La belle Epoque di Nicolas Bedos

Spegniti, spegniti breve candela!

La vita non è che un’ombra vagante, un povero attore che avanza tronfio e smania la sua ora sul palco, e poi non se ne sa più nulla.

È un racconto fatto da un idiota, pieno di grida e furia, che non significa niente.

William Shakespeare (Macbeth)

 

Nella Francia dei giorni nostri, l’anziano fumettista Victor (Daniel Auteuil) e sua moglie Marianne (Fanny Ardant) stanno vivendo una terribile crisi di coppia che li porta alla rottura. Lei, insieme al figlio Maxime (coinvolto in un’ inquietante relazione edipica con la madre), è completamente immersa nell’industria tecnologica odierna. Streaming, download, like e dislike sono termini ormai entrati a far parte della sua quotidianità. Dorme con un visore di realtà virtuale per immaginare di essere da un’ altra parte del pianeta. E’ una donna moderna in tutto e per tutto, e rigetta ogni cosa che appartenga al passato. Ciò la rende in netta contrapposizione al marito, eterno nostalgico dei suoi anni migliori e ora esente d’ispirazione lavorativa ma ancora carico di sentimenti. Egli etichetta gli interessi della compagna come fasulli e non genuini, preferisce di gran lunga passare la sua esistenza avvolto nella lettura di vecchi romanzi e nel disegnare su carta il ritratto, non più tanto idilliaco, dei suoi cari. L’amore sembra cessato, il sentimento violentemente estinto, eppure Victor non si dà per vinto. Sente il bisogno di vivere emozioni forti, gli mancano le farfalle nello stomaco dei suoi primi appuntamenti romantici e, nonostante la non più giovane età, si sente ancora un ragazzino.

La belle Epoque ci mette in continuo dubbio su cosa sia reale e cosa fittizio

Grazie all’aiuto di un amico del figlio, il protagonista si ritrova in mano una grossa opportunità. Poter rivivere, tramite una compagnia pseudo teatrale molto pittoresca ed una ricostruzione fedele degli anni ’70 francesi, le stesse situazioni che gli hanno fatto conoscere a 25 anni l’amore della sua vita.
Come una specie di Truman show unito alla serie Westworld, il film ci mette in continuo dubbio su cosa sia reale e cosa sia fittizio. Gli attori pagati per inscenare le varie vicissitudini della vita di Victor sono persone fragili e con anch’essi grandi problemi relazionali.
Durante lo svolgimento della trama si avverte una forte empatia tra tutti i personaggi. Ognuno di essi è intrappolato in contesti amorosi fallimentari e a volte quasi malati, ma il commovente romanticismo di Victor sorprenderà tutti, spettatori compresi.
Appare come se la pellicola, tramite il suo protagonista, voglia mandare un consiglio spassionato alle giovani coppie di oggi. La tecnologia è sicuramente qualcosa di prezioso e va bisogna accolta pienamente per essere compresa, ma ciò non significa smettere di apprezzare bellezza di piccoli gesti come un incontro casuale in un bar di Lione o un amicizia nata casualmente tra due sconosciuti. Vere conversazioni con una vera volontà di conoscersi l’un l’altro. Con la faccia rivolta avanti a sé e non china sul cellulare. Valori forse non più attuali e appartenenti ad un’ altra epoca.

Il film di Bedos si basa su un concetto: la nostalgia.

La stessa nostalgia che da anni sta assillando l’industria cinematografica attuale, proponendo una quantità esagerata di remake e reboot che cercano di riproporre, con più o meno successo, lo spirito e le ambientazioni dei grandi successi del passato.
Il prodotto che ci viene propinato in questi ultimi tempi è fondamentalmente qualcosa di ricreato, la crisi delle idee che sta affliggendo Hollywood è palpabile ed estremamente problematica. Purtroppo la spontaneità di quelle storie non è una formula che si può riprodurre in provetta.
Soldi facili certamente, ma privi di una sincerità dovuta al non essere figli del loro tempo. Stiamo vivendo dei ricordi che non sono i nostri ma bensì quelli dei nostri padri. Ci stiamo appropriando di un’ era ormai finita senza esplorare nulla che possa essere effettivamente “nostro”. I mezzi sono notevolmente migliorati, ed anche le nostre menti sono mutate negli anni. Proprio per questo il lungometraggio ci dà un segnale molto forte: possiamo trovare confortante rintanarci nei ricordi del passato ma al contempo non dobbiamo temere d’ incamminarci, incuriositi e affamati di novità, verso il cammino inesplorato del futuro.

 

Alex Bonora.

Francesco Ghini

Vivo a Faenza e mi occupo di ricerca biomedica e comunicazione scientifica. Ho conseguito un dottorato di ricerca in Medicina Molecolare presso l'Istituto Oncologico Europeo di Milano e numerose partecipazioni a conferenze internazionali come speaker. Parallelamente, ho seguito come direttore artistico la realizzazione dell'evento Estate di San Martino a Piacenza (2012 e 2013) e ho maturato una forte esperienza nell'ambito della comunicazione e dello storytelling. Nel 2014 ho aperto Buonsenso@Faenza e da questa esperienza, nel 2018, è nata l'agenzia Buonsenso Comunicazione. Amo il teatro, i film di Cristopher Nolan, i passatelli e sono terribilmente curioso.

Un pensiero riguardo “La belle Epoque di Nicolas Bedos

  • 10 Dicembre 2019 in 13:44
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    Bravissimo, ottimo articolo, grande recensione! E azzeccatissime le riflessioni sulla situazione del cinema contemporaneo.

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