Il 16 settembre il Mcz apre le porte al pubblico per il workshop di Giorgio Di Palma

Si tiene al Museo Carlo Zauli di Faenza il quinto appuntamento formativo in collaborazione con Aicc Associazione Italiana Città delle Ceramiche su progetti contemporanei e inediti pensati per i ceramisti, in particolare rivolti ai residenti delle Città della Ceramica, tenuto da Giorgio Di Palma. I laboratori che furono di Carlo Zauli, dal 2002 sono teatro di sperimentazioni ceramiche promosse dal museo a lui intitolato attraverso residenze con artisti contemporanei internazionali, e rappresentano il luogo ideale e naturale sul territorio per creare incontri ed esperienze, generare idee innovative, approfondire temi attuali legati al mestiere del ceramista. Dopo i workshop con Paolo Polloniato, Silvia Celeste Calcagno, Francesco Simeti e Chiara Camoni il nuovo protagonista del progetto è Giorgio Di Palma, artista di Grottagli che guida i 15 partecipanti in un viaggio fra gli oggetti inutili del laboratorio di Carlo Zauli, mantenendo sempre viva una visione della ceramica che tiene insieme il fare con il pensare, superando le divisioni fra arte, artigianato e design. La sera di lunedì 16 settembre il laboratorio apre al pubblico, dalle ore 21, per mostrare i lavori realizzati nei tre giorni, oltre a una selezione di opere di Giorgio Di Palma, che nell’occasione presenterà anche il suo ultimo libro “29 Giorni – Fuping”, diario che documenta attraverso immagini, testi e disegni la sua residenza artistica nel Ceramic Art Village di Fuping, in Cina.

Chi è Giorgio di Palma

Giorgio di Palma è nato a Grottaglie (Taranto) nel 1981. Dopo il diploma al liceo scientifico e la laurea in archeologia ha trascorso diversi anni all’estero (Ungheria, Portogallo, Germania) lavorando come tecnico informatico e come volontario in diversi progetti comunitari. Nel 2010 decide di tornare a Grottaglie e di aprire un laboratorio di ceramica, favorito dall’esperienza del padre, professore di disegno e titolare di uno studio d’arte. Non aver frequentato istituti d’arte e accademie ha permesso sin da subito a Giorgio di sviluppare uno stile unico e originale. Le sue ceramiche di cui non c’era bisogno sono riproduzioni di oggetti di uso quotidiano, in dimensioni reali, prive di funzionalità ma cariche di significati estetici e concettuali. Sono la protesta contro il consumismo sfrenato della società contemporanea, dove ciò che oggi è considerato necessario è destinato a diventare superfluo domani. Con la ceramica Giorgio si diverte a trasformare l’inutile in eterno e a immortale gli attimi. Gli altorilievi sono istantanee di melanconici momenti osservati attraverso gli occhi di animali fantastici. I loro sguardi rivelano sentimenti ignorati dall’uomo moderno, perso quotidianamente nell’inseguimento della fretta. Nel 2017 l’Icmea (international ceramic magazine editors association) lo ha premiato come uno dei migliori ceramisti emergenti al mondo. Le sue opere sono esposte in diversi musei e collezioni pubbliche e private in Italia, Europa, Asia e America. Ha partecipato a numerose residenze d’artista, realizzato video e pubblicato libri che le raccontano. Dal 2015 ha iniziato una proficua collaborazione con il fotografo Dario Miale, con il progetto Sano/Sano, documentazione foto-ceramica in chiave ironica della realtà.

“Faenzanaro è il termine dialettale con cui indichiamo colui che fa maioliche in stile faentino”

Ecco come l’artista spiega il suo lavoro e il progetto: «Sono nato a Grottaglie città della provincia di Taranto dall’antica produzione ceramica. In questo centro la ceramica si è sviluppata a partire dal Medioevo soprattutto per rispondere a necessità e bisogni di natura alimentare. I Capasoni (grandi contenitori destinati a contenere olio e vino) e tanto altro partivano da Grottaglie e arrivavano fino alla Turchia e la Grecia. L’introduzione della latta e della plastica, a partire dagli anni Sessanta, ha segnato l’inizio di una grande crisi nel settore. In quegli anni numerose botteghe del quartiere delle ceramiche di Grottaglie hanno dovuto reinventarsi, cercando di abbandonare il pop (inteso davvero come popolare), per diventare decorative, ornamentali. Il termine dialettale capasanuro (colui che realizzava i capasoni) iniziò a essere contrapposto in maniera quasi offensiva a quello di Faenzaro (colui che faceva maioliche in stile faentino). Quando mi è stato chiesto di tenere un workshop al Museo Carlo Zauli di Faenza ho pensato seriamente di rifiutare. Non perché non mi interessasse, ma perché non mi ritengo un Maestro della ceramica. Non mi sento un Faenzaro (non so decorare) e nemmeno un capasonaro (non riesco a lavorare bene al tornio). Eppure la mia produzione è considerata una delle più belle realtà pop italiane…. e questa cosa mi piace un sacco. Perché mi sono preso una rivincita soprattutto nei confronti di materiali come la plastica e la latta. Ed è per questo che ho deciso di accettare la richiesta del workshop. Perché se al mio seguito nessun partecipante diventerà mai un faenzaro o capasonaro, insieme a me proverà a spostare l’attenzione sull’inutile. All’interno del museo ci faremo ispirare non da pezzi d’arte, ma da pezzi “inutili” ma ricchi di storia. Li riprodurremo in ceramica e vedremo che ne esce…».

 

Samuele Marchi

Giornalista, sono nato a Faenza e dopo la laurea in Lettere all’Università di Bologna frequento il master in 'Sviluppo creativo e gestione delle attività culturali' dell’Università di Venezia/Scuola Holden. Ho collaborato con diverse testate locali e nazionali come Veneto Economia, Alto Adige Innovazione, Cortina Ski 2021, Il Piccolo, Faenza Web Tv. Ho partecipato all'organizzazione del congresso nazionale Aiga 2015 e del Padova Innovation Day. Nel 2016 ho pubblicato il libro “Un viaggio (e ritorno) nei Canti Orfici” (Carta Bianca editore) dedicato al poeta Dino Campana. Amo i cappelletti, tifo Lazio e, come facendo un puzzle, cerco di dare un senso alle cose che mi accadono attorno.

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