La memoria dell’argilla: Barbara De Ponti racconta “Clay Time Code”

Far riemergere la memoria racchiusa da milioni di anni nei calanchi romagnoli grazie al potere dell’arte: è questo lo scopo del progetto realizzato dall’artista Barbara De PontiClay Time Code”, una mostra allestita in due location, il Museo Malmerendi e il Museo Carlo Zauli, in occasione della Settimana del Contemporaneo di Faenza. In tutto sei opere di forte impatto visivo che non sono semplicemente frutto del lavoro tecnico necessario per realizzarle: dietro quelli che rappresentano dei veri e propri fossili preistorici c’è un percorso fatto di ricerca d’archivio, collaborazione con professionisti, e in dialogo costante con lo stesso territorio che ora l’artista riplasma. Attraverso “Clay Time Code” lo spettatore è guidato a riscoprire, tramite le sei opere realizzate con l’argilla azzurra – materia prima tipica delle terre tra Faenza e Imola – il territorio stesso: i suoi valori, la sua forza e soprattutto la sua memoria. L’inaugurazione della mostra si terrà mercoledì 12 ottobre alle ore 19 al Museo Malmerendi e poi alle 21 al Museo Carlo Zauli.

Sei opere che vogliono unire memoria e territorio

making Gephyrocapsa, Barbara De Ponti e Manifatture Sottosasso, 2016
making Gephyrocapsa, Barbara De Ponti e Manifatture Sottosasso, 2016

Alla ricerca di fossili microscopici: una motivazione apparentemente bizzarra, ma si potrebbe dire che sia questo il motivo – semplificando molto – che ha spinto Barbara De Ponti, artista nata a Magenta nel 1975, fino a Faenza. Un’artista che fa dell’esperienza di viaggio uno dei motivi fondamentali per realizzare le proprie opere. Da diversi anni la ricerca artistica di Barbara nasce partendo dalla definizione di “geografia” come “misura unita all’esperienza”. «L’idea – spiega Barbara – era quella di legare questa ricerca artistica alle caratteristiche specifiche del territorio: sono venuta a Faenza principalmente a studiare i luoghi di recupero di una materia prima tipica di queste zone, le argille azzurre, dopo averle studiate nell’archivio geologico». La ricerca artistica parte dunque dai numeri e dai dati scientifici custoditi dagli archivi e, unita a incontri professionali e relazioni sociali, dà modo all’artista di realizzare istallazioni ottenute dalla stratificazione di architettura, antropologia, disegno e suono.

L’argilla azzurra: materia prima che ha plasmato Faenza

L'argilla azzurra, particolare materia prima che si trova nei calanchi tra Faenza e Imola
L’argilla azzurra, particolare materia prima che si trova nei calanchi tra Faenza e Imola

Anche per realizzare “Clay Time Code” Barbara De Ponti si è affidata a questa metodologia: il primo passo per la realizzazione delle sei opere è stato fatto all’interno degli archivi. «L’archivio, nel mio percorso artistico – spiega l’artista – è fondamentale. È un luogo che ci dà la possibilità di leggere più correttamente il presente». Nello specifico, la ricerca di Barbara in archivio è stata fondamentale per conoscere i segreti geologici dell’argilla azzurra, materia tipica della zona tra Faenza e Imola. «L’argilla azzurra – racconta l’artista – è chiamata così da Leonardo, a inizio Cinquecento, quando da Firenze venne in visita in Romagna. Lui era abituato a vedere le tipiche argille toscane, molto rosse e ricche di ferro, e le confrontava ora con quelle che vedeva nell’odierna Romagna. Si rendeva conto che quest’ultime avevano un colore molto più freddo, tendente al grigio, e meno ricco di ferro nel terreno. Capì che rappresentavano degli strati ben precisi: dei depositi creati nella Valle del Lamone dovuti al ritirarsi del mare milioni di anni fa». Già all’epoca di Leonardo l’argilla azzurra veniva utilizzata a Faenza in numerose occasioni: non è un caso che in quel periodo cominciò a diffondersi il nome di “faiance”, come maiolica, nel mondo. Dal passato al presente: ancora oggi, scavando, le argille azzurre riemergono all’interno dei calanchi delle colline romagnole. Una cava, gestita dalla Cooperativa ceramiche di Imola è ancora attiva: grazie ad essa Barbara ha potuto attingere a quel materiale che, in un certo senso, ha dato forma alla Faenza che noi oggi conosciamo.

Le due mostre al Museo Malmerendi e al Museo Carlo Zauli

Barbara De Ponti, Clay Time Code, 2016
Barbara De Ponti, Clay Time Code, 2016

La ricerca di Barbara va però molto più indietro nel tempo rispetto all’epoca di Leonardo. Come detto, l’argilla azzurra presenta particolari caratteristiche per via delle stratificazioni avvenute in epoca pleistocenica durante la ritirata del mare dalla Valle del Lamone. E tracce di questo mare, benché spesso invisibili a occhio nudo, sono ancora presenti nell’argilla azzurra: minuscoli fossili estinti. Ed è qui che si arriva al lavoro di sintesi realizzato dalle sei opere esposte in “Clay Time Code”. «In mostra abbiamo riprodotto questi fossili planctonici – racconta Barbara De Ponti – attraverso l’argilla azzurra stessa nella quale sono presenti: per questo ho utilizzato proprio il materiale originale e non altri tipi di argille con caratteristiche anche più adeguate alla realizzazione di tali forme e dimensioni. Ovviamente i sei fossili riprodotti (rispettivamente tre vegetali e tre animali) hanno dimensioni gigantesche, con una scala enorme rispetto al vero ma che mantiene proporzioni temporali: più grande quello molto più vicino a noi cronologicamente (stiamo parlando di milioni di anni), più piccolo invece quello più distante nel tempo». Le sei opere saranno suddivise tra Museo Malmerendi e Museo Carlo Zauli. «Saranno due mostre diverse – commenta l’artista – che parlano però dello stesso argomento che è il legame col territorio e con il materiale che ha creato il percorso professionale artistico di Faenza: se in questi calanchi non ci fosse stata la possibilità di estrarre queste argille azzurre la Faenza che vediamo oggi sarebbe diversa». Dei codici di riferimento temporale: ecco allora che quella frase “alla ricerca di fossili microscopici” appare ora meno bizzarra.

“L’importante è avere stretto legame con il luogo”

Particolare di Clay Time Code
Particolare di Clay Time Code, 2016

Un percorso creativo che prima di tutto è un percorso umano e di comunità. Nel realizzare le sei opere Barbara si avvalsa di professionisti e ceramisti del territorio che hanno portato avanti con lei questo discorso artistico. Le opere sono state prodotte sia dentro i laboratori che furono di Carlo Zauli – avvalendosi della collaborazione della ceramista Aida Bertozzi (nella foto di copertina in primo piano, con Barbara De Ponti, ndr) – sia presso e con le Manifatture Sottosasso utilizzando le argille azzurre fornite all’artista da una cava storica ancora attiva di proprietà dalla Cooperativa Ceramica d’Imola, sponsor tecnico del progetto. «Questo tipo di progetti – spiega Barbara De Ponti – mi permette di parlare col territorio, della sua formazione e con la sua comunità: qualcosa di più ricco significato rispetto alla sola capacità realizzativa dell’oggetto artistico. Tutti i miei progetti si avvalgono della collaborazione con i professionisti del territorio e Faenza mi ha in un certo senso adottata. L’importante è istituire un legame con il luogo in cui si lavora e si fa ricerca: così puoi permetterti, in modo collaborativo, di dare il tuo punto di vista o di rispolverare realtà che gli abitanti, spesso per abitudine e rinnovamenti, hanno dimenticato».

Barbara De Ponti: geografia come misura unita all’esperienza

Un’arte, quella della geografia come misura unita a esperienza, che si sporca le mani con la terra e in cui le relazioni umane sono fondamentali. «Penso che l’arte – conclude Barbara – debba essere utile: non tanto un’utilità pratica. Non penso che l’artista debba realizzare oggetti che si possano usare, ma l’occasione per una riflessione in più su chi sei e il luogo in cui ti trovi a vivere. Nella mia ricerca d’archivio cerco di selezionare quegli elementi che possono dare ulteriori visioni, non per forza nuove, ma magari dimenticate. Vorrei che al termine della ricerca non rimanga solo il poter osservare l’oggetto artistico, ma che faccia intuire qualcosa di più sulle realtà che lo circondano. Questo penso debba fare l’arte, oggi ancora più che in passato, non certo gratificare esteticamente».

Il 28 ottobre il convegno sull’argilla al Mic

Dagli archivi al linguaggio dall’arte tornando poi alla scienza. Anepla e l’Ordine dei Geologi dell’Emilia Romagna organizzeranno il 28 ottobre 2016 nella sala conferenze del Mic, il Museo Internazionale delle Ceramiche di Faenza, un convegno dal titolo “Argille una risorsa tra arte e territorio”. Il tema del convegno si intreccia fortemente, seppur con competenze diverse, con quanto esibito dalla mostra “Clay Time Code”. Partendo da un’analisi storica si vuole fare il punto della situazione odierna del settore estrattivo delle Argille con una particolare attenzione all’analisi e comprensione di tutti gli elementi che costituiscono il territorio, quali ad esempio l’assetto geologico, geomorfologico regionale, i Geositi ed il turismo, i dissesti, nella convinzione che sia possibile pianificare anche uno sfruttamento sostenibile della risorsa “Argilla”, che sappia coniugare, quindi, i tre aspetti fondamentali quali ambiente-società-economia. In questa occasione la Regione Emilia Romagna presenterà inoltre il progetto Minatura 2020, un progetto europeo per la definizione e la protezione dei “Giacimenti minerari di importanza pubblica”.

Clay Time Code: orari di visita

Museo Malmerendi >>> Via Medaglie d’oro 51, Faenza (Ra)
Dal 13 al 16 ottobre: 9.30-12 e 15-18; dal 17 al 30 ottobre: lun, giov e sab 9.30-12 e 15-18; dom 15-18
Visite su appuntamento 0546 662425

Museo Carlo Zauli >>> Via della Croce 6, Faenza (Ra)
Dal 13 al 16 ottobre 2016: 10-13 e 16-19; dal 18 al 30 ottobre: mar-sab 10-13
Visite su appuntamento 3338511042

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