Giovani autori faentini, Jacopo Lorenzini: “L’elmo di Scipio”

In collaborazione con il settimanale Il Piccolo di Faenza, una nuova intervista ai giovani autori faentini e le loro ultime pubblicazioni. Jacopo Lorenzini, docente all’Università di Macerata, ha scritto il saggio storico “L’elmo di Scipio” (ed. Salerno) dedicato alle vite di tre ufficiali di epoca risorgimentale.

Intervista a Jacopo Lorenzini

elmo di scipio

Coma mai la scelta di raccontare il Risorgimento italiano tramite questi tre ufficiali? Cosa ti ha colpito delle loro vite?

In realtà il libro è nato per caso. Ero a Napoli a studiare i militari borbonici e le loro strategie di sopravvivenza al crollo del Regno delle Due Sicilie, e un giorno il mio caro amico Davide Grossi della Salerno Editrice mi chiese se mi andava di scrivere su quel tema qualcosa di diverso dal solito, legnoso articolo storico-accademico. Siccome sono sempre stato convinto che gli storici dovrebbero scrivere per tutti, e non solo per sé stessi, ho accettato con entusiasmo. Avevo appena finito di leggere un libro meraviglioso, Reazioni alla Rivoluzione Francesedi Richard Cobb, che fa un uso magistrale del metodo biografico per indagare un intero periodo storico. Allora mi sono detto: perché non provare a fare la stessa cosa con quei militari che furono protagonisti su fronti opposti della fase eroica del Risorgimento, e che dopo l’unità d’Italia dovettero imparare a vivere in una casa comune? A quel punto la scelta dei protagonisti è stata quasi naturale. Cesare Magnani Ricotti, novarese, era perfetto per raccontare il punto di vista del vecchio esercito piemontese, e dei giovani ufficiali come lui che lo trasformarono in Esercito Italiano. Salvatore Pianell, siciliano, poteva servire a fare la stessa cosa per l’esercito del Regno delle Due Sicilie. La vicenda di Enrico Cosenz infine, ufficiale  borbonico che nel 1848 diserta e diventa prima mazziniano e poi garibaldino, chiudeva il cerchio includendo nella storia tutta la variegata galassia del Risorgimento democratico.

Se mi chiedi cosa mi ha colpito delle loro vite, poi, la mia risposta è: tutto. Il Risorgimento italiano è uno dei fenomeni più assurdi, più improbabili della storia europea: il suo esito è frutto di una miriade di cause, ma anche di casualità, di imprevisti, di colpi di scena che lasciano a bocca aperta pure noi storici, abituati come siamo a spiegare tutto con metodo e razionalità. Nelle vite di chi l’ha attraversato dall’inizio alla fine c’è materiale per un centinaio di film, figuriamoci per un libro.

Come hai condotto le tue ricerche per realizzare questo volume? Quali sono state le tue fonti principali?

Quando ho deciso di utilizzare il metodo biografico, ho fatto anche un’altra scelta: siccome mi interessava prima di tutto comprendere le mentalità dei personaggi, e di libri sugli eventi del Risorgimento ce ne sono già una valanga, ho rinunciato ad utilizzare gli archivi istituzionali – quelli degli eserciti e dei ministeri, per intenderci. Mi sono invece concentrato sugli archivi privati, sulle memorie, sui diari e sulle lettere. Tutte fonti molto problematiche, perché riportano sempre punti di vista parziali, e nel caso delle memorie edite anche strumentali. Ma fonti utilissime se il tuo obiettivo è entrare nella testa di chi le scrisse. Tra l’altro, trovare quegli archivi è stata un’avventura: alcuni erano privati nel vero senso della parola, conservati in cassepanche e scatoloni nelle soffitte di lontani eredi dei personaggi dei quali mi stavo occupando. Prima o poi scriverò un libro sulle cose che possono capitarti quando vai a cercare carte vecchie di centocinquant’anni in giro per l’Italia, a casa di perfetti sconosciuti.

In un’intervista hai dichiarato “Il Risorgimento è ancora in grado di regalare emozioni forti”. Quali sono gli aspetti umani ed emotivi che ci colpiscono ancora oggi? Quali stereotipi sul Risorgimento aiuta a superare questo tuo lavoro? E cosa invece viene confermato appieno?

Considera che io non sono uno storico del Risorgimento: sono uno storico delle istituzioni, che ad un certo punto si è trovato a scrivere di Risorgimento. Tuttavia sono consapevole che il mio lavoro si inserisce in un contesto storiografico che deve fare i conti con le riletture cosiddette “alternative” del periodo Risorgimentale. Ve ne sono due filoni principali. Il più nutrito è quello cosiddetto neoborbonico, composto dai nostalgici veri e propri della monarchia borbonica, ma anche da coloro che leggono l’impresa dei Mille esclusivamente come un’operazione di annessione coloniale del Mezzogiorno al Piemonte sabaudo. Poi c’è un secondo filone, meno rumoroso ma forse ancora più diffuso nel pensiero comune: è quello lombardo-venetista, che rimpiange la presunta efficienza dell’amministrazione asburgica, o un federalismo eretto a totem, e finisce spesso per coincidere col leghismo politico. Sono letture che evidentemente appassionano e coinvolgono in maniera forte, oggi più che mai. Hanno a che fare entrambe con la crisi dello stato, della fiducia nelle istituzioni e nella memoria condivisa sulla quale si basa la comunità nazionale. E questi sono fenomeni del tempo presente con i quali, volenti o nolenti, ci troviamo a fare i conti ogni giorno.

Bene, credo che il mio libro si tenga ben lontano da entrambe queste posizioni “alternative” – alternative alla serietà del metodo storico, per quanto mi riguarda. Il che non vuol dire che io abbia scritto una pappetta agiografica su un Risorgimento tutto rose e fiori. Anzi. Basta fare una botta di conti, alla fine del libro, su quanti personaggi finiscano la propria parabola vitale chiusi in un feroce rancore, persi nella pazzia, o addirittura con un suicidio, per rendersi conto che il Risorgimento è stato un fenomeno storico che ha fatto morti e feriti non solo sui campi di battaglia, ma anche e soprattutto per il modo in cui si è sviluppato sia prima che dopo il 1860. E a volte, le ferite inferte all’entusiasmo e agli ideali sono state più crudeli di quelle subite dai corpi.

La questione risorgimentale in Italia: la memoria collettiva di oggi

C’è secondo te una memoria collettiva un po’ debole con la quale oggi si ricorda il Risorgimento? Sia a livello di quanto trasmettono le celebrazioni ufficiali sia a livello di istruzione scolastica che mette per es. in secondo piano il Risorgimento ad altri periodi della storia nazionale come il Fascismo, la II Guerra Mondiale e la Resistenza?

È vero che attorno al Risorgimento c’è in Italia un grosso problema di memoria pubblica. In caso contrario, non si spiegherebbe il successo di quelle iniziative politiche e culturali che ne invocano una rilettura radicale e strumentale delle quali abbiamo parlato prima. Credo però che questo problema abbia a che fare con una più generale difficoltà degli italiani a fare i conti con la propria storia. Tu citi il fascismo, le guerre mondiali e la Resistenza. A me pare che la memoria pubblica di quei periodi sia ancora più lacerata di quanto non lo sia quella risorgimentale. Aggiungici il fatto che a scuola, dati i tempi sempre più ristretti riservati alla storia, sia molto più facile saltare il Novecento, specie la sua seconda metà, che l’Ottocento, e la frittata è completa. La vera questione, per come la vedo io, è che anche per questi motivi si è persa la consapevolezza che il Risorgimento non è storia antica, ma è strettamente connnesso con la nostra contemporaneità. Tutte le tradizioni politiche dell’Italia repubblicana, per esempio, nascono là, e là nascono anche le faglie tra Settentrione e Meridione, tra città e campagna, tra élite e popolo che appassionano tutti i politologi del nostro tempo.

Quali saranno i tuoi prossimi lavori?

Già da un anno sto lavorando all’Università di Macerata con il prof. Angelo Ventrone, uno dei più grandi esperti italiani di totalitarismi e movimenti politico-culturali del Novecento. Ho quindi spostato in avanti di un centinaio di anni la mia linea del tempo, e molto probabilmente il mio prossimo lavoro sarà incentrato sulla mentalità dei militari italiani nel secondo dopoguerra, nel passaggio dalla monarchia e dal fascismo, e quindi da una concezione autoritaria se non totalitaria dello stato, alla Repubblica e alla democrazia dei partiti. Con tutto ciò che ne consegue in termini di adattamento ad un universo valoriale, simbolico e politico-sociale del tutto nuovo, e per molti militari conservatori certamente spaventoso. È una sfida che mi intriga, vedremo cosa ne verrà fuori.

Un libro che consigli per le letture natalizie? 

Siccome siamo conterranei di Dino Campana, La notte della cometa di Sebastiano Vassalli: un perfetto esempio di come si possa narrare la Storia con l’animo e gli strumenti della poesia.

Samuele Marchi

Giornalista, sono nato a Faenza e dopo la laurea in Lettere all’Università di Bologna frequento il master in 'Sviluppo creativo e gestione delle attività culturali' dell’Università di Venezia/Scuola Holden. Ho collaborato con diverse testate locali e nazionali come Veneto Economia, Alto Adige Innovazione, Cortina Ski 2021, Il Piccolo, Faenza Web Tv. Ho partecipato all'organizzazione del congresso nazionale Aiga 2015 e del Padova Innovation Day. Nel 2016 ho pubblicato il libro “Un viaggio (e ritorno) nei Canti Orfici” (Carta Bianca editore) dedicato al poeta Dino Campana. Amo i cappelletti, tifo Lazio e, come facendo un puzzle, cerco di dare un senso alle cose che mi accadono attorno.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.