Coronavirus: perchè il tasso di letalità in Italia è così alto?

L’Italia è il secondo paese al mondo per numero di contagi da Coronavirus e il primo per numero di morti. Lo scorso 23 marzo, la rivista scientifica JAMA, ha divulgato un studio epidemiologico che analizza il tasso di letalità (Case Fatalty Rate – CFR) del Coronavirus, ovvero il numero di morti causate da Covid-19 rispetto alla totalità dei pazienti positivi. L’articolo, scritto da alcuni medici dell’Istituto Superiore di Sanità, ha lo scopo di identificare le possibili cause che spieghino l’aumento di questo valore che, al momento, si discosta notevolmente da quello degli altri paesi. I dati, che si riferiscono al periodo fino al 17 marzo, riportano, infatti, un tasso di letalità attorno al 7,2%, valore altamente più elevato rispetto a quello cinese -2,3%-, paese dove ha avuto inizio la pandemia. Ciò è molto strano, in quanto, nonostante i Coronavirus possano mutare, è difficile che ciò causi una differenza così ampia nella letalità. Gli autori dello studio hanno identificato tre possibili variabili epidemiologiche.

L’età della popolazione: il 23% degli italiani è sopra i 65 anni

L’Italia è un paese con alta aspettativa di vita, ma bassa natalità. Come conseguenza, gli anziani sono una frazione consistente della popolazione totale. Nel 2019 è stato riportato che il 23% degli abitanti della penisola ha un’età maggiore di 65 anni, rispetto al 12% della Cina. Come già pubblicato dalla nostra redazione, i dati sugli effetti dell’infezione dimostrano che il Covid-19 è altamente letale nei pazienti anziani. Confrontando in maniera più specifica il tasso di letalità suddiviso per fasce di età tra Italia e Cina, si osserva che il valore percentuale è simile per età inferiori ai 70. Sopra a quel limite la differenza è marcata, con il 12,8% di italiani fra i 70-79 anni deceduti per Coronavirus, rispetto al 8% netto cinese. La forbice è ancora più ampia per i pazienti sopra gli 80 anni.

Pertanto, la distribuzione complessiva delle età più anziane in Italia rispetto a quella cinese potrebbe spiegare, in parte, il più alto tasso medio di letalità per caso in Italia.

 

Tasso di Letalità Coronavirus
Tasso di Letalità di Italia e Cina suddiviso per fasce d’età – da Onder et al, JAMA

La definizione di morte per Coronavirus: il metodo italiano e la mancanza di linee guida internazionali

Un’ulteriore possibile causa dell’alta percentuale di morti da Coronavirus può derivare da come viene definito e raccolto il dato in questione. Il che porta alla domanda: quando un decesso viene definito come morte per Coronavirus? In Italia, la raccolta del dato avviene indipendentemente dalla presenza di patologie pre-esistenti (in gergo medico, comorbidità). Questo tipo di calcolo può portare a una sovrastima del tasso di letalità, infatti non viene fatta differenza fra il tipo di morte – insufficienza respiratoria, renale, cardiovascolare…-, ma, se avviene in positività da Coronavirus, il caso viene registrato come morte da Covid-19. Inoltre, l’esatta descrizione di “decesso da COVID-19” non è stata definita chiaramente dalla comunità medica internazionale; ecco quindi che, la mancanza di una precisa diagnosi, può portare a sovrastimare i casi.

Il numero di test eseguiti sui sospetti casi di Coronavirus

Una diversa strategia diagnostica dei paesi può essere un fattore che influisce sul tasso di letalità. Un paziente Covid-19 positivo è definito tale tramite un esame che va a ricercare il genoma virale all’interno di un campione biologico prelevato tramite tampone nasale al paziente. La tecnica utilizzata è la RT-PCR, che permette, tramite cicli successivi di amplificazione della molecola di acido nucleico, di identificare la presenza o meno del genoma d’interesse, in questo caso il genoma virale. Fino allo scorso 29 febbraio, le regioni e le loro aziende sanitarie non avevano ricevuto direttive specifiche su che strategia attuare per il campionamento. In seguito, il governo ha dato la priorità all’esecuzione del test per i soli pazienti con forte sintomatologia ascrivibile a Covid-19. Dal 24 febbraio al 17 marzo, il tasso di letalità è cresciuto dal 3,1% al 7,2%. Ciò ha portato all’aumento nel trend della percentuale di test positivi sui totali dei test effettuati (linea nera – dati ilSole24ore). Il numero assoluto di tamponi eseguiti fino ad oggi è anch’esso aumentato (colonne grigie), significando che i contagi sono realmente cresciuti, ma, probabilmente, molto più di quello che viene riportato. Questa riflessione è stata anche espressa negli scorsi giorni dal Capo della protezione civile, Borelli, e ulteriormente incalzata dalla lettera aperta al Premier Conte firmata da parecchi ricercatori italiani.

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La politica può scegliere su dati non completamente descrittivi? Il valore dei numeri oltre il problema sanitario

La conclusione dello studio porta in superficie la crescente necessità di una maggior trasparenza e chiarezza sull’utilizzo dei tamponi e la registrazione dei dati. Andare oltre alla pandemia, significa crescere nella capacità di descrivere ogni singolo caso e trovare similitudini e differenze tra tutti i paesi colpiti. Questo tema è però centrale non solo nella lotta alla malattia, ma anche per la definizione delle scelte in ambito socio-economico. Essi sono sicuramente discriminanti fra le possibili strategie politiche attuabili a cui deve pensare il paese per uscire fuori da questa situazione.

La domanda sorge spontanea: se i dati non descrivono adeguatamente la situazione, la politica, oggi strettamente legata all’opinione pubblica, può fare scelte obiettive?

 

Francesco Ghini

Francesco Ghini

Vivo a Faenza e mi occupo di ricerca biomedica e comunicazione scientifica. Ho conseguito un dottorato di ricerca in Medicina Molecolare presso l'Istituto Oncologico Europeo di Milano e numerose partecipazioni a conferenze internazionali come speaker. Parallelamente, ho seguito come direttore artistico la realizzazione dell'evento Estate di San Martino a Piacenza (2012 e 2013) e ho maturato una forte esperienza nell'ambito della comunicazione e dello storytelling. Nel 2014 ho aperto Buonsenso@Faenza e da questa esperienza, nel 2018, è nata l'agenzia Buonsenso Comunicazione. Amo il teatro, i film di Cristopher Nolan, i passatelli e sono terribilmente curioso.

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