “Alcuni ragazzi della tendopoli sono stabili da molto tempo, mentre molti cambiano campo, o si spostano per seguire la raccolta dei vari prodotti: se a Foggia la stagione comincia in un periodo diverso, si spostano in Puglia, e poi tornano in inverno in Calabria, per la raccolta degli agrumi. Non essendoci una linea chiara da parte dello Stato poi, i volontari fanno il possibile, ma non sempre si riesce ad avere una situazione chiara…” aggiunge Giovanni, e questo ci fa capire quanto possa essere caotica una situazione simile.

Si può dire quindi che le realtà cittadine di Faenza e Rosarno differiscano in modo molto sensibile: specie per la questione dell’illegalità e la percezione della sicurezza sul territorio. Se la nostra città attraversa quella che viene comunemente definita una “emergenza criminalità”, a Rosarno la situazione si presenta in modi differenti. “Io credo che il problema sia culturale: Faenza non è perfetta, ma la maggioranza delle persone ha un interesse nel mantenere l’ambiente in cui vivono in modo decoroso. Là sembra che molti siano interessati soltanto alla parte interna delle proprie case, senza cura per gli spazi pubblici o la campagna. Al bene confiscato abbiamo trovato centinaia di copertoni, pezzi di automobili, frigoriferi ed elettrodomestici smaltiti nel fiume o nei fossi. La differenza è nel modo in cui si vive la propria città” afferma convinto Giovanni. “Secondo me” ci dice Michele “sono scoraggiati per la mancata risposta dello Stato: a tutti piace vivere in un posto pulito, non è una questione di mentalità. Anche a noi è più facile buttare una cartaccia per terra se ce ne sono già altre, quando cresci in un posto trascurato diventa una abitudine: nessuno se ne accorge e se qualcuno mi vede non mi dice niente. Inoltre abbiamo due percezioni diverse della delinquenza: da noi può essere il vandalismo o lo spaccio, lì una settimana prima hanno dato fuoco alla macchina di un ex assessore. Ci hanno spiegato come a Rosarno la ‘ndrangheta ci tenga a far sentire la propria presenza sul territorio, anche ostentando il proprio potere”.

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Tuttavia a volte si scopre che i propri pregiudizi non corrispondono alla realtà, e sono smentiti dai fatti. Come nel caso di Carlotta: “I classici pregiudizi che si possono avere nei confronti degli immigrati sono stati smentiti: sono ragazzi semplici e volenterosi, anche se timidi. Hanno dei progetti molto belli, di studio e di lavoro come li potrei avere io, con voglia di vivere e di fare… solo che si trovano in situazioni decisamente complicate”. Anche Giovanni è d’accordo e aggiunge: “La mia opinione è che se qua parli di immigrati la gente storce il naso: sono quelli che rubano, che fanno della sporcizia. Ma l’immigrato è anche la persona che viene qui con delle motivazioni serie che noi non immaginiamo neanche, e per questo ci credono. Io la sapevo che la realtà è differente, non si può credere che siano tutti uguali”. E Camilla aggiunge “un altro pregiudizio che può sembrare stupido, ma in un campo in cui c’erano solo 4 donne, noi ragazze non siamo mai state infastidite, neanche qualcuno che viene a chiederti sempre di parlare. Zero problemi”.

“NOI ABBIAMO VISTO IN PIU’ PERSONE UNA GRANDE VOLONTA’ DI BENE”

Ma cosa può fare un cittadino normale di Rosarno per risolvere i problemi presenti in città? “Impegnarsi nella quotidianità come un cittadino attivo per il bene comune: a partire dalla cura dell’ordine attorno alla propria abitazione” non ha dubbi Michele, che è stato molto colpito dall’inerzia dei cittadini di Rosarno. Più perplessi gli altri ragazzi. “Non rassegnarsi di fronte alle difficoltà o alle mancanze dell’amministrazione pubblica” afferma Camilla. E cosa si sono portati a casa gli scout dopo la loro settimana di servizio? Cosa rimane davvero di questa esperienza? “Un messaggio che ci ha detto una volontaria dell’Arci: Nessuno fece errore più grande di colui che non fece nulla pensando di poter far ben poco” riporta Camilla. “E alla fine della settimana la tendopoli era tutta pulita (il lavoro al bene confiscato è molto più lungo e non termina in sette giorni). Mi è sembrato di fare qualcosa di utile e concreto” osserva Carlotta. Infine Giovanni ci racconta la storia di Stefania Grasso, figlia di Vincenzo, meccanico che si è rifiutato di pagare il pizzo alla cosca locale ed è stato ucciso a Locri il 20 marzo del 1989. “Sono contento di aver incontrato persone come Stefania: lei è innamorata della sua terra nonostante le abbiano ucciso il padre e la mafia ti blocchi se vuoi fare qualsiasi cosa. Lei non vuole lasciare la sua terra e anche con mille difficoltà: non se ne vuole andare. Ho ammirato la forza che alcuni di loro trovano malgrado una situazione molto difficile”. Michele ci dice che è rimasto colpito da come i calabresi ci tengano a non finire nelle generalizzazioni. “L’idea che le cose sono così perché la Calabria è la Calabria, secondo qualcosa di generalizzato… tutti sono omertosi o affermazioni del genere: sono cose superate. La criminalità organizzata è un fenomeno di delinquenza che si può superare”.

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E infine abbiamo affrontato alcuni temi inerenti al futuro, su come questa settimana continuerà ad avere un’influenza più avanti nel tempo. Secondo Michele “bisognerebbe cercare di avvicinare la gente alla realtà di Rosarno e spiegare che nel Nord non possiamo disinteressarci o vedere chi vive in Calabria come dei delinquenti. Noi abbiamo visto in più persone una grande volontà di Bene”. Mentre Camilla afferma: “vedere con i propri occhi, credo sia naturale continuare un proprio percorso che sia anche solo interessarsi alle tematiche simile nel proprio comune, ad esempio i migranti. Il fatto di essere negli scout aiuta perché si hanno più occasioni per fare qualcosa di concreto, ma ciascuno nel proprio piccolo può interessarsi ed approfondire la realtà in cui si vive”.

 

A cura di Andrea Piazza

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Un pensiero riguardo “MAFIA E IMMIGRAZIONE: GLI SCOUT FAENTINI A ROSARNO

  • 3 settembre 2015 in 14:23
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    Nessuno fece errore più grande di colui che non fece nulla pensando di poter far ben poco. Bellissima e verissima frase che mi sento di sottoscrivere in pieno. Daltronde gli scout sanno bene che con piccoli gesti (la buona azione) si può cambiare il mondo e che solo educando i singoli si può cambiare una società.
    Mi pare che quelal del Clan sia stata un’esperienza non solo molto bella, ma soprattutto molto utile e “giusta” e credo contribuirà molto alla formazione dei ragazzi del clan come “cittadini” coscienti, scrupolosi e responsabili.

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