Un lavoro libero e solidale: il progetto “Liberi di integrarsi” della diocesi di Faenza

Tratto da Il Piccolo – venerdì 15 marzo 2019

Dalla cucina alle pulizie, l’integrazione che passa attraverso la concreta formazione lavorativa. Il progetto “Liberi di integrarsi”, per il quale si prevede una durata di tre anni, è nato nella diocesi di Faenza-Modigliana sulla scia della Campagna Cei “Liberi di partire, liberi di restare” ed è reso possibile proprio grazie ai fondi Cei, stanziati per dare attuazione operativa nelle diocesi. È frutto di un’intuizione del vescovo, mons. Mario Toso, che ha portato a un confronto tra la Caritas diocesana e le Pastorali Migranti e Missionaria. Il dialogo è stato subito allargato alla Fondazione Pro Solidarietate, ente gestore del progetto, e alle associazioni cattoliche impegnate da anni nell’accoglienza di richiedenti protezione internazionale e donne con fragilità: Ass. Farsi Prossimo, Ass. Comunità Papa Giovanni XXIII, Ass. Francesco Bandini, Ass. Amici Mondo Indiviso/ Ceis Arte. Per conoscere meglio questo progetto abbiamo intervistato Giorgia Sani, responsabile Servizio Civile Caritas diocesana di Faenza-Modigliana e Maddalena Guazzolini, coordinatrice dell’ufficio richiedenti asilo della Farsi Prossimo

Intervista a Giorgia Sani (Caritas)

In concreto, che tipo di attività verranno svolte in “Liberi di integrarsi”?

Considerando che lo scopo del progetto è quello di attuare strumenti efficaci per una maggiore integrazione dei richiedenti protezione internazionale che arrivano o risiedono nel nostro territorio, “Liberi di integrarsi” prevede, come attività principali, lo svolgimento di corsi di formazione che permettano, ai migranti coinvolti, di acquisire competenze professionali, per facilitare il loro inserimento nel mondo del lavoro. Si è deciso, almeno nella fase iniziale, di dare priorità alle donne, spesso vittime di tratta o di ‘trafficking’. Sono già partiti due corsi di formazione presso il Cefal di Faenza e le ragazze coinvolte sono, in totale, 14: otto di loro frequentano il corso di formazione tecnico-professionale per addetta alle pulizie, mentre le altre sei partecipano al corso di formazione tecnico-professionale per addetta alla produzione di pasta fresca. Entrambi i corsi prevedono una prima fase di formazione teorico pratica, della durata di 50 ore, e una seconda fase di inserimento in aziende (alla quale prenderanno parte solo dodici delle quattordici corsiste), attraverso l’attivazione di tirocini della durata di tre mesi.

Qual è il valore di questo progetto?

Il valore è dato sia dall’importanza di fornire degli strumenti efficaci all’integrazione lavorativa dei richiedenti asilo, a sostegno di percorsi volti all’autonomia, ma anche dalla bella collaborazione tra le realtà che operano insieme per il conseguimento degli obiettivi del progetto. La pastorale integrata, infatti, vuole rendere la nostra comunità ecclesiale in grado di entrare efficacemente in comunicazione con il contesto locale, in vista di un fecondo dialogo missionario. Questo è fondamentale, tanto più che l’accoglienza e l’integrazione di persone straniere all’interno della comunità locale è resa possibile solo dalla condivisione di responsabilità e partecipazione, per favorire la diffusione di una cultura dell’incontro e dell’apertura, contraria alla cultura del rifiuto e della paura. L’attenzione verso l’altro, solo se interpretata dai più e non solo dai pochi “professionisti della solidarietà”, offre a Faenza e a tutto il territorio della diocesi, l’occasione di divenire una credibile testimonianza cristiana e di territorio solidale. Abbiamo deciso di puntarci proprio perché il lavoro è uno strumento fondamentale per il raggiungimento dell’autonomia.

Intervista a Maddalena Guazzolini (Farsi Prossimo)

migranti faenza

Da quanto tempo ti occupi di accoglienza? Quali sono i punti di forza o di maggior criticità che hai riscontrato nei percorsi di integrazione?

La Farsi Prossimo (Associazione legata alla Caritas Diocesana) si occupa dei richiedenti asilo fin dai primissimi arrivi del 2011, con attività e relazioni con enti locali e territoriali che vanno sempre più strutturandosi fino alle convenzioni ultime con la Prefettura del 2015 e poi con Asp della Romagna Faentina e il Comune di Russi nel 2016. La Farsi Prossimo da sempre si impegna a rispettare le convenzioni e le richieste di accompagnamento legale e sanitario previsti dagli accordi amministrativi, ma soprattutto cerca di realizzare la missio Caritas di mettere la persona al centro del proprio lavoro.

Questa vocazione che realizziamo nel nostro lavoro, come operatori che quotidianamente affiancano i richiedenti asilo, si concretizza anche nei percorso di integrazione e inserimento sociale e lavorativo. Questi vedono al centro l’insegnamento della lingua italiana e l’orientamento ai servizi del territorio e alla ricerca lavoro/corsi professionalizzanti, fino a interfacciarci con le aziende del territorio dopo che i ragazzi/e hanno avuto i primi contatti. Il corso di italiano, che Caritas porta avanti con i volontari Farsi Prossimo, è strutturato in più livelli a seconda della padronanza della lingua scritta e orale e vede la partecipazione di volontari competenti e motivati a dare un futuro ai migranti, che a vario titolo accedono gratuitamente al corso. Integriamo a questo servizio anche servizi territoriali già esistenti come la scuola Penny Wirton e l’attività di teatro di strada del Teatro Due Mondi.

Le difficoltà in questi percorsi sono diverse e da parte di diversi soggetti. Nell’apprendimento della lingua italiana la motivazione è determinante e spesso i ragazzi/e richiedenti asilo che nella maggioranza hanno un passato di analfabetismo nella propria lingua, vanno ri-motivati e introdotti a un sistema che, per quanto soft, è un sistema scolastico. E’ comprensibile la difficoltà che può incontrare un adulto analfabeta che approccia una lingua scritta e orale, spesso lontana dai propri codici, e affronta per la prima volta le modalità scolastiche. Rispetto al lavoro è stato fondamentale spronare i ragazzi nella ricerca lavorativa e introdurli all’approccio e ai primi colloqui. In questo hanno giocato un ruolo importante i primi tirocini svolti nel settore agricolo e non solo, in quanto il mondo del lavoro dal quale provengono è totalmente diverso dal nostro. Ad esempio, acquisire competenze trasversali al mondo del lavoro (come richiedere un certificato medico che attesti la tua malattia e quindi andare dal dottore e inviarlo al datore del lavoro) è stato complesso, questo anche perché le persone che arrivano hanno esperienza del mercato del lavoro come schiavi (il migrante lavora per ripagare il debito del viaggio) o come lavoratori a cottimo. Un grosso lavoro è stato fatto anche con i coltivatori diretti o, in generale, con varie aziende, per sensibilizzare su quali risorse siano i ragazzi/e che abbiamo in accoglienza.

Qual è l’esperienza più bella e positiva che ricordi  negli ultimi anni?

Ricordo molte esperienze belle. Per esempio, B. arriva nel nostro paese dal Pakistan dopo aver attraversato diversi paesi quali, ad esempio, la Grecia. In questa sua esperienza lunga e faticosa , viene imprigionato per il solo motivo di non avere un documento di permanenza su uno stato che sta attraversando. Ci racconta una storia comune alle altre: figlio maggiore che deve sostenere la famiglia, ma anche perseguitato perché nel suo paese non condivideva convinzioni politiche di un movimento. Diplomato in informatica nel suo paese, lascia la famiglia e un lavoro già in essere. Dopo un anno padroneggia l’italiano scritto e orale e così salgono a 6 le lingue da B. conosciute. Riesce ad accedere a un corso di formazione in informatica che prevede un tirocinio. Tramite una nostra relazione positiva e l’impegno dimostrato, il datore di lavoro lo assume e, dopo l’ottenimento del documento per status di rifugiato, esce dall’accoglienza e al momento vive e lavora a Faenza.

A. arriva in Italia con la sua bambina di 7 anni. Scappa dal Mali e dal marito violento, lasciando la sua casa e altri 3 figli maschi. Questa pena che si porta dentro è anche un impegno a sostenerli a distanza. La sua permanenza nel sistema di accoglienza è presso una parrocchia del territorio. In questo modo, oltre ai servizi offerti, si crea una rete di volontari affezionati a madre e bimba. La signora totalmente analfabeta impara a masticare l’italiano, mentre la figlia inizia un percorso scolastico riuscito anche se con qualche difficoltà. All’ottenimento del documento madre e figlia sono in carico ai servizi sociali e stanno continuando un percorso di inserimento sociale: la signora ha trovato un tirocinio in una casa di accoglienza di anziani e speriamo si tramuti in un lavoro.

A. è nigeriana, giovane e determinata. In accoglienza con noi si dimostra capace e interessata ai percorsi sociali e di inserimento. Anche lei inizia un tirocinio che, però, al termine con si tramuta in un lavoro. Grazie a vari contatti di conoscenze di noi operatori, trova un lavoro per una ditta di pulizie. Ora vive a Ravenna, continua a lavorare per la stessa ditta per poche ore serali, cerca un lavoro diurno per integrare lo stipendio e continua ad andare a scuola di italiano in una parrocchia a Ravenna. Quando ci vediamo sorride e, in un italiano scorrevole, ci racconta di sé e ci dice che sta bene.

Samuele Marchi

Giornalista, sono nato a Faenza e dopo la laurea in Lettere all’Università di Bologna frequento il master in 'Sviluppo creativo e gestione delle attività culturali' dell’Università di Venezia/Scuola Holden. Ho collaborato con diverse testate locali e nazionali come Veneto Economia, Alto Adige Innovazione, Cortina Ski 2021, Il Piccolo, Faenza Web Tv. Ho partecipato all'organizzazione del congresso nazionale Aiga 2015 e del Padova Innovation Day. Nel 2016 ho pubblicato il libro “Un viaggio (e ritorno) nei Canti Orfici” (Carta Bianca editore) dedicato al poeta Dino Campana. Amo i cappelletti, tifo Lazio e, come facendo un puzzle, cerco di dare un senso alle cose che mi accadono attorno.

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