Didattica a distanza: il punto con la prof.ssa Patrizia Selleri, docente di Psicologia a Bologna

Da un po’ di tempo le video call hanno ripreso posto nelle giornate di molti di noi. Connessioni deboli, microfoni spenti, condivisione di schermi. Tutto questo tra le mura scolastiche prende il nome di “Dad”: didattica a distanza. Si tratta di un sistema che si sostituisce alla scuola, non la affianca. Ma che cosa comporta realmente in studenti, docenti, genitori? Ne parliamo con la prof.ssa Patrizia Selleri, docente di Psicologia dello Sviluppo presso l’Università di Bologna.

Intervista a Patrizia Selleri

Una delle cose più evidenti della didattica a distanza è la perdita del ruolo della socialità. Che cosa comporta l’assenza del gruppo classe negli studenti delle scuole superiori?

Per prima cosa bisogna precisare che il gruppo classe non esiste senza il lavoro quotidiano di interazione, di dialogo tra insegnanti e alunni. E poi le classi sono divise per età. Quando si parla di studenti delle scuole superiori ci si riferisce a ragazzi che hanno una fascia d’età compresa tra i 14 e i 19 anni e quindi gli effetti su di loro saranno diversi. Ad esempio, su uno studente del primo anno che inizia a costruire il proprio gruppo d’amici la distanza interferisce con questo processo di socializzazione che dovrà essere ricostruito l’anno successivo. Diverso è il discorso per gli studenti dell’ultimo anno. In quinta chi ha imparato bene il mestiere di studente e sa studiare, da solo sfrutta la didattica a distanza per avere più tempo a disposizione per i propri interessi, facendo anche a meno del gruppo classe, visto che ha già costruito una propria rete amicale anche all’esterno della scuola. Un altro elemento da tenere in considerazione è il tipo di scuola frequentata. È chiaro che lo studente abituato a studiare, ad approfondire e fare domande, continuerà, almeno in parte, a farlo anche a distanza. Invece lo studente che costruisce più lentamente le proprie capacità, ha meno consapevolezza di non aver capito e quindi ha ancor più bisogno di un adulto in presenza che si accorga di quando qualcosa non è stato compreso.Ad ogni modo, l’insegnante non può immaginar di fare online le stesse cose che faceva in presenza.

Si parla molto di deficit di attenzione quando si fa didattica a distanza. Che cosa significa?

Non è corretto parlare di deficit, si tratta piuttosto di un calo di attenzione. Il computer nel seguire le videolezioni distrae moltissimo, il cellulare ancora di più. Pongo però una questione: siamo sicuri che in classe il ragazzo non abbia ugualmente cali di attenzione? Magari proprio messaggiando al cellulare?

Questo per quanto riguarda gli studenti. Spostandoci invece sugli adulti: il fatto che consigli di classe e i ricevimenti dei genitori si svolgano online che cosa comporta?

Certamente le riunioni a distanza sono molto più lente e hanno modalità di presa di parola più rigide, quindi la discussione non è così argomentata come può essere in presenza. Un collegio docenti che in presenza durerebbe 3 ore, online durerà probabilmente molto di più. Questo rallenta ovviamente il lavoro degli insegnanti e rende più formali anche gli incontri con i genitori.

Quali possono essere secondo lei soluzioni concrete da attuare in questo periodo di emergenza che purtroppo sembra protrarsi?

Temo che finché saremo in emergenza non ci sarà alternativa alla didattica a distanza, se non per i più piccoli che hanno più bisogno di socialità. Penso però che dopo quasi un anno di esperienza si possano trovare strategie migliori di quelle del febbraio scorso. Faccio un esempio: uno dei grandi problemi di studenti e insegnanti in didattica a distanza è quello della valutazione.
Che i ragazzini copino non è una novità. Questo mette in evidenza un limite proprio della scuola: molte prove sono nozionistiche e non prove di ragionamento e coinvolgimento. Chiedere “chi era Manzoni?” presuppone una risposta nozionistica, che si copia facilmente. Chiedere “perché studiare ancora Manzoni?” mette in gioco il ragionamento del ragazzo.

In una prospettiva futura, quale dovrebbe essere la posizione delle scuole verso il lavoro psicologico?

Intanto preciso che un’apertura c’è stata in quanto di recente è stato fissato un bando per psicologi nelle scuole, ma non in termini di supporto al singolo, bensì di sostegno al disagio. L’obiettivo è quello di essere coerenti con i processi di sviluppo dei ragazzi tenendo conto delle difficoltà che fanno parte della crescita. Spesso si dimentica che è lo sviluppo a produrre nella mente degli studenti delle operazioni cognitive elaborate più complesse: è inutile insistere su temi e contenuti se non si è dato il tempo ai ragazzi di crescere. Ecco allora perché è utile un lavoro sinergico: lo psicologo può aiutare l’insegnante a tenere insieme apprendimento e sviluppo. Occorre cambiare prospettiva: i ragazzi sono cambiati. Oggi non vanno a scuola per acquisire nozioni, vanno a scuola per ragionare.

Sono cambiati i ragazzi ma sono cambiate anche le loro famiglie. Si tende a dire, soprattutto recentemente che dove non arriva la famiglia deve arrivare la scuola. È giusto?

In un’ottica di cambiamento sono cambiati i ragazzi, sono cambiate le loro famiglie, ma è cambiata poco la scuola.
Forse bisognerebbe interrogarsi proprio su questo. Spesso c’è discrepanza tra le attese degli insegnanti e gli individui che hanno davanti. Il nostro sistema scolastico è centrato sull’uguaglianza, ma i ragazzi sono tutti diversi e da qui si potrebbe ripartire riflettendo sulla scuola che servirà alle prossime generazioni.

A cura di Letizia di Deco

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