Bellezza e disabilità: Martina Tarlazzi racconta “Make your smile Up”

La bellezza non è sogno, ma è cura di ogni aspetto di noi stessi”. Queste parole mutuate dal poeta francese Yves Bonnefoy descrivono appieno il concetto alla base di Make your smile Up, un progetto che si occupa della realizzazione di laboratori sulla cura del sé, veri e propri viaggi tra la conoscenza del proprio corpo e la scoperta della bellezza. Spesso, nei trattamenti dedicati a persone con qualche disabilità, fisica o intellettiva, si dà poca attenzione all’aspetto della bellezza personale e della coscienza di sé. E lo stesso vale anche per altre categorie sociali, come gli adolescenti alla ricerca della propria identità e corporeità, e persone con bassa autostima o depresse. L’intento del progetto dunque è quello di inserire all’interno della cura alcuni spazi dedicati ad aspetti umani solitamente messi in secondo piano. L’idea è venuta a una giovane pedagogista di Solarolo, Martina Tarlazzi, 26 anni, che dal 2012 porta avanti il progetto.

Martina, perché è nato Make your smile Up e di cosa si occupa?

Il progetto nasce per aprire una riflessione sul “bello” in contesti di disabilità e disagio. Non trucchiamo semplicemente le persone, si insegna invece a scegliere secondo il proprio gusto, per avere la possibilità di costruire una propria scelta consapevole, per scegliere realmente. Per ogni tipo di disabilità c’è un iter specifico e diverso dagli altri. Per esempio ora sto lavorando all’interno del Montecatone Rehabilitation Institute, specializzato nella riabilitazione successiva a lesioni midollari: dopo un forte trauma devi rimparare a conoscerti, a ricostruire la tua identità. Lì abbiamo adibito uno spazio per riprendere la cura del proprio corpo, una riscoperta necessaria nell’insieme della riabilitazione.

Chi gestisce il progetto e come si formano le collaborazioni?

tarlazziIl progetto è gestito da me, sono io che tengo i contatti con le associazioni interessate. La prima collaborazione è stata stretta con il Centro Documentazione Handicap di Bologna, con loro abbiamo intrapreso un percorso riguardante la corporeità e il rispetto del corpo-valore. In seguito ho lavorato con UILDM Pavia e con l’Associazione Bambini Cerebrolesi in Sardegna, a Cagliari. Attualmente sono concentrata sul progetto intrapreso con Montecatone, un approccio sperimentale che si sta rivelando utile ed in evoluzione. Comunque per ogni collaborazione vengono formati gli operatori di riferimento, gli viene spiegato come possono operare attraverso un approccio che si pone l’obiettivo di avere un’attenzione alla corporeità e alle sensazioni che le persone provano o non provano nell’essere toccate dagli operatori. La dignità della persona è la prima cosa.

Il progetto però riguarda anche gli adolescenti

Sì, lavoriamo anche con gli adolescenti. Un recente lavoro con degli adolescenti è partito analizzando i canoni di bellezza offerti dai mass media, un’idea di bellezza che non è reale. Anche i genitori poi si interessano e cercano di capire l’importanza dei progetti che portiamo avanti. Ora sto lavorando all’interno della scuola Oriani insieme ai ragazzi con disabilità e ai loro insegnanti di sostegno, un progetto che coinvolgerà tutta la scuola e che si concluderà con una mostra fotografica.

foto cdh 7Martina Tarlazzi, cosa ti ha spinto a portare avanti il progetto?

Sono truccatrice per passione, e laureata in Progettazione e gestione dell’intervento educativo nel disagio sociale. Il progetto, iniziato nel 2012, affrontava i temi su cui poi avrei scritto la mia tesi di laurea due anni dopo. Nasce quindi unendo la passione per il trucco con il mio percorso di studi. Mentre ora sta diventando quasi un lavoro. L’idea di fondo comunque rimane quella di mantenere un approccio che abbia come obiettivo il to care e non solo il to cure, senza mai tralasciare l’importanza della persona.

Qualche settimana fa sei stata scelta come nuovo assessore del Comune di Solarolo, in sostituzione alla dimissionaria Liliana Salvo. Che ruolo avrà la nuova carica nel tuo percorso di pedagogista?

Ovviamente la nuova posizione non ha legami col progetto. Mi è stato chiesto di subentrare in quanto avevo lavorato nelle scuole come pedagogista e quindi, conoscendole bene, potevo dare un aiuto con quello che avevo fatto. Ho scelto di accettare per fare qualcosa di concreto per il mio paese. Bisogna educare alla diversità, e ho intenzione di farlo sia come amministratore che come pedagogista.

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