Intervista ad Andrea Scanzi: a Faenza debutta “Eroi”, i grandi sportivi del passato

Storie di uomini, di grandi sportivi che hanno lasciato un segno indelebile nella cultura popolare. Storie di etica, di redenzione, di dissipazione. Storie di Eroi. Racconti di uomini che abbiamo applaudito, osannato, ma anche criticato e abbandonato nella solitudine. Andrea Scanzi martedì 17 ottobre torna a Faenza per il debutto del suo nuovo spettacolo “Eroi. Storie emblematiche di sport”: un monologo modulabile, dove si alternano storie di grandi sportivi del passato. Andrea Scanzi racconterà una carrellata di campioni ognuno a suo modo eccezionale. L’agonia del Pirata Pantani. L’ostinazione di Yuri Chechi. La rivoluzione di Nadia Comaneci. Il sogno di Gilles Villeneuve, costi quel che costi. Lo scatto proletario di Pietro Mennea. La grandezza di Muhammad Ali. L’autore toscano torna nella città manfreda dopo quattro anni e tanti spettacoli alle spalle, presentando al pubblico una serie di racconti che si intrecciano in modo indissolubile con la biografia e le due più grandi passioni del narratore: la musica e lo sport.

Parlami dello spettacolo che martedì debutterà a Faenza: “Eroi. Storie emblematiche di sport”. Come si svilupperà il monologo e da dove nasce l’idea di raccontare queste icone?

“Si può dire che sarà uno spettacolo modulabile, un po’ come una scaletta di un concerto: non è detto che Springsteen ai suoi concerti proponga tutte le volte le stesse canzoni, ogni concerto è differente. Così durante il mio spettacolo racconterò otto o nove storie, cinque saranno fisse mentre le altre le sceglierò in base a mie idee personali e in base alla città che ospiterà lo spettacolo. Magari se fossi a Roma mi soffermerei a parlare di personaggi romani etc. Mi piace l’idea che fosse modulabile, con un filo conduttore che guida lo spettacolo. L’idea mi è venuta grazie all’esperienza da presentatore a Futbol su La7. Durante la trasmissione facevo molti monologhi e ho notato che al pubblico piacevano, così ho capito che quella formula funzionava. Ma il motivo più personale è che io, che sono diventato famoso parlando di politica, in realtà vengo dal mondo del giornalismo sportivo e musicale. Ho iniziato a scrivere venti anni fa parlando di musica e sport, il primo libro a cui collaborai in maniera decisiva fu l’autobiografia ufficiale di Roberto Baggio, e ho anche scritto un libro su Van Basten. Pe me parlare di sport è come tornare alle origini. Ogni storia avrà poi la sua musica di accompagnamento: così ho messo assieme due passioni che ho da sempre, due grandi amori.”

Andrea Scanzi: “Difficile parlare di eroi nel calcio moderno. Baggio è stato uno degli ultimi ad avere una connotazione etica nel calcio”

Nel calcio si può parlare ancora di eroi in un’epoca dove i giocatori cambiano maglia facilmente, seguendo la scia del denaro più che l’attaccamento alla maglia?

“E molto difficile parlare di eroi nel calcio moderno. Lo dimostra il fatto che parlerò di personaggi che hanno smesso di giocare minimo venti anni fa. Prima non a caso ho citato Baggio: lui è stato uno degli ultimi ad avere una connotazione etica nel calcio. Anche se i soldi gli piacevano e le squadre le cambiava, ha sempre avuto una sorta di dimensione etica, anche per gli infortuni e gli alti e bassi che lo hanno accompagnato durante la carriera. Dopo di lui faccio fatica a dirti il nome di un personaggio del mondo del calcio che abbia una connotazione etica. Certo, puoi parlare di Buffon ad esempio, ma anche raccontando in passato un grande come Cristiano Ronaldo più che altro ne sottolineavo la sua freddezza: a trovare una vera leggenda fai fatica. Uno dei monologhi che mi venne meglio è quello di Zola, tenero e sfortunato, grande talento e grandi sconfitte. Funzionò perché posi l’accento sulla drammatica espulsione a USA ‘94 durante Italia Nigeria. Dopo andammo avanti grazie ai goal di Baggio. Ti cito Zola, ma pochi altri. Un monologo su Bonucci o Perišić anche no, puoi fartelo da solo.”

L’esultanza di Roberto Baggio dopo il rigore del 2-1, in Italia-Nigeria ad Usa ’94.

Nello sport di oggigiorno chi sono i veri eroi?

“Alcuni si trovano ma è sempre più faticoso. Di solito li trovi tra i campioni di sport non ancora così “televisivi”, poco incontaminati. Io nello spettacolo racconto gente che ha già smesso o se ne è andato nel passato, ma un barlume di etica si trova. Ad esempio nel motomondiale qualcosa c’è. Pensa a Simoncelli, ma anche a Rossi che arriva terzo dopo essersi fratturato il perone; pensa alla Formula 1 fino a venti anni fa, ai grandi piloti. Hamilton è certamente un fenomeno, ma dire che è un trascinatore di masse, forse no. Anche nel tennis qualcosa si vede ancora. Per esempio la lotta tra Nadal e Federer è qualcosa che rimarrà nel tempo. Un mese fa sono stato in America e sono andato nel Kentucky per visitare la casa di Muhammad Ali e omaggiarlo al cimitero. E’ chiaro che quando hai davanti un personaggio così importante, che dice “no” al Vietnam e il resto, è difficile fare dei paragoni con i campioni dei giorni d’oggi.”

Cassius Clay aka Muhammad Ali in una foto storica assieme ai Beatles.

Non so se conosci la storia di Bruno Neri, calciatore e partigiano faentino, a cui la città ha dedicato lo stadio comunale. E’ famoso anche per non aver fatto il saluto romano all’inaugurazione dello stadio fiorentino “Giovanni Berta” – l’attuale stadio “Artemio Franchi: fu l’unico a non rendere omaggio alle autorità con il saluto romano…

“Purtroppo no, a quanto mi dici è uno degli ultimi che ha fatto valere le sue idee politiche. Sono personaggi che hanno avuto coraggio. Uno degli ultimi in questo senso è Rivera, di certo non un sovversivo, politicamente democristiano, ma era uno che si esponeva – è stato anche deputato. Un altro è Sarri, ricordo quando allenava in provincia venti anni fa e lo intervistavo: era un pazzo scatenato e sanguigno, fumava molto, uomo di cultura, grande lettore e ipercomunista. Capivi che era un personaggio con una bella storia alle spalle. Tra l’altro si dice che una mia intervista a Sarri gli costò il posto da allenatore del Milan. A quanto pare Berlusconi, già non convinto di Sarri, confermò ulteriormente la sua scelta di non ingaggiarlo anche per via di quest’intervista che gli feci, nella quale si esplicitava la sua stima per Landini.”

Bruno Neri (terzo da sinistra) si rifiuta di fare il saluto romano in occasione dell’inaugurazione del nuovo stadio “Giovanni Berta”.

“A Faenza parlerò anche di Pantani. Gli volevo bene, l’ho amato totalmente come sportivo”

A Faenza porterai anche storie di sportivi romagnoli?

Certamente parlerò di Pantani. Gli volevo bene, l’ho amato totalmente come sportivo. Ti racconto due aneddoti: l’anno della doppietta Giro-Tour ero andato a Cesenatico in veste di tifoso per festeggiare. Quando vinse ricordo che aveva il pizzetto e se lo fece biondo: i suoi tifosi fecero la stessa cosa e ricordo che anch’io mi colorai il pizzetto; ho anche una foto assieme a lui con il pizzetto biondo. L’anno dopo invece, quando fu fermato a Madonna di Campiglio, io ci rimasi davvero male. Così, due giorni dopo, presi la macchina e andai fino a casa sua. Andavo così veloce che mi beccai anche una multa. Ci andai solo per depositare una lettera in cui avevo scritto che non doveva mollare, che noi tifosi eravamo con lui. Io ho sempre amato Pantani come sportivo, e quando vidi come il paese gli volse le spalle mi diede molto fastidio. Giornalisti che prima lo osannavano, lo trattarono come un pària, come un criminale. Lui era una persona fragile. Ricordo quando mi giunse la notizia che era morto. Ero a cena con Ivano Fossati e arrivò la notizia: stetti in silenzio tutta la sera.”

Il Pirata Pantani con pizzetto ossigenato in onore alla maglia gialla del Tour nel 1998.

Non si rischia di generare sportivi e campioni usa e getta? Penso alla canzone di Antonello Venditti “Tradimento e Perdono” scritta in memoria dell’amico Agostino Di Bartolomei, morto suicida a 39 anni il 30 maggio 1994, a 10 anni esatti dalla finale della Coppa dei Campioni persa con la sua Roma contro il Liverpool…

“Questo è un tema importante, che cerco di raccontare anche nella storia di Pantani. E’ un tema molto legato al tifo che è caratterizzato da una velocità drammatica: si passa dall’amore più fanatico alla delusione più feroce. Un personaggio forte riesce ad andare avanti lo stesso, ma se invece sei un “amico fragile”, come direbbe De André, vieni spazzato via. Questo è quello che è successo a Pantani: non aveva le sovrastrutture per tornare ad essere normale. Ma è successo a tanti, è un eterno sali scendi, anche perché sia lo sportivo che il tifoso si scordano di essere umani. I campioni sono persone che non appena tornano sole si sentono abbandonate e avvertono la solitudine. Il caso di Bartolomei è emblematico, perché quando è restato solo è crollato. Pensa ad una persona come Pantani e Bartolomei, abituati ad essere osannati quasi come dei semidei, poi gli staccano la corrente e rimangono al buio. O sei forte o rimani smarrito come una barchetta in mezzo all’oceano. Certo non puoi farli tornare in vita, ma restituirgli la dignità è una cosa nobilissima.”

Agostino di Barlomei, ex capitano della Roma, morì suicida nel maggio del 1994.

“Non è la prima volta per me a Faenza: è bello tornare con dei bei ricordi alle spalle. Ci sarà un bis con una storia molto divertente”

Quali saranno le peculiarità e i personaggi dello spettacolo che Andrea Scanzi porterà a Faenza? Ci saranno interviste ad hoc di qualche illustre tra il pubblico?

“Quello di Faenza sarà il debutto ufficiale, con regia e scenografia. Io sarò in città da sabato. Questa, dato che è la prima, sarà una data tradizionale, quindi senza colpi di scena. L’intervista dell’ospite è un’idea ancora da maturare e in realtà non pensavo di proporla sempre. Comunque a Faenza non ci sarà. Ma di sicuro ci sarà un bis anche a Faenza, sarà una storia che non ti anticipo, ma sarà molto divertente, questo perché durante lo spettacolo ci saranno anche storie tristi e volevo bilanciare. E’ una storia neanche troppo famosa, ma è esilarante.”

Questa non è la prima volta che Andrea Scanzi si esibisce a Faenza.

“Quattro anni fa ho fatto varie repliche a Faenza del mio spettacolo su Gaber al Ridotto del Teatro Masini: cinque repliche sempre tutto esaurito. In quell’occasione non avevo direttore di scena e mi aiutò mio padre. Ho un ricordo molto bello di quei giorni: se martedì ci sarà anche solo un decimo della magia di quei giorni di tre anni fa andrà bene lo stesso. Ricordo anche che il lunedì mattina seguente uno dei vostri giornali uscì in prima pagina con un articolo su un noto politico locale che mi avrebbe attaccato verbalmente sul palco. Se la prese per una battuta su Brunetta, si irritò e semplicemente se ne uscì dalla porta incazzato. Secondo il giornalista mi avrebbe contestato durante lo spettacolo, ma invece non andò proprio così. Comunque per me è davvero bello tornare. Dopo quelle cinque repliche chiaramente non potevano più chiamarmi, ora torno con dei bei ricordi alle spalle.”

Andrea Scanzi durante il suo spettacolo “Gaber se fosse Gaber”.

“Il cantautorato in Italia non è morto, ma è cambiato il ruolo dell’intellettuale. La musica non ha più quella rilevanza sociale che aveva un tempo”

A Faenza si è appena concluso il Meeting delle Etichette Indipendenti (Mei). Nei precedenti spettacoli hai spesso parlato di cantautori e dell’importanza del cantautorato in Italia. Chi sono i cantautori di oggi? Il nuovo panorama della musica indipendente italiana può assurgere al ruolo sociale che i cantautori avevano nel passato?

“Sarò molto netto. È inutile che ci giri attorno, i cantautori ci sono, e alcuni sono molto bravi. Per esempio Brunori Sas, i Pan Del diavolo… i The Giornalisti dopo Riccione credo vadano sedati. Non li ho mai ritenuti un granché, forse sbaglio io, ma quella canzone è davvero orrenda. Motta mi pare molto sopravvalutato. Di Vasco Brondi ho amato il primo disco, gli altri meno. Però lui ha, o aveva, delle cose da dire. Ce ne sono tanti, Caparezza è bravo, anche se non è indie; anche Mannarino. Ce ne sono tanti, anche se musicalmente mi sento più vicino ai Bersani, ai Capossela etc. Ogni generazione ha dei talenti diversi. E’ come nel calcio: quelli nati a cavallo tra ‘30 e ‘40 erano dei grandi e non tornano. Non torneranno più, come non tornerà più la generazione successiva dei Bennato e dei Fossati. Mostri autentici. Allo stesso tempo è cambiato il ruolo dell’intellettuale: i cantautori avevano qualcosa da dire e il pubblico ascoltava, non era solo che si vendevano più dischi e il sistema non era in crisi. E’ che il cantautore era importante, lo mettevi a giudizio, lo contestavi se serviva. Se anche Motta facesse un disco clamoroso, probabilmente non ce ne accorgeremmo, perché il cantautore ora è uno come tanti. Oggi la musica non ha più quella rilevanza sociale che aveva un tempo. Ma non penso che il cantautorato sia morto.”

Il cantautore calabrese Brunori Sas si è esibito il 30 settembre presso il Teatro Masini di Faenza in occasione del Mei.

Hai superato ormai quota sei spettacoli. Ti senti più giornalista, scrittore, presentatore, o divulgatore?

“Ormai credo che giornalista sia riduttivo, ma non in termini qualitativi. Il giornalista è Biagi, Montanelli, Bocca. Il giornalista è uno che fa solo quello. Io credo di essere uno che fa tante cose, ma che le tiene unite grazie alla scrittura. Mi definirei quindi come scrittore, divulgatore o narratore, magari autore, perché quando penso al giornalista penso solo a quella forma lì. Quello che mi piace è raccontare storie, e la scrittura lega tutte queste attività. Il teatro mi piace perché c’è contatto diretto col pubblico. Ormai poco o niente ti da’ il contatto: tutti i teatri sono diversi e ogni spettacolo è diverso. Un altro motivo è che la televisione è tanto bella ma ti cristallizza l’immagine. Così magari la gente pensa che io parli solo di politica, mentre invece ho altre passioni, e penso che il personaggio che vedrete a teatro sarà più simile al vero me dello Scanzi che vedete in televisione”.

Samuele Maccolini

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