Gabriele Albonetti racconta il libro “Le epidemie nella storia di Faenza”

A inizio giugno sarà in libreria “Le epidemie nella storia di Faenza: oro, fuoco e forca dalla Peste Antonina al Coronavirus” edito da Il Ponte Vecchio e realizzato a quattro mani da Gabriele Albonetti e Mattia Randi. Il libro propone una passeggiata attraverso due millenni di storia di Faenza, con frequenti finestre sul mondo, l’Italia e la Romagna, per raccontare delle “altre volte” in cui i nostri antenati si sono trovati drammaticamente a fare i conti con epidemie e pestilenze, devastanti per la vita individuale e collettiva e per lo spirito pubblico. Il ricavato degli autori sarà devoluto alla Pubblica Assistenza Città di Faenza.

Giovedì 28 maggio 2020 il ricercatore storico Mattia Randi presenterà il libro al circolo Arci Prometeo tramite un collegamento streaming  che sarà visualizzatile sulla pagina fb dell’associazione Prometeo. In questa intervista, invece, ascoltiamo Gabriele Albonetti, presidente della Provincia di Ravenna per otto anni e parlamentare per tre legislature. Per Il Ponte Vecchio ha pubblicato L’acqua e le rose, storia di Veniero Lombardi sindaco di Faenza negli anni ’70; e ha curato il libro Storia di Faenza assieme a giovani ricercatori locali tra cui lo stesso Mattia Randi.

Intervista a Gabriele Albonetti, coautore di Le epidemie nella storia di Faenza

Nel volume ripercorrete la storia di Faenza dalla Peste Antonina al Coronavirus. In tutti questi secoli, quali sono le similarità e differenze principali con le quali gli uomini si sono approcciati a queste epidemie?

Ciò che è progressivamente cambiato nel corso dei secoli è la capacità della scienza medica di affrontare in modo confacente sia la diagnosi delle malattie sia la profilassi adeguata, questo soprattutto negli ultimi due secoli, con l’isolamento dei vari virus e l’individuazione dei batteri responsabili dei diversi morbi, che hanno funestato la storia dell’umanità, e la realizzazione dei vaccini, da quello per il vaiolo alla fine del ‘700, a quelli per la rabbia e il tifo (fine ‘800), a quelli infine per il morbillo e la poliomielite nel secondo dopoguerra del ‘900, con una accelerazione nelle cure negli ultimi 70/80 anni dopo la scoperta della penicillina e degli altri antibiotici. Quando nel 1348 o nel 1630 la peste arrivò in Europa e anche in Italia, il grado di sviluppo della medicina era ancora relativamente arretrato e, nonostante gli sforzi di comprensione delle malattie e delle loro cause, l’efficacia delle cure mediche era poco sopra il livello delle pratiche sperimentali e della somministrazione di pozioni e intrugli.
Si era però intuito abbastanza presto che molte epidemie si diffondevano per contagio, cosicché si iniziò a sperimentare già nell’Alto Medioevo una terapia preventiva e precauzionale: l’isolamento dei lebbrosi dentro i lazzaretti (ce n’erano due anche a Faenza e di uno si conservano ancora le strutture nella via Emilia verso Forlì dove esiste tuttora la Chiesa di San Lazzaro), e nel 1300 le “quarantene” e l’isolamento degli appestati, che Venezia adottò per prima. Ciò che invece è restato immutato è l’insicurezza dell’animo umano. La psicosi, l’angoscia, la paura della malattia e della morte e il conseguente bisogno, di fronte a un destino che sembra infausto di invocare la protezione e l’intervento risolutivo del divino. Per Faenza in particolare della Madonna delle Grazie la cui intercessione, narrano le cronache, liberò la città dalla peste nel 1410.

“Nel corso dei secoli le reazioni delle società umane sono rimaste immutate”

Nell’affrontare questa nuova ricerca, ci sono dei pregiudizi che avevi su questo tema e che sono venuti meno?

No. Mi si sono confermate le idee che mi ero fatto sull’argomento a seguito di studi storici precedenti: in particolare che possono cambiare e migliorare anche molto le capacità di previsione e di intervento delle autorità politiche e scientifiche, ma le reazioni delle società umane restano le stesse. Se poi, come è già accaduto altre volte, anche le autorità di governo e gli scienziati non sono concordi nell’approccio da avere verso una pandemia, il disorientamento degli uomini, siano essi sudditi come in passato, o cittadini liberi come oggi, cresce e produce ribellione e sfiducia.

C’è una specificità di Faenza rispetto le altre città romagnole su questo tema?

Non particolarmente. Anzi possiamo proprio dire che studiare la storia delle epidemie a Faenza è un po’ come studiarla in tutta la Romagna. Tranne un caso, molto noto, che divise in due parti la Romagna stessa: la famosa Peste “Manzoniana” del 1630, chiamata così per il fatto che il Manzoni, ne I Promessi Sposi, la descrive con minuzia di particolari per Milano. In quel frangente – come raccontiamo nel libro – un commissario, mons. Gaspare Mattei, mandato dal Papa Urbano VIII con pieni poteri nelle legazioni ponti:icie per fermare la peste che veniva dal nord, si attestò a Faenza e, prendendo misure durissime (molto più di quelle che abbiamo vissuto in questi mesi), salvò la città e tutte quelle della Romagna orientale (Forlì, Cesena, Rimini e Ravenna) dalla pestilenza, mentre non giunse in tempo per impedire che tutte le città di là dal Senio fossero duramente colpite (Imola ebbe oltre 1.300 morti e Lugo 1.650. Ma anche Bagnacavallo, pur essendo di qua dal Senio, non si salvò. In quell’occasione dunque la Romagna si spaccò in due come una mela.

La Peste Nera del 1348 ha segnato un’epoca

C’è un’epidemia che secondo te, più di altre, ha segnato uno spartiacque nella nostra città? Perché?

Il pensiero corre facilmente alla cosiddetta Peste Nera del 1348, quella che fa da sfondo al Decameròn del Boccaccio, che in Europa falcidiò tra un quarto e un terzo della popolazione che allora era di circa 80 milioni. A Faenza, secondo molti storici dell’epoca e di quelle successive, avrebbe colpito due terzi della popolazione e pochissimi di loro si salvarono. Se calcoliamo che la città contava allora circa 15mila abitanti, significa che 8-10 mila di loro ci lasciarono le penne. Venticinque anni dopo Faenza aveva poco più di 7mila abitanti. Comunque anche il colera del 1855, in tempi mutati, fece in città le sue 821 vittime, con una percentuale rispetto ai contagiati (66%) che fu la più alta in Romagna.

Il ricavato degli autori sarà devoluto alla Pubblica Assistenza di Faenza

Come è nata la collaborazione che porterà a devolvere i fondi del libro alla Pubblica Assistenza di Faenza?

Quando Mattia e io, nelle prime settimane di marzo, ci siamo sentiti per questo progetto editoriale, eravamo all’inizio di una quarantena che le nostre generazioni non avevano mai sperimentato. I nostri padri e nonni avevano vissuto la guerra, i bombardamenti e il coprifuoco; qualche nonno fra i più anziani aveva sentito parlare dell’influenza “spagnola” del 1918 (che per inciso a Faenza fece 600 morti), ma per noi era un’esperienza inedita che creava insicurezza e panico. Sentivamo anche il bisogno di relativizzarla andando a vedere che cosa era successo le “altre volte” che la città aveva vissuto un’epidemia, soprattutto per farci e fare coraggio. Le biblioteche e gli archivi erano chiusi e quindi abbiamo dovuto fare con quello che i nostri studi ci consentivano, con quello che avevamo in casa di libri e documenti e con quello, e non è poco, che si trova su internet, dove negli ultimi tempi è stato digitalizzato parecchio patrimonio librario.

Su cosa avete lavorato principalmente? 

C’è un ponderoso volume di Antonio Ferlini, del 1990, che fu autorevole infettivologo all’ospedale di Faenza, che oggi è quasi introvabile e che ci è stato di molto aiuto, guidandoci nell’evoluzione delle epidemie e della scienza medica attraverso i secoli nella nostra città. Ci sono molti altri autori che si sono esercitati su questi argomenti e che ci hanno aperto degli scenari e delle opportunità nuove, ma devo confessare che non eravamo affatto sicuri di riuscire a realizzare questo Instant Book nell’arco di un mese e mezzo, come ci eravamo ripromessi. Oggi possiamo dire che ci siamo riusciti ed è venuto fuori anche un buon risultato, un libro agile e scorrevole che può aiutare i nostri lettori a capire meglio in che frangente ci troviamo, e ad acquisire un approccio più saggio e maturo. Era fin dall’inizio di questa avventura nostra intenzione devolvere gli introiti dei diritti d’autore in beneficenza: il fatto di avere lì degli amici, ci ha indotto a orientarci per un piccolo sostegno ai volontari della Pubblica Assistenza faentina. Ringrazio anche l’editore Il Ponte Vecchio per aver fin da subito sposato questo progetto editoriale: il libro sarà nelle librerie agli inizi di giugno.

Gabriele Albonetti: “Ne usciremo migliori? La storia passata ci dice che quasi mai il dopo è stato meglio del prima”

È impossibile, e non potrebbe essere diversamente, per uno storico prevedere il futuro. Quali sono state però nella storia le costanti che hanno caratterizzato il post-epidemia? Ci possono insegnare qualcosa (o quantomeno, ci indicano cosa dobbiamo evitare)?

Nell’ultima parte del libro ci siamo interrogati proprio su questo e ci siamo posti la fatidica domanda: ne usciremo migliori? La storia delle altre volte non ci conforta. Le grandi epidemie hanno sempre rappresentato delle profonde cesure nel corso della storia umana, ma quasi mai il dopo è stato meglio del prima, caso mai è stato diverso, aprendo talvolta nuovi corsi storici, come accadde dopo la peste del Trecento in Italia, dove venne accelerata la transizione dal sistema feudale a un sistema economico e politico di Signorie cittadine e di Stati territoriali che determinarono l’accumulazione di potenza e di ricchezza che portò al Rinascimento. Ma la gente non smise di ammazzarsi, odiarsi, aggredirsi e mettersi i piedi sul collo: lo fece con metodi più sofisticati e progrediti. Anche stavolta quello che sta accadendo indebolisce la precedente struttura economica e sociale e accelera una transizione che era già in atto, alla quale stavamo rispondendo nel modo sbagliato, rispolverando frontiere, alzando muri e diffondendo barbarie. Il virus, un esserino che non possiamo neanche definire vivente, ha messo a nudo tutta la fragilità delle nostre trovate e ci ha detto che, come lui, nascosti nelle altre specie animali, ce ne sono milioni, che in qualunque momento possono venire a invadere le nostre sicurezze e non c’è frontiera o muro che li possa fermare. C’è solo la solidarietà umana e la collaborazione, economica, sociale e scientifica, fra tutte le nazioni, che possono favorire la vittoria dell’umanità sulle tante pericolose minacce che incombono sulla nostra testa. Se, dopo quest’esperienza, faremo finta di niente e ricominceremo come prima, vuol dire che non avremo imparato nulla.

Samuele Marchi

Giornalista, sono nato a Faenza e dopo la laurea in Lettere all’Università di Bologna frequento il master in 'Sviluppo creativo e gestione delle attività culturali' dell’Università di Venezia/Scuola Holden. Ho collaborato con diverse testate locali e nazionali come Veneto Economia, Alto Adige Innovazione, Cortina Ski 2021, Il Piccolo, Faenza Web Tv. Ho partecipato all'organizzazione del congresso nazionale Aiga 2015 e del Padova Innovation Day. Nel 2016 ho pubblicato il libro “Un viaggio (e ritorno) nei Canti Orfici” (Carta Bianca editore) dedicato al poeta Dino Campana. Amo i cappelletti, tifo Lazio e, come facendo un puzzle, cerco di dare un senso alle cose che mi accadono attorno.

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